Come sarà morire? Già, come sarà? Intanto, non è stupido, né psicotico, farsi la domanda. Socrate diceva: sarà come un sonno senza sogni, oppure sarà un conversare con i sapienti. Sì, ma questo una volta arrivati. Ma andare, come sarà? È questo che ci interroga, anzitutto. Sarà come nascere, come la prima volta? Venivamo dal niente? No, venivamo da viventi vicini. Morire sarà come quell’uscire da una fessura stretta, con pena, nel vuoto, e ci sembrava perdere tutto (fino a quando la mamma ci faceva ritrovare a bere vita dal suo seno)? Morire sarà perdere la nostra attuale sistemazione che ora stiamo difendendo in tanti modi? Sarà un senso di smarrimento o di liberazione? Dipende da come staremo, quale spinta sentiremo alla morte: una malattia lunga, penosa, un male, una lunga caduta, una ferita, un disfacimento? I nove mesi della prima nascita, per i più di noi, sono stati dolci, protetti.

È questo, in realtà, che ci preoccupa: più che l’essere morti, lo scivolare nel morire. Un paio di miei conoscenti recentemente sono morti mentre camminavano per strada. Li invidio: si ferma il cuore, tutto finito. Oggi giustamente la mentalità, la morale, la legge, ammettono l’accompagnare chi ormai morirà ad andare senza tormenti, consapevole. La vita è un dono (della natura, di Dio), ma ora è nella nostra personale responsabilità, come ogni dono: dunque la gestiamo in giustizia, dignità, coscienza. Poi, in un modo o l’altro, saremo morti. Come sarà? Abbiamo sentito Socrate. Qualcuno ha detto che tutta la filosofia, tutto il lavoro della sapienza, l’eredità dei maestri di vita, sta nell’imparare a morire. Non solo a vivere, ma anche a morire: vivere sapendo morire.

Ma ci interroga anche il dopo: andremo nel nulla, salvo un sempre più evanescente ricordo negli altri, familiari, amici? Io spero non solo questo. Vi sembra troppo orgoglioso pensare di non essere destinati al nulla? Socrate dice bene. Per me, per tanti, Gesù Cristo è credibile, perché è amante delle nostre vite, specie le più povere, quando promette “vita eterna” a chi lo segue. Non tanto una durata temporale infinita, ma il non finire nel nulla: cioè entrare nella vita di Dio. Ora, Dio non si dimostra con un teorema: nessuno l’ha mai visto − dice il vangelo di Giovanni − ma Gesù Cristo, vero figlio suo, ce lo spiega, ce lo mostra, ce lo presenta vivente. Ci propone di credere che Dio è Padre di vita, vivente che dà vita a chi non la rifiuta, e non la offende. Io vorrei credere davvero, aderire intimamente a questo vangelo. Non solo per la mia morte, ma per ogni vita: «non uccidere», perciò non opprimere, non imperare, non rubare vita, non fare la guerra. Tutte le religioni e sapienze, quando non sono usate dai prepotenti, tutte curano la vita, la riparano dalla violenza, come preziosa, non degna di essere trattata come un niente. La “regola d’oro” è universale: l’altro vale come te, c’è un uguale mistero di valore in ogni vita. Come si dimostra? Si sente, come il diritto a vivere, a respirare. Una legge “non scritta”, incisa in noi più di quella scritta.

Ora viene la Pasqua, mistero che dice: la vita buona, generosa, creativa, è viva, è più forte della morte. Ognuno di noi accoglie, aderisce all’uno o l’altro modo di pensare, di orientarsi a quell’orizzonte, con rispetto e venerazione per ogni sguardo serio e buono. Aldo Capitini, religioso non ortodosso, pensa seriamente queste cose e parla della “compresenza” dei vivi e dei morti. E anche per chi resta pensoso, ma intanto vive, è importante vivere ora azioni costruttive di vita, con gli altri, per gli altri.