Commento al vangelo della 24ª domenica: Matteo 18,21-35 (Siracide 27,30-28,7)

Domenica scorsa siamo forse stati un po’ troppo prolissi e tecnici; dovevamo stringere di più sui due punti fondamentali: ossia sui due detti, quasi assurdi nelle versioni italiane consuete e nel senso loro attribuito. Abbiamo reso accettabile la frase perentoria in Mt 18,19 sull’essere sempre esauditi nelle nostre preghiere-richieste a Dio-padre, sfumandola in senso ipotetico senza garanzie. E abbiamo drasticamente corretto, per non dire rivoluzionato, con la versione più parca di Luca, quello sulla Parusia imminente (16,28). Certo alcuni non moriranno prima di avere visto un barlume del Regno, ma nella storia, perché esso non è la fine del mondo. Si noti che, cogliendone il significato originario, ci siamo tolti dallo stomaco dei detti ingombranti per la fede. Invece il medesimo svarione di Paolo in 1Cor non è correggibile, anzi è peggio… (cfr. l’appendice tecnica).

Il perdono illimitato. Venendo al vangelo odierno, Matteo introduce il discorso col perdonare 7 volte, anzi nell’iperbole 70 volte sette. Egli privilegia il numero 7: sette sono le beatitudini, non nove perché l’ultima sui perseguitati e quella sui miti sono aggiunte. 7 sono le parabole del cap. 13, sette i guai agli scribi e farisei… Invece il Matteo II privilegia le terne, come ha fatto nel vangelo di domenica scorsa, aggiungendo il tre in “due o tre testimoni” (Mt 18,16) e “due o tre riuniti nel mio nome” (18,20): era il suo sfizio.

Segue la parabola del re che condona 10.000 talenti a un suo servo: una somma enorme, equivalente ai nostri milioni o miliardi, impagabile neppure con la “vendita” in schiavitù dei familiari. Il perdono viene metaforizzato nel condono di un debito; dal per-dono al con-dono, nello stesso ambito semantico: ossia nella medesima ottica del donare, della dedizione incondizionata.

Appare in tutto il suo fulgore il Dio della Grazia smisurata; poco prima in 18,12-14 c’è la paraboletta della pecorella smarrita (come in Luca 15), con la conclusione che nessuno si debba perdere. È proprio in gioco il perdersi e il ritrovarsi (come per il prodigo, per cui si fa una grande festa senza giudicare): Gesù non usa la terminologia forense del giudizio, della condanna al supplizio ecc., e nemmeno la ricompensa differenziata (come vedremo domenica prossima nella parabola dei braccianti).

Dio veramente infinito, ma nel condonare. Ma allora il servo spietato col suo compagno per soli 100 denari (l’equivalente di circa 3.000 euro)? Appunto: non è di Gesù, la cui parabola si fermava al v. 27, eventualmente con la conclusione dimezzata (v. 35: cfr. l’appendice).

Mt 18,28-34 è del Matteo II che non ha digerito il Dio della Grazia, e ha voluto inserire la condanna. Egli è ossessionato dal giudizio: rete dei pesci, zizzania, questa del servo spietato, 10 vergini; come qui ha aggiunto la spietatezza del servo, ha fatto la stessa cosa nella parabola del giudizio universale (Mt 25 che vedremo nella festa di Cristo Re), inserendo tutta la seconda parte con la condanna dei reprobi.

La sua firma qui non sono le terne sfiziose, ma, oltre al giudizio terroristico, i 4 sundoulos, con-servi, servi dello stesso padrone presenti tutti in questo brano (vv. 28,29,31,33), e assenti negli altri vangeli. Un quinto si trova in 24,49, sempre per un servo malvagio spietato coi suoi compagni, ubriacone, col padrone che può arrivare all’improvviso nella solita ossessione per la condanna punitiva finale [ci sono anche un paio di passi nell’Apocalisse che vedremo a suo tempo].

La conclusione del 18,35 è contraddittoria: se (quasi tutti) i peccati potranno essere perdonati (più precisamente le colpe, amartêmata in Marco 3,28s), ciò vale anche e soprattutto per il perdono mancato (non dato), che non è in fondo nemmeno un peccatuccio, perché ho solo subito torti e danni, senza aver fatto del male a nessuno. Seguendo le indicazioni della prima lettura (Siracide-Ecclesiastico) non mi sono vendicato, non porto rancore ed odio, in parte ho dimenticato; certo posso non aver perdonato, ma il perdono (come l’amore) è frutto dell’essere e non del volere. Non ci si può sforzare di amare o di perdonare, perché il perdono vero viene dal cuore (v. 35 finale), e non può essere il frutto di una spinta puramente volontaristica.

L’infatuazione per gli ultimi tempi. La seconda parte contraddice il pensiero di Gesù e nega in modo grave il Dio della Grazia, ben evidenziato nel salmo responsoriale: il Signore è buono e grande nell’amore.

Dio perdona-condona gratis i miliardi: è una delle parole più dimenticate di Gesù, soprattutto nel cattolicesimo storico coi Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso): la cosa più importante del cristianesimo sembrava essere il salvarsi l’anima nel giudizio finale. È stato rimosso in modo deplorevole il fatto che Gesù abbia contestato il merito e il demerito (come vedremo sempre domenica prossima coi braccianti a giornata); si è imposto appunto il Dio che originariamente esige per poi restituire alla fine, e non il Dio che originariamente ama.

La passione per gli ultimi tempi ha accompagnato (purtroppo) il cristianesimo sin dalla sua prima generazione producendo scritti, affreschi nelle cattedrali e cappelle (come la Sistina), millenarismi, Dies irae…; è tornato ultimamente di moda col cosiddetto “culto dell’Apocalisse”. A marzo Peter Thiel ha tenuto 4 conferenze romane sul katechon, Anticristo e fine dei tempi. Ha inoltre finanziato la carriera politica del vicepresidente Vance, la cui propaganda è una griglia per distribuire i ruoli nel presente: chi ostacola i miei progetti prepara il regno dell’Anticristo, chi li asseconda trattiene il disastro. Ma è folle trasformare una storia governata dalla misericordia (come nella prima parte del vangelo odierno) in un campo di battaglia finale!

Appendice tecnica

Lo svarione di Paolo in 1Corinti 15,51 è ancora peggio. La traduzione consueta «non tutti moriremo…» [cioè alcuni non moriranno prima della Parusia che non tarderà) è tendenziosamente edulcorata; in realtà il testo greco dice: “(noi) tutti non moriremo”. Essa potrebbe anche essere intesa, se la negazione posposta si riferisce al “morire” e non al “tutti”, che in pratica nessuno morirà, come se la fine del mondo dovesse arrivare in giornata…

La traduzione di 18.35 scorre ovviamente lineare in italiano: «Così anche il Padre celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». In realtà il testo greco è più contorto: «Cosi il Padre mio farà a voi, se non perdonerete [2a persona plurale], ciascuno al suo fratello [al singolare], dai vostri cuori [apo tôn kardiôn umôn, di nuovo plurale].

Ipotizzo che la parabola terminasse, senza il 18,28-34, con: «Così anche il padre celeste farà a voi di cuore», secco al singolare senza articolo, apo kardias, come era usanza in greco (oltre che oggi in italiano); ciò in riferimento sia alla grande magnanimità del re e sia al perdono plurimo iniziale del 70 volte sette (490). Nell’ottica tipicamente matteana dell’«essere perfetti come il padre celeste», Dio non può essere da meno nel perdonare; [….abbiamo un bonus di 500 peccati: anche nell’arco di una vita intera è molto difficile commetterne di più, di quelli veri, seri e gravi (ad eccezione dei potenti guerrafondai e assassini di questo mondo)].