È stato di recente presentato presso la libreria Claudiana di Torino, per iniziativa della sezione ANPI Nicola Grosa, particolarmente attiva nel quartiere di San Salvario, un romanzo assai interessante e in parte ambientato nella Resistenza piemontese, intitolato Caramelle all’arancia ed edito da Giovane Holden Edizioni. L’autore è Piero Sesia, che nel campo della narrativa non è un esordiente, avendo pubblicato tre raccolte di racconti per lo più premiati in vari concorsi letterari, oltre a un paio di romanzi.
In questo come nei precedenti, Sesia adotta una struttura narrativa che potremmo definire binaria, in quanto nella scansione dei capitoli si alternano contesti temporali diversi e distanti: da un lato, la breve vicenda di un uomo d’affari che ai nostri giorni − in una trasferta di lavoro − si aggira nel grigiore di una città svizzera; e dall’altro, le pagine ingiallite di un manoscritto casualmente ritrovato, ovvero delle lettere indirizzate alla madre analfabeta da un ventenne fuggito sui monti della Val Maira agli inizi del 1944 e militante in una brigata garibaldina. Da ciò scaturisce una sorta di confronto serrato tra quel tempo – a suo modo eroico, nonostante il taglio antiretorico della scrittura – e una contemporaneità che sembra segnare una lontananza abissale da quella stagione di passioni ideali e di attese. In qualche modo, suona emblematico anche il contrasto tra la dimensione collettiva e corale di allora (il vivere in gruppo, gomito a gomito, partecipi di un destino condiviso, e quasi sottratti a ogni dimensione privata) e la solitudine più o meno disincantata dell’odierno uomo d’affari, che è per certi versi – ma non sempre – un alter ego dell’autore.
Tra i temi che affiorano merita di essere segnalato quello del rapporto a tratti difficile e problematico che si instaura tra i “garibaldini” delle Brigate (di orientamento comunista, anche se la scelta era talora imposta dagli eventi) e le formazioni di Giustizia e Libertà, che per la loro matrice ideologica accoglievano più spesso ex ufficiali o giovani di famiglie borghesi. Emerge con evidenza il carattere plurale e anche interclassista della Resistenza: tra l’altro, l’unico personaggio storico che si affaccia a più riprese nel corso della vicenda è Giorgio Bocca, che nelle vallate del cuneese agì per l’appunto con il ruolo di comandante in Giustizia e Libertà.
Ma un altro aspetto che percorre l’intera narrazione è quello della Resistenza come momento formativo: non soltanto in quanto costituì un passaggio decisivo nella crescita umana e culturale di una generazione che divenne adulta in quegli anni (e in questa prospettiva potremmo qui parlare di ‘romanzo d’apprendistato’), ma anche in quanto preparò e fornì all’Italia del dopoguerra, della Costituente e della ricostruzione, una componente trainante della futura classe dirigente. I “garibaldini” con cui opera il partigiano Chico – il protagonista/estensore delle lettere ritrovate – arrivano addirittura a organizzare una sorta di scuola, con l’intento di attrezzarsi per il successivo tempo di pace: «Dovremo – spiega loro il commissario politico – essere in grado di amministrare i comuni, dirigere le cooperative, essere punti di riferimento politico».
Nell’insieme la narrazione di Sesia – che attinge ai racconti ascoltati negli anni ’70 dalla viva voce di un ex partigiano – evidenzia bene lo iato tra la quotidianità e gli eventi epocali («facciamo la storia e rubiamo cipolle»), ma al tempo stesso si apre all’eco delle esperienze universali. Quella, in primo luogo, dei vent’anni, e quindi della sofferta (e meravigliosa) transizione dal bambino all’uomo. E quella delle eterne figure di riferimento: a partire dalle guide (il comandante, il maestro…), sino alla madre, che pur nell’assenza è la destinataria delle pagine di Chico: simile forse a quell’altra anonima madre che in un grande testo anticipatore della letteratura resistenziale – Conversazione in Sicilia – conservava un barlume di speranza in mezzo alle rovine del «mondo offeso».






