Leggere un libro di Robert Macfarlane è sempre un piacere. I suoi racconti di ascese montane, di sentieri battuti, di cammini in luoghi selvaggi sono sorretti da una scrittura brillante e penetrante. Soprattutto, più che in altri scrittori di viaggi, si coglie e affiora – in un libro come Le antiche vie innanzitutto – il legame che intercorre tra il camminare e il pensare.
Spesso si tende ad associare pensiero e staticità, l’atto del pensare sembra suggerire un’assenza di movimento e luoghi chiusi: qualcosa che si compie perlopiù all’interno di una stanza, seduti davanti a una scrivania, in mezzo agli scaffali di una biblioteca. E, in fondo, questo è anche il modo prevalente nel quale lo ha inteso la filosofia, almeno nella tradizione occidentale: pensare è qualcosa che si fa da fermi, come fermo, quasi contratto e ripiegato su stesso, è Il pensatore di Rodin. Non è però mancato, va detto, chi ha connesso pensiero e camminare: «Non posso meditare che camminando» scrive Rousseau nelle Confessioni e Kierkegaard racconta nel suo Diario di essersi trovato «colmo di idee» nel corso di una passeggiata. Ancor più esplicito è Nietzsche, che in Ecce Homo sostiene che non bisogna «fidarsi di quei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. […] L’immobilità è il vero peccato contro lo Spirito Santo».
È lecito però andare oltre e affermare non soltanto che camminare può stimolare l’attività del pensiero ma che il camminare è in se stesso pensiero, che è, o può diventare in certe circostanze, uno stato mentale, un atto di penetrazione intellettuale della realtà. Il camminare è una forma di conoscenza, che può essere declinata in più modi attraverso lo spazio e il tempo. Muovendoci su un sentiero, ad esempio, ci spostiamo nello spazio e arrivando in certi luoghi possiamo talvolta avere la sensazione di oltrepassare dei confini in direzione di un mondo “altro”, di un varco verso una dimensione non più terrestre e forse nemmeno più terrena: un luogo metafisico o un’esperienza del sacro. Ma seguendo dei sentieri ci spostiamo anche nel tempo, ripercorrendo i passi di chi li ha frequentati nel passato. La creazione di un sentiero è sempre un atto collettivo infatti, che si compie assieme a coloro che lo hanno calcato prima di noi e con i quali in qualche modo entriamo in relazione, a maggior ragione se, come nel caso di Macfarlane, si cerca di seguire vie antiche di millenni.
Avanzando nello spazio finiamo dunque per camminare anche a ritroso nel tempo, immergendoci in qualche modo nel vortice del trascorrere della storia e nella suggestione di una capitiniana compresenza dei morti e dei viventi – così Richard Jefferies, durante una passeggiata nel Gloucestshire nel 1887, scriveva che dopo aver raggiunto un tumulo dell’età del bronzo gli era parso di «ricordare e sentire “quel tempo”; il sole di “quel tempo”, e la loro vita».







Bello, Max! Io ho anche un lungo inedito “Pensieri per la strada”. Ciao, Enrico