Mi sono sacrificato per vedere coi miei occhi tutta la parata militare ufficiale, e ho rinunciato a guardare la festa del 2 giugno promossa da «Avvenire», senza esibizione di armi, come parte di un processo di cambiamento per tornare alle radici della Costituzione.

Che pena! È la festa dell’Italia, nell’ottantesimo compleanno della Repubblica e dell’Assemblea Costituente, e si fa la sfilata delle armi, contro molte proteste che da anni salgono dal Paese. Ancora in questo anno insanguinato di guerre, e di armi più tremende e più vergognose sanguisughe!

Sfilata grandiosa: migliaia di persone, abiti, attrezzi, mezzi certamente molto costosi: droni, robot, altre nere novità, certamente di “difesa” omicida! Molti soldati portano grossi fucili imbracciati come si porta un bambino, e sembrano pronti ad usarli. Perché i fucili ammazzatori, in una festa che sarebbe di vita?

Passano inquadrati geometricamente, tutti vestiti uguali («uniforme» si chiama, non per nulla), uguale il passo, e viene in mente Kant che qualifica i soldati come strumenti usati dai re per uccidere ed essere uccisi, cioè privati della inviolabile dignità umana, che è l’azione più immorale che si possa compiere. Sono numeri, hanno la faccia dura (ma non è una festa?) e quando passano davanti alle autorità, ministri e Presidente, fanno un grido che non comprendo, duro e secco come uno sparo. La parola «slogan», in qualche lingua nordica, vuol dire «grido di guerra».

La gentile commentatrice in voce, insieme a un generale, qualifica ogni gruppo come «stormo»: non lo sapevo. Sono più belli gli stormi di uccelli, che da qui scappano. Ed ogni stormo è aperto da una “bandiera di guerra”. Passa addirittura un reparto vestito con le divise della prima guerra mondiale! Abbiamo qualcosa di degno da ricordare − se non la crudeltà di Cadorna − di quella guerra criminale, che si doveva evitare? Io da ragazzo ho conosciuto un vecchio contadino – Michele della fattoria degli Orsi, a Bagnone − reduce da quella guerra: nella decimazione punitiva, era stato contato col nove, e il decimo accanto a lui fu fucilato dai suoi stessi compatrioti, obbligati e obbedienti: un caso su molti (https://it.wikipedia.org/wiki/Decimazione). Nella parata militare di oggi non è stato ricordato, e neppure tutti gli altri. Non erano andati volontari.

Certo, nella parata ci sono anche le crocerossine: il sistema ammazza e poi cura. Ci sono i cappellani militari, per fortuna non in divisa ma in talare, in piedi sulla jeep. Un vescovo sul palco sorride.

Poi, le frecce tricolore, due volte. A Torino, pochi anni fa, per un incidente, uno di questi aerei uccise una bambina a passeggio coi genitori. Doveva, allora come oggi, bruciare per la patria carburante costoso?

Se proprio vogliamo, tra le guerre italiane c’è stata anche la Resistenza, che proprio solo guerra non fu, ma un moto anche disarmato contro fascismo e guerra: non un esercito obbligante, ma un movimento di risveglio umano e civile. Nella parata militare di oggi 2 giugno, la Resistenza non è stata ricordata.

La guerra, ieri come oggi, è un cancro nella testa e nelle tasche dei potenti. Facciamo un altro più grande 2 giugno, per estirpare il peggiore dei virus.