Difficile inserirsi nel concerto totale odierno di giornali e media su Enzo Bianchi. Il personaggio richiama l’attenzione e genera clamore. Gli vogliamo bene da sempre, ma il messaggio evangelico va forse distinto dal ruolo ingombrante, anzitutto dal conflitto con i più vicini. Ora riposi in pace, come merita. Lo vogliamo ricordare, e ringraziare, con alcuni interventi di redattori o amici della redazione che meglio lo hanno conosciuto.

Una voce necessaria

Ho esitato a scrivere un saluto di gratitudine ad Enzo Bianchi, perché tutti hanno già scritto molto, dappertutto, in puro ammirato elogio. Ho visto nascere la comunità di Bose, diventata sempre più istituzionale. Ho visto dall’inizio Enzo diventare capace di proporre parole di vangelo nel discorso pubblico, da cristiano laico conciliare ecumenico. La sua persona generosa ed esorbitante, voce di tuono, ha mostrato i pregi e i limiti del suo porgere il messaggio evangelico. Il conflitto con la comunità di Bose ha addolorato gli amici, ma non è finita la gratitudine verso quei fratelli e sorelle, e verso Enzo. L’ho salutato l’ultima volta al Polo 900: mi invitò a pranzo a Casa della Madia. Verrà un’altra occasione.

Ora Enzo merita già la gratitudine di chi ha a cuore, come noi, che il vangelo sia ancora ascoltato in questi tempi disorientati, smarriti nel buio della potenza. Enzo ha proposto il vangelo nel linguaggio attuale. Ci voleva una voce così, come poche altre, che non siano solo la voce, pur comunicativa, delle gerarchie, né solo della devozione tradizionale, ma siano il tentativo di ascoltare nella lingua attuale l’antica e sempre nuova parola profetica ed evangelica: la parola della comunione umana universale, la pace istituita nella giustizia.

Enrico Peyretti

Un incontro agli inizi

Ho conosciuto Enzo Bianchi all’università. Avevamo gli stessi anni e frequentavamo insieme Economia e Commercio. Eravamo alla fine degli anni ’60 e l’università era un crogiuolo dove fermentava la rivoluzione sociale e politica. Perciò mi colpì la sua proposta di partecipare a casa sua, che teneva sempre aperta, ad un incontro sul Vangelo. Incuriosito andai ad uno dei primi incontri, anche perché mi intrigava la sua interpretazione, ampia e convinta, dell’ecumenismo, l’idea del Concilio che più apprezzavo. Gli incontri erano piacevoli perché Enzo era amichevole, acuto ed interessante; allora però preferivo le teorie politiche al Vangelo e smisi di frequentarlo. Per lo stesso motivo non sono mai andato a Bose ma ho partecipato solo a qualche sua conferenza; mi è rimasto però un ottimo ricordo dell’incontro con lui e della sua capacità aggregativa.

Angelo Papuzza

Uno spirito maieutico

La notizia che Enzo Bianchi ci ha lasciati mi ha profondamente addolorato. Negli anni 60 e 70 per me è stato un amico ma soprattutto una guida. Poi, vivendo all’estero, il rapporto si è allentato ma non spezzato. Ben poco so dell’ultimo tormentato periodo. Nei decenni successivi al periodo di intensa amicizia è stato come un padre, dispensatore di saggi consigli, da visitare di tanto in tanto.

Mi consola il ricordo di un ultimo intenso incontro a maggio scorso. Sapeva che la partenza per il viaggio era vicina ma gustava la vita nella sua pienezza, anche in questi ultimi mesi/anni. Morire «sazio di giorni», diceva affrontando questo… vitale argomento. Spero che ora, nel suo amato Monferrato, prenda il meritato riposo in quel fazzoletto di terra “rivolto a oriente, con un piccolo spazio per una panchina che possa far sedere e riposare” chi, come me, lo andrà a trovare.

Conobbi Enzo come compagno di studi di tre anni più grande, quando entrambi frequentavamo la facoltà di Economia a Torino mentre si approssimava il ’68. Di Bianchi si sapeva che scriveva su riviste cattoliche: cosa strana vista la sua partecipazione apparentemente laica alla vita dell’ateneo, in cui si sentivano le prime scosse dell’incombente terremoto culturale e politico. Non si poteva sospettare che, di lì a qualche anno, sarebbe diventato Fratel Enzo. Per gli appartenenti, come me, ai rari gruppetti di sinistra in quella facoltà, fu normale fare conoscenza e diventare amici. Stentavamo però a credere che l’uomo di cultura brillante, ricco di conoscenze critiche in campo cinematografico e musicale oltre che preparato su testi economici, fosse ancor più ferrato negli studi biblici e teologici. Non ci stupivamo invece che, uomo di grande carisma, accennasse al fatto di voler creare una comunità: parola che allora titillava molti laicissimi militanti della sinistra storica.

Poi arrivò il caldo autunno del 1969 e ricordo che ci incrociammo, di “eskimo” vestiti, fra le barricate di Corso Traiano. Dopo finimmo gli studi e vidi nascere e crescere quel piccolo gruppo di uomini e donne di fede che avevano preso in affitto un casale senza luce elettrica né telefono. Li vidi da vicino, perché, complice il fatto che trovai lavoro come insegnate a Ivrea, abitai con loro per alcuni mesi in quella che sarebbe diventata la Comunità di Bose. Vita frugale e dura, soprattutto in inverno con stufe a kerosene e lampade a gas, ma confortata da un silenzio e una pace unici.

In anni di autostima molto incerta, Enzo era uno che mi ascoltava. Credo di poter dire che colloquiava con me in spirito maieutico. Mi dava l’impressione di interessarsi, con naturalezza, al fatto che io potessi “esprimermi” in tempi in cui, invece, quasi tutti intorno a me sembravano avere uno spirito impositivo e io vivevo la mia voglia di “dire la mia” come una lotta di sopravvivenza permanente contro attacchi altrui.

Di questo gli sarò grato in eterno… insieme alle scorribande in Vespa per le vie di Torino o con la sua 500 blu scuro, per le strade del Piemonte, divorando magari un centinaio di chilometri, unicamente per vedere un film in una sala lontana.

Paolo Quaregna

Imparare a respirare

Galeotto fu il mio parroco, a cui resto grato, da cui ho imparato che cosa era stato il Concilio Vaticano II. Questo nome, Bose, lo avevo sentito parecchie volte, ma solo facendo l’università sono andato con lui la prima volta e poi… non ho mai smesso, anche dopo la scissione, quando ho continuato a frequentare entrambe le comunità. E a cui ho portato nel tempo tanti amici: se non lì, dove li avrei potuti portare?! Avendo l’età di alcuni dei monaci, talvolta sono anche stato richiesto di dare informazioni, perché qualcuno mi scambiava per un monaco! Ci ho perfino fatto un pensierino, molti anni fa, e una saggia suora mi disse: «Guarda che un ambiente perfetto non lo troverai mai, da nessuna parte!».

Ora molto meno. Ma a una certa età la “perfezione” abbacina. E questo si vedeva da fuori; direi che era anzitutto una percezione estetica. I frequentatori della prima ora, nei secondi anni ’60 e poi ’70, non avevano di certo avuto questa impressione. Io stesso ricordo ancora la vecchia, piccola chiesa. Ma a un certo punto a Bose tutto è diventato (quasi) perfetto: l’ospitalità, il cibo, gli incontri, le case, l’erba, i fiori, le celebrazioni, il canto. Tutto. E capitava, di domenica, di trovarsi con un mezzo migliaio di persone…

Ma non era il successo, per me, la cosa importante. A Bose io ho imparato a respirare. Venendo da una formazione religiosa e spirituale buona, ma asfittica e conservatrice come quella dei salesiani, frequentare Bose significava aprire i polmoni, sentire voci di tutti i tipi, perfino incongruenti tra loro, ma vere, libere, autentiche. E quindi formarsi, certo, da autodidatta, in un certo senso. In primis con l’attenzione alla Parola, così poco praticata a scuola, e nelle parrocchie… E forse ancora di più nel confronto tra le parole dei non credenti e quelle credenti su una vastissima gamma di temi, in questi decenni. Perché il fulcro della comunità era ed è quello dell’incontro, della «compagnia degli uomini».

In tutto questo si vedeva ovunque il carisma di Enzo Bianchi, con cui non ho mai praticato una confidenza particolare, ma che ho avuto tante occasioni di ascoltare e leggere. Era oltretutto non facile avvicinarsi, perché sembrava che tutti volessero salutarlo, scambiare due parole, ringraziarlo. Ma un uomo come lui parla con quello che fa. Poi, in realtà, la comunità è un mosaico variegato, in cui cominci a riconoscere le varie voci. Anche se vedi che la sorgente è quella, non c’è niente da fare. Ho fatto un viaggio con lui, di ritorno da un convegno bolognese su Dossetti. Guidava lui, accanto c’era un fratello. Io dietro confesso di aver provato… forti emozioni, specie quando la macchina era ormai prossima alla collina morenica e lo stile di guida, dopo il tramonto, era molto “sportivo”!

Non si può dire che si presentasse come una persona simpatica. Ma non ho mai pensato che la qualità principale di una persona sia la simpatia. Questo lo pensano i media, e i risultati sono palesi. Molte tra le migliori persone che ho conosciuto non erano, o non sono, particolarmente simpatiche. La sua voce, anzi, a volte, in un certo senso, specie se ascoltata tramite la radio (Uomini e profeti è stato il suo pulpito, direi), appariva perfino sgraziata, sgradevole. Ma anche qui. Mica si giudica un uomo dalla voce. Suvvia.

Ho criticato, e critico anche ora, sfogliando le copertine dei suoi libri, il fatto che in copertina ci sia spesso il suo volto. Questa idolatria del volto non gli faceva onore, faceva pensare a una sorta di culto della personalità oggi assai diffuso in tanti, troppi ambiti, così come non gli faceva onore il chiamarlo erroneamente “padre” da parte dei giornalisti ignoranti che lo interrogavano, che non sanno la differenza tra un monaco e un prete. Poveri loro.

Mi ha colpito, leggendo la storia della comunità, sapere che all’epoca in cui io sono nato, e la comunità era al suo inizio, è stata così tanto osteggiata, malvista, ecc. Impossibile non “tenere” per questi pochi fratelli che si vedono all’inizio in un filmato su YouTube, in un paesino sconosciuto, senza di fatto niente: né luce, né acqua, né alcun comfort. In questo ben diverso poi dal comfort elegantemente povero della comunità nel suo fiorire.

Insomma: tante ne ha dovute sopportare prima di diventare, negli ultimi vent’anni, direi, una voce autorevole non solo in ambito religioso, ma mi pare culturale in senso lato. Tra le figure più visibili di una cultura cattolica che non si chiude nella torre, ma cerca con ogni mezzo il dialogo, e senza sdilinquirsi.

Prima del fattaccio, l’elemento che non poteva non colpire erano le dimensioni della comunità: credo oltre 70 persone, grosso modo la metà fratelli e l’altra metà sorelle. Come si può davvero creare relazione tra 70 persone? Lo vedo a scuola, in un collegio docenti di più del doppio. La metà, di fatto, non le riconosco neppure di vista! Qui si tratta di mangiare, pregare, lavorare accanto in 70. Come è possibile? Basta avere in comune il leader carismatico?

Che cosa sia poi successo, tutti abbiamo letto, discusso, ragionato, pensato. Inutile ora arrovellarsi. Difficile non pensare che dietro non ci sia un problema in senso lato di esercizio dell’autorità… Però, non si può neanche non dire che il modo ancora offende: è stata una ferita grave per Enzo, ma non di meno per chi a Bose (o alla Casa della Madia) ci andava e ci va. Parlare, chiamarsi alla fraternità. E vedere separazione, allontanamento. Capita nelle migliori famiglie, certo, ma lì uno non se lo aspettava. All’allontanamento si è fatto un cenno, duro, anche nell’omelia funebre: che ne sarà della riconciliazione chiesta da Bianchi poco prima di morire?

Forse questo ritratto suona un po’ dissonante rispetto al generale elogio ascoltato in questi giorni. Dà fastidio a me sentire parlare dei morti come di santi. Credo sia ingiusto nei loro confronti: non so se ne hanno piacere, difficile chiedere. L’amore, la riconoscenza, la gratitudine grandissima che devo a Bose, e poi anche alla Casa della Madia, non sono in discussione.

Arrivo a dire: può darsi che senza questi incontri, senza Enzo Bianchi, magari la mia fede, il mio cercare una vita tentativamente cristiana, avrebbe potuto dare forfait già da tempo, tale è il panorama che ci circonda. E credo che tanti altri come me possano dirlo in vari modi.

Grazie, Enzo.

Antonello Ronca