Sarà una mia impressione ma il panorama artistico torinese mi è sembrato, in questo autunno-inverno, meno modesto e provinciale del solito. Con qualche eccellenza.

È stato preceduto da alcune eccellenti mostre fotografiche presso Camera, tra le quali va segnalata quella di Lee Miller, che fotografa diviene quasi per caso, e poi passerà alla storia per alcune prime foto alla liberazione dei lager nazisti. Meno significative invece, per quanto più sontuose, le esposizioni presso le Gallerie d’Italia di IntesaSanpaolo, a partire da quella del canadese Jeff Wall, in cui la cosa più bella era un breve filmato sui giardini di Villa Pellico a Moncalieri, del tutto estraneo al tema della mostra. La sede storica della Banca, ricca e lussuosa come un palazzo reale, si è però rifatta esponendo, per qualche tempo, La Madonna delle ciliegie di Federico Barocci, proveniente dai Musei Vaticani. Un capolavoro di fine ‘500, magnificamente presentato e accompagnato da note di musica contemporanea. Chapeau!

Palazzo Madama a novembre ha presentato un interessante parallelo tra Tintoretto e Emilio Vedova, pittori veneziani, nati a 400 anni distanza. «Il Tintoretto è dentro la sua pittura, non lo ha copiato, lo ha respirato»: così Valter Giuliano su «La Stampa». Il novecentesco maestro dell’informale con le sue elaborazioni che salgono fino al soffitto dell’aula del Senato si ispira alla pittura materica e “polverosa” del grande Iacopo Robusti. Come i grandi innovatori dell’impressionismo erano di casa al Louvre per “respirare” il rinascimento italiano e quella accademia che era ancora in voga ai tempi loro con un Dominique Ingres o un Gustave Moreau.

Qualche parola a parte merita la mostra di Orazio Gentileschi a Palazzo Chiablese, che ha avuto l’onore di essere citata, a livello nazionale, tra quelle visitabili nei giorni di Natale. «Un pittore in viaggio» è il felice sottotitolo. Da Pisa dove nasce nel 1563, a Roma, alle Marche, a Genova, Parigi e Londra, dove morirà nel 1639. Mi ha sempre affascinato pensare alla scomodità e alla lunghezza dei viaggi di allora che non scoraggiavano lo spirito di avventura di molti artisti, unito alla ricerca di ben retribuiti incarichi di pittori di corte, con sicurezza economica per se stessi e le loro famiglie. Orazio Gentileschi, pittore ad alto livello con i suoi contemporanei, paragonabile, se non a Caravaggio, di cui subì l’influenza, certamente a Guido Reni, Rubens e Van Dyck, fu dimenticato e riscoperto solo all’inizio del Novecento dal critico Roberto Longhi, con un saggio del 1916. «Spirito di ricercatore, il temperamento è di vagabondo». Bella sintesi della sua vicenda artistica e umana. Probabilmente non un carattere facile, evidenziato dal ritratto che ne fa Van Dyck, con cui si apre la mostra e stando all’opinione (non disinteressata) di Giovanni Baglione che l’aveva citato in giudizio per plagio e diffamazione: «Più nel bestiale che nell’umano egli dava». Le curatrici della mostra hanno agito con molta saggezza, con qualche prestito importante dal Prado e dagli Uffizi, ma cercando soprattutto di limitare viaggi e assicurazioni. A partire dalla fortuna di avere a Torino una delle più belle opere di Gentileschi, l’Annunciazione, conservata alla Galleria Sabauda. Altri quadri provengono dal centro Italia e da Roma, completati da pittori a lui contemporanei con opere conservate a Palazzo Madama, all’Accademia Albertina e alla parrocchiale di Lanzo. Ancora un cenno merita Santa Cecilia che suona la spinetta e un angelo che esalta la bravura del Gentileschi nella delicatezza dei volti, oltreché nella raffinata arte del vestire i suoi personaggi. Un critico de «La Stampa» titolava nel presentare la mostra Premiata sartoria Gentileschi con riferimento anche alla figlia Artemisia, di cui sono presenti tre opere. Un salone è poi dedicato a una full immersion “da discoteca”, non disprezzabile, ma che più di un critico sostiene essere un artificio a cui si ricorre quando non si hanno abbastanza quadri da esporre.

Ultima chicca che propongo, assai poco conosciuta, è il riallestimento della Pinacoteca Albertina, totalmente rinnovata. Egregiamente sistemati, nella penombra, i cartoni preparatori di Gaudenzio Ferrari, che costituiscono un patrimonio ineguagliabile, la raccolta ha valorizzato con una specifica mostra i dipinti nordici della raccolta Mossi di Morano, donata all’Accademia nel 1828. Si tratta di artisti fiamminghi meno noti che operarono nella nostra città nel Seicento, secolo in cui Torino non era ancora una gran capitale e tuttavia era coinvolta dai commerci che si svolgevano tra Piemonte e Liguria e le Fiandre. Artisti come Maarten van Heemskerck, Jan Miel e Pieter Bolckman ebbero un’influenza non secondaria sui pittori locali nei decenni successivi e contribuirono ad accentuare l’interesse dei Duchi di Savoia per le raccolte d’arte, culminato nell’acquisto della raccolta del Principe Eugenio, ora alla Sabauda.

Alcune mostre sono ancora in corso e dureranno fino ai primi di maggio. Quindi buone visite a tutti.