Il ciottolo è una creatura
perfetta
uguale a se stesso
attento ai propri confini
esattamente ripieno
di senso pietroso
con un odore che non ricorda nulla
non spaventa nulla non suscita desideri
il suo ardore e la sua freddezza
sono giusti e pieni di dignità
provo un grave rimorso
quando lo tengo nel palmo
e un falso calore
ne pervade il nobile corpo
– I ciottoli non si lasciano addomesticare
fino alla fine ci guarderanno
con un occhio calmo e molto chiaro
Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata
Sono insolitamente numerose le poesie dedicate alle pietre (ciottoli, sassi…), come a dire che se si può parlare di pietre allora si può parlare di qualsiasi cosa, perché persino i dettagli più insignificanti possono diventare un punto di vista privilegiato dal quale guardare al mondo, una sorta di occhiale immaginifico che rende il piccolo prospettiva del grande.
C’è una scena ne La strada di Federico Fellini (1954) generalmente nota come la «filosofia del sasso», in cui il Matto − un acrobata che la protagonista Gelsomina incontra nel suo vagabondare tra i carrozzoni circensi − legge la tristezza negli occhi della giovane, consolandola a suo modo, con parole che sembrano far risuonare la tradizione del fool shakespeariano.
«Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso lì, per esempio».
«Quale?».
«Questo… uno qualunque. Ecco, anche questo serve a qualcosa, anche questo sassetto».
«E a cosa serve?».
«Serve… ma che ne so! Se lo sapessi sai chi sarei?».
«Chi?».
«Il Padreterno che sa tutto: quando nasci e quando muori. Non lo so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se tutto è inutile, allora è inutile tutto. Anche le stelle, almeno credo… e anche tu. Anche tu servi a qualcosa, con la tua testa di carciofo».
Per dire che anche lei, Gelsomina, ha il suo ruolo nel mondo – a dispetto della vita infelice che conduce con Zampanò −, il Matto prende a esempio un sasso. Se sapesse rispondere a che cosa serve, non lo chiamerebbero Matto. Ma che serva a qualcosa, quello lo sa. Il sasso come le stelle, il piccolo e il grande, appunto.
Il Siddharta di Herman Hesse, raggiunta un’età veneranda e grande sapienza, dà pari valore a ogni cosa all’interno del cerchio delle trasformazioni in cui confida la sua tradizione: «questa pietra è pietra, ed è anche animale, è anche dio, è anche Buddha, io l’amo e l’onoro non perché un giorno o l’altro possa diventare questo o quello, ma perché essa è, ed è sempre stata, tutto; e appunto questo fatto, che sia pietra, che ora mi appaia come pietra, proprio questo fa sì ch’io la ami, e veda un senso e un valore in ognuna delle sue vene e cavità, nel giallo, nel grigio, nella durezza, nel suono che emette quando la colpisco, nell’aridità e nella umidità della sua superficie […]. Ma non farmi più dir altro di ciò. Le parole che colgono il significato segreto, tutto appare sempre un po’ diverso quando lo si esprime, un po’ falsato, un po’ sciocco, sì, e anche questo è bene e mi piace moltissimo» (Adelphi 1988, pp. 162-3).
Le citazioni sui sassi sono tali e tante che se ne potrebbe fare un’antologia. A ogni testo, una nuova sottolineatura, un nuovo significato estratto da probabili etimologie, frasi proverbiali, immagini mondane e metafore bibliche. Così tante da perdersi. Seguiamo invece la poesia in apertura di Zbigniew Herbert, poeta polacco che ha vissuto quasi interamente il secolo scorso e i suoi conflitti (bellici e post-bellici) e che intitola allusivamente una sua raccolta di poesie Rapporto dalla città assediata, riferendosi a quel momento particolare in cui Solidarność viene messo fuori legge. Da questa raccolta è tratto il nostro testo, che guarda a un ciottolo e vede molto altro: la perfezione in sé conchiusa, un’immagine semplice che non inquieta, una consistenza d’essere fiera e rispettabile, non piegabile alle altrui lusinghe. La sua materialità durevole, lo rende più stabile nel tempo, dal quale continuerà a osservarci e, forse, giudicarci.
È quindi tale stabilità e fermezza a farne l’occhio privilegiato sul mondo, a renderci vieppiù chiara la nostra condizione effimera, resa evidente dalle crisi che in ogni tempo attraversiamo, e quindi buona purtroppo per ogni frazione di storia in cui ci sia dato di vivere. Noi invece i sassi li calpestiamo, dimentichi della nostra finitudine e della loro maggiore durevolezza. I sassi però, come tanti degli oggetti di cui ci circondiamo, o che ci circondano nostro malgrado, ci sopravvivono. È questa una delle constatazioni più amare che ci raggiunge quando abbiamo perso qualcuno e continuiamo a vedere che tutto il resto attorno non è cambiato, anche se in quel momento ci sembra che avrebbe dovuto. Ma i sassi restano lì, a memoria del fatto che qualcosa va e altro rimane. A memoria del fatto che non li abbiamo guardati con sufficiente attenzione… per questo c’è la poesia!







Davvero bello! Finalmente qualcuno ricorda la grande poesia metafisica della Storia! Herbert, certo, Hesse, certo, e, perchè no, Montale (la sopravvivenza, la memoria), ci si potrebbe spingere alle ombre “assolate” e silenti di De Chirico…
Soprattutto c’è, nel ciottolo e nell’apparentemente inanimato, la memoria dell’Eterno e della creazione; San Francesco direbbe (e forse lo ha detto) nostro frate ciottolo…