Pubblichiamo la seconda parte dell’articolo pubblicato il 1° maggio.

Franco Fortini − Canto degli ultimi partigiani (1946)

Questo canto − quattro quartine a rima alternata, ritmo martellante − fu letto da Umberto Eco alla Columbia University di New York il 24 aprile 1995, per il cinquantesimo anniversario della Liberazione. La forma riprende la canzone popolare e la ballata; non c’è un «io», c’è un «noi».

Sulla spalletta del ponte

Le teste degli impiccati

Nell’acqua della fonte

La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato

Le unghie dei fucilati

Sull’erba secca del prato

I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi

La nostra carne non è più d’uomini

Mordere l’aria mordere i sassi

Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti

E sulla terra faremo libertà

Ma l’hanno stretta i pugni dei morti

La giustizia che si farà.

Le prime due strofe sono un inventario di corpi senza vita: «teste», «bava», «unghie», «denti» degli impiccati e dei fucilati. Non eroi, non martiri − frammenti. Le strutture sintattiche sono prive di verbo: istantanee, fotografie di cadaveri. L’assenza di predicati congela il tempo. Quando i verbi compaiono nella terza e quarta strofa −«mordere», «s’è letta», «faremo» − l’effetto è di risveglio.

La congiunzione «Ma» all’inizio dell’ultima strofa rompe l’accumulo del dolore. I superstiti hanno letto un messaggio negli occhi dei compagni morti; quella morte non deve essere vana. La «giustizia che si farà» è ancora stretta nei pugni dei morti − trattenuta, da costruire, ma già lì.

Giovanni Raboni − Senza titolo

Dopo il picco corale di Fortini, Raboni introduce uno scarto scomodo e quasi grottesco.

L’hanno picchiato a sangue, non a morte

il figlio mezzo scimunito

della fiorista del paese

che girava fischiando «Giovinezza»

due, al massimo tre giorni

prima del 25 aprile.

Era fascista? Certo −come quelli

che l’hanno preso a pugni

erano uno di Masnago, gli altri

di Induno: per esserci nati.

Mai più saremmo stati, lì da noi,

così atrocemente innocenti.

Un ragazzo con disabilità intellettiva fischiettava l’inno fascista a due o tre giorni dalla Liberazione; lo picchiano altri giovani del paese −di Masnago e Induno Olona, frazioni vicino a Varese −«per esserci nati»: non per convinzione politica, ma per appartenenza geografica e sociale. La toponomastica reale e precisa dice che questa storia è accaduta davvero, in un posto identificabile.

Raboni non nasconde la contraddizione: «Era fascista? Certo» − ma erano «fascisti per nascita» anche i suoi picchiatori, cresciuti sotto il fascismo, plasmati da quella cultura senza averla mai scelta consapevolmente. Le identità politiche in quel momento convulso erano spesso ereditate più che deliberate. Qui ritorna il filo di Montale −«più nessuno è incolpevole» −rovesciato però in modo vertiginoso: nell’ultimo verso, «atrocemente innocenti», l’ossimoro non descrive i carnefici ma le vittime di un’epoca, ragazzi travolti dalla storia prima di poter formare una coscienza. Atrocemente: la violenza è reale. Innocenti: non capivano davvero dove si trovavano. L’innocenza non li scagiona, ma Raboni rifiuta di condannarli senza capirli.

La poesia esplora la zona grigia della storia −quel territorio in cui il confine tra chi ha combattuto per la libertà e chi ha servito il fascismo si sfuma, e tutti appaiono, in misura diversa, creature di un’epoca.

Attilio Bertolucci − Senza titolo (1945)

Alla fine di aprile del 1945, nei giorni della Liberazione, la madre di Giacomo Ulivi cercò il suo ex professore Attilio Bertolucci per consegnargli uno straccio di carta. Su quel foglietto, il ragazzo −studente brillante al liceo Maria Luigia di Parma −aveva copiato a memoria, poche ore prima di essere fucilato dalle Brigate Nere in Piazza Grande a Modena, alcuni versi del suo professore. Ulivi aveva diciannove anni. Scrisse poi Bertolucci: «così la poesia, se non gli aveva salvata la vita, gli era stata vicina nel suo avviarsi, diciannovenne, alla morte».

È giunta la notizia della tua morte

nei giorni delle bandiere spiegate,

nei caldi giorni di un maggio cittadino

in festa al suono d’antiche fanfare.

Non sapevamo più nulla di te…

Ora sei tornato nel pallore

della tua passione, la morte

non può vincere la tua giovinezza tenace.

La poesia è costruita su un paradosso temporale: la notizia della morte arriva «nei giorni delle bandiere spiegate» −il ragazzo ha pagato con la vita quella libertà; la notizia arriva nel momento in cui il prezzo si capisce per intero, quando non serve più. C’è in questo una crudeltà silenziosa che Bertolucci lascia stare, senza commentarla.

«Passione» ha una risonanza cristologica intenzionale; il «pallore» è quello del volto del martire. Ma il finale −«la morte / non può vincere la tua giovinezza tenace» −afferma che quella giovinezza sopravvive. «Tenace» è la parola più importante: si aggrappa, resiste anche alla morte; e come dimostra la storia, ha davvero resistito −nei versi del suo professore, nella memoria collettiva, nel nome di un liceo.

Primo Levi − Partigia (1981)

«Partigia» era un’espressione popolare piemontese per indicare i combattenti della Resistenza più audaci. La poesia fu scritta il 23 luglio 1981 e pubblicata su La Stampa il 18 agosto: Levi aveva sessantadue anni. Era l’anno della loggia P2, delle Brigate Rosse, di un’Italia lacerata. I partigiani della sua generazione erano ormai vecchi o morti.

Dove siete, partigia di tutte le valli,

Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,

Quelli che restano hanno i capelli bianchi

E raccontano ai figli dei figli

Come, al tempo remoto delle certezze,

Hanno rotto l’assedio dei tedeschi

Là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,

Altri rosicchiano la pensione dell’INPS

O si raggrinzano negli enti locali.

In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,

Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,

Con molti inverni nel filo della schiena.

Il pendio del sentiero ci sarà duro,

Ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci.

Diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.

Come allora, staremo di sentinella

Perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,

Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,

La mano destra nemica della sinistra.

In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:

La nostra guerra non è mai finita.

La poesia apre con un appello nominale −«Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse» −i nomi di battaglia scelti nella clandestinità, nomi di forza e velocità. Levi li chiama come si chiama chi è lontano, o chi non c’è più.

La seconda strofa è affettuosa e crudele insieme: «rosicchiano la pensione dell’INPS», «si raggrinzano negli enti locali». Levi non idealizza; i partigiani sono invecchiati, si sono reinseriti nella vita ordinaria spesso con difficoltà e mediocrità. Quella parola −«rosicchiano» −ha una tenerezza precisa, quasi comica; ma l’invito che segue è serio: «In piedi, vecchi: per noi non c’è congedo». E poi: «Ritorniamo in montagna». Il filo che cominciava con l’andare in montagna di Erba si chiude qui, quarant’anni dopo, con un ritorno −lento, ansante, con «molti inverni nel filo della schiena» −che è gesto simbolico di fedeltà a un’appartenenza.

L’ultimo movimento è il più oscuro: «Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno». La domanda è la più onesta che si possa fare alla Resistenza nel 1981, e forse anche oggi: a cosa si torna, se il nemico non si riesce più a nominare? «La mano destra nemica della sinistra» è un’immagine domestica e corporea −il corpo politico lacerato, incapace di coordinarsi. L’ultimo verso −«La nostra guerra non è mai finita» −non è un invito alla violenza; è il riconoscimento che i valori per cui si è combattuto devono essere continuamente custoditi, in ogni epoca, contro forme nuove di prevaricazione.

L’ossimoro irriducibile

Questi otto testi, nell’ordine in cui li proponiamo, costruiscono un percorso che non si chiude. E forse il tratto più significativo che li attraversa tutti è proprio la figura dell’ossimoro: il titolo La primavera hitleriana di Montale; i «miti carnefici» nella stessa poesia; l’«armonioso sfacelo» di Caproni; la «giovinezza tenace» di Bertolucci; gli «atrocemente innocenti» di Raboni. La lingua della Resistenza, nella poesia, non può fare a meno di contraddirsi − perché l’esperienza che descrive era contraddittoria nella sostanza, piena di zone grigie, di scelte impossibili, di colpe senza intenzione e di atti eroici quasi anonimi.

Questa irriducibilità a una spiegazione univoca è forse il contributo più onesto che la poesia può dare alla memoria storica. I libri di storia spiegano i fatti; le poesie restano aperte su di essi. Chi è la donna che aspetta Pavese alle colline? Cosa «vive intatta» nella notte di Caproni? Quale nemico deve fronteggiare il vecchio partigiano di Levi? Le risposte non sono univoche; e la resistenza di questi testi a chiudersi è già, di per sé, un modo di tenere viva la domanda.

Quest’anno cadono gli ottant’anni dall’elezione dell’Assemblea costituente, giugno 1946: la prima volta che le donne votarono in Italia, la prima volta che, dopo vent’anni di dittatura, il paese si diede liberamente una forma. Calamandrei aveva ragione: quella forma nacque nelle montagne, nelle carceri, nei campi di esecuzione. Come le poesie ci hanno fatto vedere.

Foto di Andreas Haslinger su Unsplash