In febbraio è uscito l’aggiornamento relativo al 2025 dei dati sugli «Uccelli Comuni nelle Zone agricole in Italia», realizzato dalla Rete Nazionale della PAC con il supporto della Lipu. Sono dati allarmanti: lo stato di salute dell’avifauna che popola le nostre campagne appare preoccupante e il Farmland Bird Index che monitora l’andamento delle varie specie evidenzia un calo e un trend negativo di vaste proporzioni. Dal 2000 al 2025 abbiamo perso il 33% dell’avifauna agricola e nelle Pianura Padana si registrano punte del -50%, con un vero e proprio crollo che riflette il degrado dell’ecosistema e la costante riduzione delle risorse alimentari di cui gli uccelli si cibano, a cominciare dagli insetti. Risultano più che dimezzate anche alcune specie che un tempo erano assai diffuse, come la rondine (-51%), l’allodola (-54%) e la passera d’Italia (-64%). Tra le cause, si segnalano l’estensione dell’agricoltura intensiva e l’uso crescente di prodotti chimici: nel quadro generale di un ulteriore declino della biodiversità, destinato a impattare pesantemente sulla qualità degli ambienti e sulla sostenibilità degli ecosistemi (basti pensare al concomitante calo degli impollinatori, che minaccia ormai il 70% delle colture alimentari).

Qualche passo in controtendenza

Eppure nel 2022 in Italia e nel 2024 in Europa si sono operate scelte di grande rilievo, proprio nella prospettiva di politiche attive in favore della biodiversità. E’ infatti del febbraio ’22 la riforma con cui il nostro parlamento ha esplicitamente introdotto nell’articolo 9 della Costituzione – e quindi tra i suoi princìpi fondamentali – «la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», insieme con la «tutela degli animali». Ed è del giugno ’24 l’approvazione da parte dell’Unione Europea della Nature Restoration Law (Legge per il Ripristino della Natura) che l’anno precedente era stata votata a maggioranza – con 329 voti favorevoli e 275 contrari – dal Parlamento Europeo: una legge che parte dalla constatazione che solo il 15% degli habitat presenti nel continente gode di un adeguato stato di conservazione, e che si propone di rafforzare la resilienza dei territori al cambiamento climatico, riducendo i rischi di inondazioni, siccità e ondate di calore. Tra gli interventi previsti, oltre alla messa a dimora di tre milioni di alberi, si indica la graduale rinaturalizzazione degli habitat gravemente compromessi, il ripristino di 25000 chilometri di sponde fluviali, l’arresto del consumo di suolo, la tutela delle risorse idriche, l’incremento delle aree verdi nelle zone urbane e una particolare attenzione agli insetti impollinatori.

Tra il dire e il fare

Peccato, però, che nel suo iter travagliato questo provvedimento abbia incontrato fortissime resistenze: e che tali resistenze siano riuscite a stemperarne l’efficacia, al punto da rendere ‘volontaria’ l’assunzione – da parte dei singoli stati – di molti degli impegni previsti. Mediazioni e compromessi si sono resi necessari per ottenere dapprima il voto della maggioranza dei parlamentari, e poi il consenso di almeno 20 stati su 27.

A questo proposito, spiace osservare che il nostro paese è stato tra i 7 contrari. Persino quel testo limato e annacquato è stato respinto dal governo italiano, che ha fatto propria la netta contrarietà espressa in sede parlamentare dalle formazioni di destra e da una parte del Partito Popolare Europeo. Ora, in ottemperanza a quanto previsto dalla legge, anche il governo Meloni dovrà redigere e presentare un proprio Piano Nazionale di Ripristino. Ma con tali precedenti c’è da aspettarsi che si procederà con il freno a mano tirato e si giocherà al perpetuo rinvio: come sulla legge quadro che dovrebbe normare il consumo di suolo, che non ha ancora visto la luce e difficilmente la vedrà in questa legislatura.

Sensibilità zero

D’altronde – tornando ai poveri uccelli e alla fauna selvatica – che la sensibilità dei partiti di governo per i temi ambientali sia scarsa lo dimostrano i continui tentativi di peggiorare, anche a livello regionale, la legislazione e le normative che riguardano la caccia. Mentre i calendari venatori si estendono sino ai periodi delle migrazioni e della nidificazione, in Piemonte si è riaperta persino la caccia alla pernice bianca (che è a elevato rischio di estinzione su tutto l’arco alpino) e ad altre specie che necessiterebbero di protezione, tra cui l’allodola e la coturnice. E la lobby dei cacciatori – una minoranza sempre più esigua, ma sovrarappresentata – ha la meglio sugli appelli dei cittadini interessati a preservare un bene comune e a consegnarlo (nel rispetto della Costituzione) alle “future generazioni”.