Vangelo della 16ª domenica: Matteo 13,24-43

Prima della complessa parabola della zizzania (o loglio), prendiamo in considerazione le due parabolette che seguono, facili da capire perché contengono solo il culmine nudo e crudo senza divagazioni che possono essere fraintese come allegorie.

La senape e il lievito. Il Regno comincia come un granello di senape, piccolo e modesto, per diventare poi una grande pianta, crescendo a dismisura. C’è il contrasto fra piccolezza iniziale (secondo l’opinione popolare è il più piccolo fra tutti i semi) e grandezza imponente finale (sul lago di Tiberiade essa raggiunge i 3 metri di altezza).

Le minute dimensioni del granello di senape sono proverbiali nella letteratura giudaica. Proprio questa similitudine dimostra che il Regno di Dio è dato alla comunità in forma nascosta. Se la si confronta con altre piante da coltura ed erbe coltivate in Palestina, la senape diviene più grande di tutte, tanto che alla sua ombra possono dimorare gli uccelli del cielo. L’immagine dei grandi rami e dell’ombra dell’albero, ove animali possono ristorarsi e uccelli nidificare, s’incontra ripetutamente nell’AT. Il grande albero significa il regno della pace che offre protezione; è un’immagine conclusiva particolarmente confortante, incoraggiante e positiva, che include anche la raccolta di Israele all’ombra del regno di Dio. È caratterizzata da una colorazione linguistica e paesaggistica palestinese, per cui risale incontestabilmente a Gesù.

Mentre la senape si trova in tutti e tre i sinottici, il lievito c’è solo in Matteo e Luca che l’hanno posto subito dopo, per cui per attrazione normalmente si intende che il regno non solo si estende alla grande, ma fa lievitare il mondo fertilizzandolo coi suoi frutti. Però il lievito non è tanto il regno, o solo indirettamente. Infatti la parabola proviene da Q in cui era in origine indipendente, slegata dalla senape. Essa ha un altro significato, normalmente non visto perché coperto da quello prevalente del granello. Il lievito riguarda invece l’unione delle chiese, come si evince dalle tre misure di farina. Gesù ha messo in guardia i discepoli dal lievito dei farisei e di Erode (Mc 8,15); è chiara la contrapposizione tra il lievito di Gesù e in primis quello dei farisei (oltre a quello politico della “volpe”) con tutto il loro impianto sacrale legalistico (in Matteo 16,6-12 abbiamo «il lievito dei farisei e sadducei).

Probabilmente le misure alludono al progetto iniziale di unire a sé tutto Israele, in un unico fermento “enzimatico” i giudei e i (giudeo)cristiani: ossia il desiderio che (quasi) tutti gli ebrei si convertissero al Cristo in un unico popolo, religione, fede (la Q aramaica è anteriore alla rottura definitiva tra giudaismo e cristianesimo). Un sogno di uniformare le due chiese (che si è infranto abbastanza presto); con l’intento poi di unificare i tre ceppi, le tre “chiese”: gli ebrei, i giudeo-cristiani provenienti dall’ebraismo, e i pagano-cristiani dell’ecumene, in particolare il mondo greco-romano: il significato del lievito è ecclesiale, non direttamente legato al regno di Dio (che non è la chiesa!).

Ecclesia mixta. Intra-ecclesiale è sostanzialmente anche la zizzania; il significato originario della parabola non è nella spiegazione allegorica, successiva e distanziata nel testo, ai discepoli in separata sede: una scenografia tipica della comunità primitiva, al cui interno la presenza del “male” trova la sua spiegazione nell’operato del “nemico” (Mt 13,28.39).

I futuri giudicandi sono anzitutto i cristiani: la chiesa, come mostra anche la parabola della rete (che vedremo domenica prossima), è pensata come comprendente i figli del regno e i figli del maligno, che però solo alla fine saranno separati, coi giusti che splenderanno come il sole nel regno del padre loro (13,43).

In questo modo Matteo si discosta (implicitamente) dalla soluzione del problema data da Qumran, secondo cui i trasgressori della legge vengono cacciati subito per mezzo delle “scomuniche” disciplinari, così che rimanga solo una comunità di salvati pura e senza macchia; Matteo invece opta a favore di una chiesa “mixta” e demanda la decisione ultima al giudice finale.

La zizzania è intrigante; il maestro Jacques Dupont (monaco benedettino belga francofono, a mio parere il miglior esegeta di lingua neo-latina della seconda metà del secolo scorso, da unire agli anglosassoni come il tedesco Emanuel Hirsch che mi ha illuminato sul lievito, la farina e la Q aramaica) ci disse nelle sue lezioni romane di guardare dove le parabole sorprendono. Ora qui ci colpisce l’invito del signore, mentre i servi vorrebbero intervenire subito per sradicare la zizzania, ad aspettare la mietitura; una parabola di attesa, di freno a certi impulsi di frenesia affrettata. L’idea centrale è quindi quella di astenersi dal selezionare in modo precipitoso i buoni dai cattivi: come si dice popolarmente, non è sempre bianco o nero, ma si possono delineare delle zone grigie…

Il maligno nemico umano. Colpisce e sorprende anche nel non definire il nemico, identificato invece nell’allegoria col maligno (come nell’allegoria del seminatore in 13,19, un indizio che entrambe le spiegazioni allegoriche sono posteriori), anzi col  diavolo (13,38s) soprattutto nel significato etimologico di separatore, accusatore, avversario, calunniatore, menzognero, corruttore della verità, nemico cospiratore. 1Sam 29,4 chiama così il potenziale sabotatore presente nelle proprie file (appunto come chi ha seminato zizzania nella parabola). Il diavolo, ma solo nel tardo giudaismo, è identificato con l’istinto cattivo (cfr. l’appendice), dotato di un preciso carattere maligno.

In realtà però lo si definisce nemico-uomo (echtros anthrôpos in 13,28); nelle traduzioni compare solo “un nemico” senza “uomo”, per non contraddire quanto segue sul nemico invece “indiavolato”: infatti si tratta originariamente di un nemico umano, non del diavolo, o demonio o satana (fra l’altro figure distinte nell’AT), che almeno tradizionalmente sono entità extra o sovrumane.

Tuttavia l’immagine del diabolico, nel senso etimologico di colui che divide, sparge discordia (zizzania), accusa (come i lefebvriani che vogliono selezionare i “salvati”; il diavolo è “scismatico” per definizione), ben si presta a indicare appunto il nemico maligno che è umano.

I principi di questo mondo. Dobbiamo quindi approfondire con pazienza e studio il discernimento fra bene e male, senza precipitazione nelle situazioni concrete spesso aggrovigliate. Ciò non toglie che poi bisogna riconoscere con coraggio e fermezza il maligno, sia all’interno che fuori dalla chiesa.

In 13,41 si dice che «gli angeli raccoglieranno dal regno del figlio dell’uomo tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità»: se gli scandali sono prevalentemente ad intra (come oggi il cancro della pedofilia nella chiesa), l’iniquità è soprattutto ad extra, a-nomia in greco, quindi anche illegalità, come nelle violazioni odierne del diritto internazionale con invasioni armate.

Più volte si parla, soprattutto nel quarto vangelo, del principe di questo mondo (Gv 12.31; 14,30; 16,11), che però l’evangelista non definisce mai esplicitamente; qui in 13,38 il campo è appunto il mondo. Attualizzando sono i prìncipi, i potenti di questo mondo nella loro diabolicità soprattutto bellica.

Quindi, pur con la cautela nel discernere il bene dal male, con fermezza non possiamo lasciare il mondo, amato da Dio, nelle mani del maligno, o meglio dei maligni che fanno le guerre, dei fuorilegge che vogliono colonizzarlo vantandosi fra l’altro della loro forza distruttrice. Il nostro mondo è infestato da tale malignità, che non è il diavolo-demonio classicamente inteso.

Appendice tecnico-scientifica

Diabolos è assente in Marco, mentre Matteo lo utilizza ma mai come titolo diretto, bensì usato come nome comune in terza persona ad es. nel cap. 4 (tentazioni) ai vv. 1.5.8.11; solo nel v. 10 Gesù gli si rivolge con «Vattene, Satana», ossia con un nome proprio. Nel libro di Giobbe  Satana… fa il “bel mestiere” di scendere dalla corte celeste per sedurre gli uomini, per poi risalirvi ad accusarli presso Dio. Gli altri nomi propri del diavolo sono Lucifero, Beelzebul, Leviatano, Belfagor, Mefistofele, Belial, così chiamato negli scritti di Qumran.

Nella moderna psicologia (del profondo, a partire da C. G. Jung secondo cui Mefistofele rappresenta l’aspetto diabolico di ogni funzione psichica) la figura del diavolo è la personificazione e la proiezione individuale o collettiva di pensieri e contenuti spirituali, di tendenze negative dell’anima, di ciò che sente, desidera e porta in sé di “cattivo”, riprovevole ma tentatore, che deve essere combattuto. Ossia una personificazione-raffigurazione del male: interna o esterna? Per la dottrina cattolica e parecchi teologi l’esistenza di potenze maligne extra-umane e il loro influsso sul mondo farebbe parte della verità rivelata. Ma così non è: si proietta in una mitica entità esterna inesistente.