Giunse tra noi un mattino d’inverno del ’56 o del ’57. Si chiamava Silvana, era graziosa e portava i capelli biondi, raccolti a coda di cavallo. Nessuno ci disse niente di lei, né i professori, né i compagni, né gli operatori scolastici, allora chiamati bidelli, di solito ben informati. Andò ad occupare l’unico posto libero nell’ultimo banco. Con lei fummo 34: quando si parla dell’eccessivo numero di allievi per classe… Ricordo che sì inserì rapidamente e, diligente e studiosa, a giugno fu promossa senza difficoltà alla classe successiva. Ma da dove veniva e dove abitava? Le voci corrono e alcuni parlano, a bassa voce, di Via Guido Reni, allora in aperta campagna, o meglio di Via Veglia, dove esistevano bassi fabbricati chiamati «casermette». Cameroni in cui convivevano molte famiglie, divise tra loro da coperte pendenti da fili di ferro. Di questa dolente promiscuità ci dà testimonianza Marisa Madieri, con le indimenticabili pagine di Verde acqua, al suo arrivo, come profuga, ai silos di Trieste.
Anche Silvana era profuga istriana, approdata con la famiglia a Torino, in quelle precarie condizioni. Arrivata in una città non particolarmente accogliente, ma con un’industria in forte espansione alla vigilia del c.d. «miracolo economico», quindi con buone prospettive di lavoro. Inutilmente ho cercato il suo cognome nel lungo elenco di membri delle associazioni giuliane a Torino. Nella bella mostra fotografica, allestita nella sede storica di Via Piave dell’Archivio di Stato.

Ricordi liceali di quasi 70 anni fa che riemergono con la lettura di un libro di memorie, particolarmente toccante: Costretti all’esilio. Memorie di una bambina istriana di Nevia Mitton (Mursia 2024). Nevia è una bimba di sei anni quando, nel 1952, lascia il paese natale di Valle d’Istria (ora Bale), per l’Italia. Passa attraverso i centri di raccolta profughi (CRP) di Udine, Altamura, Marina di Carrara e Torino, dove giunge nel 1956. Una prosa semplice e chiara, un atteggiamento sempre dignitoso, senza lamenti, una capacità non comune di intrecciare la propria vicenda con gli eventi storici e una corretta lettura politica di avvenimenti estremamente complessi. L’esodo di Nevia Mitton fa parte della terza e ultima ondata dell’esilio forzato. La prima scattò alla caduta del fascismo nel luglio 1943 e interessò i soggetti più compromessi col regime. «Dopo l’unificazione con l’Italia (Trattato di Rapallo,1920), questa si rivelò matrigna, con il volto crudele del fascismo che… voleva cancellare storia e cultura delle minoranze slave». Italianizzati i cognomi e i nomi delle vie e delle località. La via maestra di Valle divenne “Via Roma”, e un’ignota mano di Pasquino commentò “Anca subito!”. L’Italia e il suo governo non erano graditi» (p. 42). Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’occupazione italo-tedesca (dal 6 aprile 1941) nasce la resistenza jugoslava. In Slovenia le truppe italiane (Lubiana era diventata una provincia del regno) scatenano massacri e deportazioni, che colpiscono soprattutto i civili. Sono i giorni in cui il generale Roatta lamenta «che non si ammazzi abbastanza». «Una pagina vergognosa della storia italiana”» commenta l’autrice, ma era già la seconda, aggiungo io, dopo quella della forzata italianizzazione degli anni ’20 e ’30.
Una successiva ondata ebbe luogo nei concitati giorni della fine del conflitto (aprile-maggio 1945), prima della definizione del Territorio libero di Trieste, diviso in zona A, sotto amministrazione alleata, e zona B, provvisoriamente affidata alla Jugoslavia.
Infine la terza ondata, che si protrasse per anni, fece seguito al definitivo assestamento dei confini, con il ritorno della zona A con Trieste all’Italia e la definitiva assegnazione della zona B alla Jugoslavia. Situazione che ebbe un assetto giuridico solo nel 1975 con il trattato di Osimo. Una curiosità: alla dissoluzione della Jugoslavia, giugno 1991, la destra neofascista del Movimento Sociale Italiano chiese (con che faccia!) che si riaprisse la questione del confine orientale. Per fortuna, senza successo. Ne parla l’ambasciatore Sergio Romano (Lasciamo il confine dov’è in Micromega n. ½, 1993).
Il viaggio verso l’Italia avviene di notte su un carro trainato da un cavallo. “Mi chiedo… se i miei genitori avessero scelto di partire a quell’ora tarda per non dover imprimere nella memoria la visione dolorosa del paese che….si allontanava per sempre! L’oscurità era più adatta al triste momento» (p. 22).
La famiglia Mitton aveva tentato di rimanere, ma la situazione era diventata insostenibile dopo l’espulsione dal Cominform del Partito Comunista Jugoslavo, guidato dal maresciallo Tito (Josip Broz). Lo zio di Nevia, segretario del partito comunista jugoslavo a Valle d’Istria è ricercato perché rimasto fedele all’ortodossia sovietica e considerato un traditore. Per sfuggire all’arresto si nasconde in un casolare abbandonato. Ma molti suoi parenti, a partire dal padre di Nevia, sono arrestati dalla polizia segreta e accusati di complicità e favoreggiamento. Dopo varie disavventure giudiziarie il padre e lo zio dell’autrice saranno condannati al carcere duro e ai lavori forzati. «Mio padre, scalpellino di professione, non era compromesso con il fascismo e non era comunista» (p. 28). Semplicemente era italiano.
Nel gennaio 1952 la decisione di lasciare Valle D’Istria per un futuro difficile e incerto. I profughi vivono segregati dalle città, in condizioni di povertà e guardati con diffidenza dalle popolazioni locali. Il padre di Nevia, bravo artigiano della pietra, riesce a trovare lavoro, in specie quando si trasferisce a Carrara, e a mantenere con grande dignità l’intera famiglia. Si sparge poi la voce: a Torino la Fiat assume molti operai ed è anche possibile avere finalmente una casa decente. Ma le promesse tardano a concretizzarsi e per sei mesi nella primavera-estate del 1956 la famiglia Mitton deve accontentarsi di una baracca in legno e cartone catramato nel gerbido di Corso Polonia, tra Moncalieri e Torino, sulla riva sinistra del Po, nella zona che diventerà poi Italia ’61. «Nei giorni di pioggia l’acqua si infiltrava e dovevamo porre rimedio con pentole e catinelle… Casualmente sopra i letti, la copertura era integra» (p. 119).
Qui tornano i ricordi personali. Con gli amici del liceo, tutti appassionati di ciclismo, spesso si tornava dalle salite collinari e si sfrecciava in Corso Polonia (una striscia d’asfalto tra i prati incolti), con le nostre fiammanti bici da corsa. Guardavamo quelle povere baracche con compassione, ma anche con un po’ di diffidenza, colpiti dalle frotte di bambini che giocavano nella sabbia e nella polvere. Tra di loro, a dieci anni d’età, c’era anche Nevia Mitton. Finalmente una casa. Dove? A Lucento, al villaggio “profughi” (guarda caso), poi chiamato Villaggio S. Caterina. Nevia si sposerà nel 1973 e si trasferirà in Puglia, una terra, dice, che le ricorda le origini istriane. Il suo libro si chiude con l’istituzione del giorno del ricordo (legge 30 marzo 2004, n. 92). «Al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati e della più complessa vicenda del confine orientale».
Per una serie di convenienze e opportunità politiche questi fatti furono totalmente rimossi. Solo alcuni storici coraggiosi e pochi istituti di ricerca, tra i quali è doveroso citare l’Istituto Storico della Resistenza di Torino, cercarono di mantenerne viva la memoria. «Riaprire la questione dell’esodo è stato come riaprire una ferita mai ben rimarginata… il 10 febbraio di ogni anno, le opposte fazioni, strumentalizzano la nostra storia… Tutto questo mi dà molta tristezza” (p. 150). Un’altra pagina vergognosa della nostra storia a cui, con molto ritardo e con molta fatica, si è finalmente cercato di rimediare.







Il volume offre a P.Q l’occasione per affrontare un argomento che è stato sempre controverso e divisivo, eludendo sia la vicenda storica, sia i drammi umani che ad essa sono connessi. Lo conferma lo stesso Q. con il ricordo personale della giovane profuga Silvana arrivata nella sua classe come caduta dal cielo è rimasta estranea a compagni e insegnanti x tutto l’anno. Nel ricordo della scrittrice Torino, dove approderà la sua famiglia dopo un lungo iter nei campi profughi, risulta citta fredda, poco accogliente,propensa a tenere ai margini anche territoriali gli “estranei”. Con l’istituzione nel 2004 del giorno del ricordo la vicenda dell’esilio forzato imposto alle popolazioni istriane, dalmate e fiumane diviene materia che ci interroga nel profondo. Il tema delle “foibe” su cui si è soprattutto concentrata l’attenzione, allontana lo sguardo dalla tragedia quotidiana di chi è costretto alla condizione di profugo
Caro Pier, le tue “storie” toccano sempre argomenti “pungenti” e rivelano la tua profonda empatia e “pietas” verso il genere umano. Pochi si salvano e tutti nella sofferenza!
Vorremmo sapere qualcosa di più di Silvana……
Per sopravvivere vedi “L’Eternità nell’istante” di Rachel Bespaloff, comunque morta suicida……. suma bin ciapà.
Quell’istante, unico positivo, è quello in cui ascolti un pezzo di Bach……..