Caro Pier Luigi,

grazie della tua sintesi di letture sulla guerra, sulle sue vittime giovani. Sai che quella guerra 40-45 è stata la mia triste preziosa scuola, l’ho sentita sulla pelle, anzi dentro, perché non mi ha ferito la pelle bambina, ma il sentimento, l’anima che osservava e cresceva. Siamo debitori a chi ha lottato nella Resistenza, ma oggi sappiamo meglio di allora ciò che, ben più delle armi, occorre per stabilire la giustizia.  Ho visto i morti, e li ho qui presenti, anche ora, con o senza nome, prelevati da tutti i popoli che quel delitto ha travolto: i nemici del giorno prima, morti o feriti, giacevano insieme sul cassone dei camion scoperti che venivano dal fronte, sotto la mia finestra. Tantissimi altri come me hanno vissuto quel tempo, per ricordarlo anche oggi, e molti di loro hanno già raggiunto quella pace superiore, che chiude l’orrore. Perché, altrimenti, dimenticare è tradire. Per questo, fai bene a scrivere, e a raccogliere chi ha scritto.

Anni dopo, sono  stato anche a Osnabrückh, nella casa di Erich Maria Remarque, come in altri santuari di memorie, quasi a entrare nel suo libro e nella storia della sua guerra calata in quel libro, e nella presenza viva delle persone narrate. Ma ecco che oggi vediamo di nuovo alcuni, falliti in umanità, potenti  in denaro e in armi quanto in cecità umana, che stendono guerre, ancora più omicide di quelle di allora, sulle città, le case, le tende, su terre intere, su formicai umani, già popolati di vittime, perché ancora e ancora si muoia di dominio, per oggi e per domani. Questo vediamo, fino in cucina, mentre ceniamo e tentiamo di non volerlo, mentre ci accade. E il veleno è l’impotenza, la viltà di abituarci, di rassegnarci, e di pensare impossibile la vita senza offesa. Peggio che uccidere è rassegnarsi all’uccidere, a vedere uccidere.

Noi siamo traditori, se non insorgiamo, col pensiero, la volontà, la politica. Il denaro esce a fiotti dalle fabbriche di armi, premio ai grandi omicidi. Allora, oggi la difesa necessaria è anzitutto interiore: sentire che non è questa l’umanità! L’umanità può non essere questa. Non è dominio e morte, la relazione umana. Non è politica, non è vivere insieme, quella che prepara e fa la guerra. Non è umanità, la tolleranza dell’ucciderci quando una differenza ci oppone gli uni gli altri. Non è umano impugnare la morte come strumento, invece di rinviarla con cura fino alla sua ora, e poi accoglierla magari come sorella, misteriosa e mite, con Francesco di Assisi. E infine ci occorre non disperare, che sarebbe dimetterci da viventi chiamati a costruire vita. Non siamo nati per tradire la vita. Sarà possibile vivere insieme. Vogliamolo, a costo di tutto. E’ questo, fare il 25 aprile.