Rispettivamente il 3 febbraio e il 1° marzo 2026 ricorre il 60° anniversario del primo allunaggio di una nostra sonda automatica (il Luna 9 sovietico nel 1966) e della prima discesa su Venere (il Venera 3 sempre dell’Urss all’inizio di marzo): nel giro di un mese una civiltà tecnologica ha inviato navicelle su altri due corpi celesti trasmettendocene i dati. Avendo già scritto in passato sulla Luna (cfr. comunque la conclusione dell’appendice), mi concentro su Venere, la dea della bellezza e dell’eros sin dall’antichità, l’ellenica Afrodite nata dalla spuma del mare (in greco αφρος, da cui il nostro termine afrodisiaco).

Il nostro Arrival su pianeti extraterrestri

Come Leopardi le «vaghe stelle dell’Orsa» sulle verdi zolle (in Le ricordanze) del giardino paterno, la contemplavo sin da ragazzino poiché, oltre ad essere la “stellina” più luminosa del firmamento, è facilmente individuabile: o a Est prima del sorgere del Sole (chiamata Lucifero, v. il mio articolo precedente «Diavolerie ed esorcismi» del 4 marzo 2026), o alla sera a Ovest poco dopo il tramonto (chiamata Vespero). Alle nostre latitudini Venere non compare mai a notte fonda al centro del firmamento, nei meravigliosi cieli stellati (purtroppo) solo di una volta.

Il raggiungimento di altri oggetti cosmici era una cosa impensabile fino al 1956; ma con l’avvento dell’astronautica nell’ottobre ’57 (col primo Sputnik) sono iniziati, per dirla con Guido Piovene, «gli scatti verso il non-terrestre» (il titolo del quotidiano “La Stampa” del 5 ottobre 1957). In poco più di 30 anni abbiamo esplorato il nostro “giardino di casa”; nel 1989 col sorvolo da parte del Voyager 2 di Nettuno abbiamo provvisoriamente operato una prima mappatura-ricognizione dell’intero sistema solare.

Il Venera 7 del 1970 appurò con precisione che la temperatura sul suolo di Venere oscilla intorno ai 450 gradi (fonde il piombo), con una pressione spaventosa che ci ridurrebbe in poltiglia, più un terrificante odore di uova marce dovuto all’acido solforico. Una situazione insostenibile per un astronauta: andremo probabilmente su Marte, ma non su Venere in quelle condizioni proibitive. Eventuali astronauti potranno solo circumnavigarla ai confini dell’atmosfera superiore in cui ci sono temperature decisamente più miti a noi confacenti. Se esistono microrganismi simili ai nostri (e… belle venusiane), possono sopravvivere solo volando molto in alto (…con la testa) fra le nuvole.

Le fasi… dell’amore

Venere era già famosa come dea dell’amore; lo è diventata ancora di più quando Galileo nel 1610 col cannocchiale ne ha osservato le fasi come la Luna: Cynthiae figuras aemulatur mater amorum: la madre degli amori riproduce le stesse configurazioni della selenica Cinzia: primo quarto, piena, ultimo quarto, a falci sottili chiamata “cornicolata” da Galileo (cfr. la foto).

Secondo il vezzo di allora, le scoperte erano spesso comunicate con un anagramma dell’intera frase, segnalato dalle due ultime due lettere spaiate: Haec immatura a me iam frustra leguntur o y, cioè «Queste cose premature le studio [sono da me lette] ormai invano».

Si sente spesso dire che allora non esistevano “prove osservative” dell’eliocentrismo, per difendere pateticamente il Sant’Uffizio nella condanna di Galileo. Il che non è esatto: se Tolomeo avesse ragione, Venere dovrebbe essere continuamente in fase (soprattutto “cornuta”) e mai piena (e neppure gibbosa) perché nel suo sistema rimane sempre dalla nostra parte fra il Sole e la Terra. È stato ritrovato in una biblioteca di Firenze un’edizione latina dell’Almagesto, con fitte annotazioni a margine che sono quasi sicuramente di Galileo, il quale ha studiato in profondità i calcoli matematici e i disegni-schizzi di Tolomeo nel gran lavoro del II secolo d. C.; il suo “vituperato” equante è l’equivalente secco della seconda legge di Keplero: Tolomeo, avendo a che fare con orbite circolari, ha potuto usare i più semplici angoli: si spazzano angoli uguali in tempi eguali. Keplero invece con le sue orbite ellittiche ha dovuto usare le aree, perché gli angoli non funzionano.

La Venere piena (e gibbosa) significa che essa è andata dall’altra parte del Sole [cfr. l’immagine], come Mercurio che ha anch’esso le fasi complete in quanto pianeta più interno della Terra. Quindi Venere e Mercurio girano intorno al Sole (ciò non significa ancora che lo faccia pure la Terra). Infatti è contro Tolomeo ma compatibile sia col sistema copernicano sia con quello di Tycho Brahe, in cui tutti i pianeti, escluso il nostro, ruotano intorno al Sole, ma il Sole gira quotidianamente intorno alla Terra trascinando la sua… corte planetaria.

Il Sole a mezzanotte

Certo non esistevano prove osservative a portata di mano, ma il Sole di mezzanotte ai poli è decisivo. Già Pitea nel quarto secolo avanti Cristo, circa mezzo millennio prima di Tolomeo, un esploratore geografo della Magna Grecia (di Massalia, l’attuale Marsiglia), si era spinto lungo la costa nordica dell’Atlantico navigando sino al circolo polare artico, e aveva riferito e scritto del Sole notturno oltre che dell’aurora boreale, ma venne ritenuto pazzoide.

All’estremo Nord della Norvegia il Sole non tramonta mai dal 20 aprile al 22 agosto; i fossili del nostro antenato Homo antecessor (vissuto 1 milione di anni fa, di cui parleremo nel prossimo articolo sulla storia dell’Homo sapiens) provano che egli si è avventurato seguendo la costa fino alla Scandinavia occidentale; altrettanto sino ai viaggi lungo le rotte del Nord-Atlantico dei grandi navigatori medievali ben prima di Galileo. Perciò era chiaro fin d’allora, alla vista del Sole notturno, che esso, pur tramontando alle nostre latitudini, non va a girare… dall’altra parte di una Terra immobile, confutando così pure il sistema del danese Tycho [dalla Danimarca non si vede il Sole di mezzanotte] già… nel Pleistocene inferiore dell’antecessor.

Stiamo facendo più di 100 mila km all’ora senza accorgercene, ma il nostro moto si trasferisce sull’oggetto guardato [Sole, Luna, pianeti, cielo stellato con le costellazioni…] in senso inverso: è la trappola in cui è caduto quasi tutto il mondo antico, anche per l’assenza di una teoria fisica che spiegasse come mai il duplice moto del nostro pianeta non ci faccia sobbalzare da terra.

Ma Aristarco, e subito dopo Archimede che lo cita approvandolo nell’Arenario, non si sono lasciati “ingannare” (come invece è successo a Dante) dall’osservazione ingenua degli spostamenti celesti trascinati dal presunto Primo Mobile. Aristarco di Samo visse nel III secolo a. C., quindi della generazione immediatamente successiva a quella di Pitea nel circolo di Alessandria: è perciò probabile che Aristarco abbia letto il Periplo dell’oceano, sicuramente presente nella più grande biblioteca dell’antichità, del geografo che descrisse l’isola di Thule (attuale Islanda oppure Norvegia, le quali nelle loro coste più settentrionali sforano oltre il circolo polare), confermandolo nell’eliocentrismo da lui intuito e proposto.

Tutti i pianeti sì muovono nella rivoluzione in senso antiorario, visti secondo la consuetudine dall’alto − se visti dal basso il senso è orario… e se visto di costa? È una questione di gusti.

Anche la loro rotazione diurna è antioraria, ma con un paio di eccezioni: una è appunto Venere che è oraria, quindi retrograda, e lentissima in 243 giorni terrestri, a fronte della sua veloce rivoluzione antioraria di 224 giorni (di 24 ore). Il giorno di Venere è più lungo del suo anno!

Appendice sugli impatti

Ciò è quasi sicuramente dovuto all’impatto (frequenti agli inizi) di un planetesimo contro Venere, che ne ha bloccato la rotazione primitiva anti-oraria innescandone leggermente un’altra in senso inverso. Anche la rotazione rapida di Urano (di 17 ore) è da considerarsi oraria, e quindi retrograda come Venere [generata nella schiuma del mare… dai genitali di Urano].

Ma, cosa più importante, pure Urano ha subito un forte impatto che ne ha ribaltato l’asse in senso orizzontale, per cui da sdraiato rotola sulla propria orbita anti-oraria di 84 anni: per 42 anni è illuminata una semisfera polare, e per i successivi 42 quella opposta. Mi turba solo l’idea di 42 lunghi anni di notte fonda; un motivo in più… per apprezzare la nostra bella trottolina blu che è un mezzo miracolo da preservare con grande cura!

In verità agli inizi anche la Terra ha subito un vigoroso impatto, che ha sollevato una parte consistente del suo strato esterno andando a formare la Luna, la quale fra l’altro ha reso stabile il nostro asse di rotazione che determina le stagioni [nel mantenerlo inclinato di soli 23 gradi evitandoci di fare la fine di Urano].

La nostra casa è un miracolo: una giusta distanza dalla sua stella per le temperature e l’acqua allo stato liquido (componente fondamentale del nostro tipo di vita), la presenza di una corposa atmosfera ossigenante, il campo magnetico e lo strato di ozono per proteggerci… Dobbiamo tutelarla con acuta preveggenza.