La rivoluzione industriale ha modellato e sta ancora modellando il mondo che viviamo. Lo può fare grazie alla sua grande capacità di produrre e di innovare. Se confrontiamo il paesaggio e il tenore di vita in Occidente all’inizio dell’Ottocento con quello attuale possiamo comprendere cosa questa rivoluzione produttiva è riuscita a fare, considerando anche che la popolazione da allora è aumentata di cinque volte.
Il percorso dell’Occidente industriale dall’800 a oggi
Questo grande sviluppo però non è stato uniforme. È avvenuto dapprima nel centro-nord Europa, poi nell’America del nord, alla fine dell’Ottocento in Giappone e solo nel Novecento in Russia. Grazie al vantaggio, all’organizzazione, alle risorse, ai sistemi di arma sempre più distruttivi, i primi paesi industrializzati hanno potuto colonizzare il resto del mondo, utilizzandone le risorse per accrescere sempre più il loro sviluppo. La rivoluzione industriale ha così spaccato il mondo in due. Mentre una parte minoritaria, molto avanzata, consuma una parte esorbitante delle risorse mondiali e ha un tenore e un’aspettativa di vita molto alti, la maggioranza che contribuisce a questa ricchezza ristagna nel sottosviluppo. Questa situazione è rimasta pressoché immutata fino agli ultimi Trenta anni del Novecento. Da allora la storia ha avuto un’accelerazione straordinaria.
Ma approfondiamo cosa è avvenuto in Occidente negli ultimi duecento anni, perché è quello che vediamo avvenire oggi. Certo il sistema economico industriale ha una grande forza e una vitalità eccezionali, ma presenta anche dei problemi. Il più grave è che impone alla società le sue regole e le sue leggi che sono molto dure, mettendo in un angolo la politica che tendeva a ordinare la società secondo principi religiosi o tradizionali. Le leggi economiche prevedono una concorrenza spietata che non dà respiro, crea continuamente disuguaglianze (quella tra i paesi del mondo l’abbiamo appena vista), sfrutta l’ambiente e le capacità umane all’estremo, crea centri di potere sempre più grandi e più forti. Alla base del sistema ci sono la domanda e l’offerta di merci, ma anche il lavoro salariato è una merce e come tale viene scambiato su un mercato di concorrenza. All’inizio della rivoluzione industriale però il disequilibrio tra domanda e offerta di lavoro era immenso. Da una parte grandi masse di uomini, donne e anche bambini in cerca di lavoro, dall’altra imprese in numero crescente, ma ancora limitato. Questo portava le condizioni di lavoro e il salario al minimo vitale. Anche il potere politico era contrario agli interessi dei lavoratori. Autocrazie, assolutismo, governi in mano ai ricchi borghesi, erano a favore del capitale perché l’aumento della produzione portava prestigio, potere e ricchezze al paese e alle loro classi dirigenti. In questa situazione le condizioni di vita degli operai erano molto difficili. Abbiamo descrizioni raccapriccianti di come il popolo lavorava in fabbrica e viveva negli agglomerati urbani nell’Ottocento. Contro questa situazione è cominciata subito una lotta sociale. Sindacati e partiti operai, attraverso dure lotte, sacrifici anche della vita, vittorie, sconfitte ed errori, riescono lentamente a ottenere miglioramenti decisivi nelle condizioni di lavoro, nei salari, nei diritti. Questi miglioramenti vanno anche a vantaggio del funzionamento del sistema produttivo, come aveva capito l’industriale americano Ford. Infatti, l’aumento del potere d’acquisto dei lavoratori contrasta la tendenza endemica del capitalismo alla sovrapproduzione. Il vertice di questa azione politica è stato raggiunto nel trentennio dopo la Seconda Guerra Mondiale. In Europa, grazie a un’imposta fortemente progressiva e all’intervento pubblico, si è realizzato lo “stato sociale”, una democrazia in cui il potere pubblico, utilizzando la grande capacità produttiva raggiunta dal sistema industriale, si occupa di tutti i cittadini durante l’intera durata della loro vita. Ma intorno a questa piccola oasi europea di benessere, tumultuavano grandi masse ormai liberatesi dal colonialismo, ma ancora bloccate nel sottosviluppo e nell’arretratezza. È utilizzando questa situazione che il capitale si è lanciato nella globalizzazione, risollevando vertiginosamente i margini di profitto che ormai languivano nel vecchio continente.
Disuguaglianze globali: quando la storia si ripete
Improvvisamente il mondo si è unificato, e ha fatto in una decina di anni un balzo indietro di due secoli. Si ripresentano, questa volta a livello mondiale, le condizioni dell’inizio dell’industrializzazione: un enorme divario tra domanda e offerta di lavoro (le masse di disoccupati e sottoccupati mondiale preme per lavorare a qualsiasi condizione) e la brutalità del potere. Ci troviamo di fronte a Stati autocratici, militaristi, in mano a nomenclature affaristiche, che si preoccupano più di aumentare, attraverso l’incremento della produzione, la loro forza, la loro influenza e la loro ricchezza che del benessere dei loro popoli. È un film già visto, certo con le dovute differenze perché non siamo più nell’Ottocento, ma la sostanza resta sempre la stessa.
L’Occidente è stato completamente travolto come da uno tsunami. In questo periodo il presidente Trump tenta una resistenza usando interventi politici di altri tempi, perché si è accorto che la globalizzazione favorisce i paesi emergenti (Cina soprattutto) e mette a rischio l’egemonia americana. Ma sarà travolto anche lui perché il capitale questa volta gli è contrario. Non accetterà a lungo la decurtazione degli extraprofitti stratosferici che può fare con la mondializzazione.
In questo grande movimento globale l’Europa è in serie difficoltà, è costretta a fare passi indietro, tornando ad epoche che credeva di aver superato per sempre. Ha però un bagaglio di conoscenze e di esperienze da offrire, perché le leggi economiche che modellano l’industrializzazione funzionano sempre allo stesso modo in tutti i luoghi e in tutti i tempi, e quindi il mondo che si sta sviluppando dovrà affrontare gli stessi problemi che abbiamo affrontato noi. La sinistra in particolare ha una grande ricchezza da offrire alle masse sfruttate che cercano di emergere in questo mercato capitalistico del lavoro, caotico e senza regole: la lunga pratica di lotte che sono riuscite a umanizzarlo. Certo ricominciare daccapo in condizioni molto difficili è duro e scoreggiante, ma penso non ci sia altra strada percorribile.
Alla fine di questo periodo, che potrà essere anche abbastanza lungo, in cui il mondo continuerà ad integrarsi e la maggioranza dei paesi arretrati avrà il suo sviluppo, si riaffaccerà per tutti il problema che l’Europa avrebbe dovuto affrontare se non fosse stata travolta dalla globalizzazione. Come distribuire la ricchezza in un mondo in cui la produzione è effettuata dalle macchine dirette dall’intelligenza artificiale, mentre chi lavora è impegnato a fornire servizi essenziali ad altri o alla collettività. In queste condizioni il sistema del lavoro salariato non è più un metodo di distribuzione della ricchezza efficiente. Ma anche su questo problema le idee che la sinistra europea aveva cominciato ad elaborare potrebbero essere decisive.






