Commento al vangelo della 23ª domenica: Matteo 18,15-20
Il vangelo di oggi è un estratto della catechesi saggia della comunità primitiva. Le istanze di Gesù sono spesso di tipo estremo, come il porgere l’altra guancia, l’amore per i nemici ecc., chiaramente a lui attribuibili: vi si riconosce l’audacia delle formule provocatorie e il carattere radicale delle esigenze proposte ai suoi ascoltatori. La catechesi della chiesa primitiva si mostra invece più sfumata; se confrontata con le paradossali (quasi assurde) richieste di Gesù, ha un carattere ben “più ragionevole”: come gli insegnamenti ad es. di Matteo 5,25 (accordo con l’avversario); 6,7s (preghiere prolisse); 6,25-34 (cibo, vestiti, uccelli, gigli).
Dal Regno alla Chiesa. Ma anche il vangelo di oggi proviene dalla chiesa degli inizi, contemplando prima i disaccordi (18,15-18) e poi gli accordi (18,19s) in modo “assennato”, senza la radicalità provocante di Gesù. Se hai ricevuto danni o torti da un confratello credente, prova a risolvere la faccenda a tu per tu, o sulla base di due o tre testimoni, ricorrendo come ultima istanza alla ecclesia (assemblea, comunità); a tale scopo si ripete per i discepoli il potere di legare e sciogliere (già spiegato due settimane fa), nella fattispecie escludere dalla comunità, scomunicare. Se persiste, «sia per te come il pubblicano e il pagano» [si noti nell’ultima versione CEI il corretto articolo determinativo ancor più spregiativo].
Il termine ecclesia nei vangeli ricorre solo qui e in 16,18 sul primato petrino; nemmeno in quello di Luca: lo strano è che poi Luca ne faccia un uso massiccio negli Atti (ben 23 volte), e compaia nelle lettere apostoliche per un totale nel NT di 114 volte. È chiaramente il frutto della comunità-chiesa primitiva, che dà ragione alla celebre battuta del modernista Alfred Loisy: «Gesù ha annunciato il regno di Dio, ed è venuta la chiesa..», scritta nel 1902 nella sua opera L’Évangile et l’Église; questa frase riassume il pensiero del teologo francese sul divario tra le origini storiche del cristianesimo e la sua evoluzione istituzionale. Abbiamo una chiesa i cui elementi non sono ancora del tutto chiari, ma appare provvista di una certa struttura [in nuce], resasi necessaria per i gravi conflitti che traspaiono anche all’inizio del vangelo odierno.
Comunità conflittuali. Le tensioni e i disaccordi erano all’ordine del giorno [da qui la necessità della riconciliazione o correzione fraterna]: le comunità petrine erano ai ferri corti con quelle giovannee ecc. In Atti 6,1-7 emerge il conflitto nella comunità mista di Gerusalemme tra i cristiani palestinesi e quelli ellenizzati: Luca vi accenna solo di striscio inizialmente con il “malcontento”; per lenire il conflitto vengono istituiti i 7 dirigenti ellenizzati, in modo che i 12 capi apostolici (appena costituiti, assenti nel ministero storico) avessero degli interlocutori con cui risolvere i gravi problemi di una comunità mista. Il tutto è stato coperto dal pretesto di doversi occupare delle mense delle vedove, in modo che i 12 potessero dedicarsi alla preghiera [ciò non è falso, ma è una motivazione di copertura dei loro dissidi; l’ipocrisia clericale è iniziata molto presto]. Dei 7 (cosiddetti diaconi) non si dice la provenienza, ad eccezione dell’ultimo, Nicola, il proselito di Antiochia (cfr. appendice tecnica). Nel mondo ebraico-ellenistico indicava il pagano convertito al giudaismo. Quindi anche un giudeo della diaspora, comunque ellenizzato (o anche pagano) convertito al cristianesimo.
A mio parere l’autore del brano odierno è un “cristiano” di Antiochia [ove è sorto il termine crestiani (poi cristiani), ellenizzato senza escludere reminiscenze biblico-veterotestamentarie] che ha inserito il tutto nel vangelo matteano nato in Siria, dove c’era tale metropoli politico-amministrativa romana, quindi un centro propulsore della diffusione del vangelo nel mondo, il punto di partenza e ritorno dei viaggi di Paolo e Barnaba, retta da profeti e dottori (Atti 13,1 senza fare nomi). L’autore sarebbe perciò un dottore antiocheno come Nicola, o un suo collaboratore, se non lui stesso medesimo, che scrive direttamente in una lingua da lui ben conosciuta con termini squisitamente greci come pragma (cfr. l’appendice tecnica).
Gli accordi. Il 18,19 così come suona nelle versioni italiane «Se due di voi si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio gliela concederà» è di una totale insensatezza perché contrario all’esperienza! Quante volte abbiamo pregato per la guarigione di una persona, ma ciò non è avvenuto! In realtà il testo greco è più sfumato e raffinato. Esso recita: «Se [ean, prima protasi del periodo ipotetico] due di voi si metteranno d’accordo su qualsivoglia pragma che [di nuovo ean, seconda protasi all’interno di una relativa: ma il Sinaitico ha eā, un’interiezione di incoraggiamento, che rendiamo con] vorranno semmai con coraggio chiedere, il Padre ve la concederà». Mi è più facile spiegarlo con un esempio molto attuale: quando pregando imploriamo la pace, non chiediamo che Dio intervenga come un Deus ex machina a farla scoppiare con potenza miracolistica. Intendiamo che possa illuminare le menti dei potenti, assistere noi nel nostro impegno per la pace e giustizia, e simili azioni coraggiose ma senza garanzia. Così compresa è più moderata e digeribile. Il brano si conclude con la concordia dell’essere riuniti nel suo nome.
Non è la fine del mondo… L’autore, oltre alla catechesi odierna, a mio parere ha pure inserito Mt 16,27-28, in cui brilla l’altro termine tipicamente greco di praxis (cfr l’appendice), che avevamo lasciato in sospeso la settimana scorsa.
Il 27 suona: «Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» [qui usa praxis, prassi, da ottimo grecista: nel Sinaitico c’è invece il plurale erga, come in tutto il resto del NT (ergon circa 165 volte)]. E il 28: «In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno». È assurdo/illogico proclamare nel bel mezzo del ministero pubblico che il figlio dell’uomo stia per venire coi suoi angeli per il giudizio; un detto elaborato dalla comunità primitiva che attendeva erroneamente la Parusia a breve scadenza, e inserito qui sulla bocca di Gesù nel posto sbagliato…, sino a rovinare il 28 (che il lezionario ha però omesso domenica scorsa). Sarebbe stato meglio cassare il 27 e lasciare il 28, in particolare nella versione lucana di 9,27 (vedi sotto); il marciano 9,1 col regno di Dio con potenza già sfora, e Matteo, influenzato dal rovinoso 27, non può che scrivere nel 28: «vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno prima di aver visto venire il figlio dell’uomo nel suo regno», che il lettore non può che intendere in maniera assurda come la fine del mondo imminente! Quindi alcuni dei presenti saranno ancora vivi alla Parusia, per essere poi… rapiti in cielo. Lo stesso grande svarione di Paolo in 1 Corinti 15,51.
Se invece lo leggiamo nel testo sfrondato di Luca 9,27, originario e forse gesuano «…che non morranno [con l’espressione tipica biblico-ebraica di “gustare” (geuô) la morte (sic)] prima di aver visto il regno di Dio», si tratta del regno proclamato e inaugurato da Gesù, non della fine del mondo; personalmente lo sento come mio: non vorrei morire prima di aver visto un barlume del regno di pace e di giustizia nel nostro storico mondo martoriato.
Appendice tecnica
Pragma (πρᾶγμα) indica il fatto, la cosa concreta, l’oggetto dell’azione o il problema reale con cui ci si deve confrontare. Oltre che qui in Mt 18,19, è usato dai migliori grecisti del NT, da Luca nel prologo-proemio del vangelo (1,1 per gli “avvenimenti”), e dall’autore della lettera agli Ebrei, tre volte fra cui il celebre 11,1: la fede come fondamento delle cose sperate (ripresa da Dante nel Paradiso XXIV,64).
Praxis (πρᾶξις) in Mt 16,27 indica l’operato, l’attività e il comportamento umano orientato a un fine etico o sociale; usato dai grecisti Paolo e Luca, ad es. in Atti 19,18s due volte addirittura per “le pratiche ed arti magiche”: una col (nostro) sostantivo, l’altra col verbo prassô [πραξαντων, genitivo plurale del participio aoristo].
In Atti 6,5 si fa solo il nome dell’ultimo dei sette (diaconi), il proselito Nicola: un’annotazione del tutto superflua nell’economia del racconto, ma proprio per questo sicuramente storica. Fra l’altro solo qui si dice “antiocheno” [Αντίοχευς, nell’accusativo αντίοχεα, mentre nel resto degli Atti Luca, sia di Antochia in Siria sia di quella in Pisidia, scrive sempre per ben 16 volte il nome delle città Αντίοχεια: non si tratta della banale differenza di uno iota, ma di una precisazione significativa, tramite l’aggettivo col nome di persona, nel sottolineare l’esperienza acquisita da Nicola ad Antiochia nel “ricucire” le comunità miste divise, a rischio scissione.
Nella foto: chiesa rupestre di San Pietro ad Antiochia






