Per presentare l’ultimo romanzo di Mariapia Veladiano (Guanda 2025, pp. 183) inizio citando alcuni post pubblicati sulla pagina facebook ufficiale dell’autrice, in cui si dà conto delle reazioni ricevute alle numerose presentazioni. E anche se si tratta di richiami irrituali per una recensione, il loro contenuto è utile sia per notare il coinvolgimento che le storie creano, sia per le emozioni suscitate da un romanzo che tocca corde profonde. Sulla seconda questione, lascio che sia la stessa Veladiano a esprimersi: «C’è anche una corresponsabilità dei laici, che spesso fanno finta di non vedere. Il cattolicesimo è educato al silenzio e all’obbedienza, a non mettere in discussione l’autorità del clero» (intervista a Ilaria Zaffino di «Repubblica», 6 ottobre 2025). Una spiegazione che, forse, potrà funzionare da chiave di lettura alle reazioni dei suoi lettori: «”Io voglio sapere che se i miei figli e nipoti vanno in parrocchia sono al sicuro!” Questa è stata una delle obiezioni più violente rivolte al romanzo sulla pedofilia ecclesiastica #diodellapolvere durante una serata. Giusto, ho risposto, e proprio per questo ho scritto il romanzo. Perché quelli che sono colpevoli di violenza vengano perseguiti e non solo spostati di parrocchia in parrocchia (e poi nel Sud del mondo dove nessuno parla). “Ma io non voglio sapere niente di tutto questo!”, ha risposto lei, la signora» (4 maggio 2026).

Prima di riportare l’intreccio del romanzo, mi preme ricordare che l’autrice, Mariapia Veladiano, è filosofa e teologa, e pertanto la decisione di trattare il tema degli abusi è strettamente correlata al proprio impegno nella Chiesa dalla prospettiva di donna credente e consapevole, come lei stessa afferma in un’intervista: «La pedofilia nella Chiesa non è una fra le tante debolezze della fragilità umana dei preti. È un tradimento radicale rispetto alla vocazione stessa della Chiesa» (Eugenia Giannetta, Veladiano: Pedofilia nella Chiesa, non c’è male più grande, in «Avvenire», 18 settembre 2025).

Un dialogo in arcivescovado

I protagonisti del romanzo Dio della polvere sono due, una fisioterapista e un vescovo, e la vicenda è raccontata nella forma del dialogo, con pochi altri attori sulla scena per un impianto quasi teatrale, che scandisce in capitoli (o scene) ogni nuovo incontro tra i due. La donna ha speso tempo ed energie per riuscire a ottenere un appuntamento con il prelato e, dopo molte insistenze, viene ricevuta in arcivescovado; il primo incontro però serve solo a prendere le misure, e l’uomo resta seduto senza neppure alzare la testa dalle sue carte. Le accuse della donna sono forti, motivate dall’urgenza della situazione, e forse ritenute le uniche adatte a trattare la materia con parrhesia: «Verrà un giorno, e sarà molto presto, prima del vostro giudizio universale di sicuro, in cui sarà chiaro al mondo che siete la peggior feccia sulla terra, per aver violentato i bambini e le donne, di chiesa e non di chiesa, per aver minimizzato, ironizzato, deriso, deriso!, chi lo denunciava in faccia al mondo e a Dio. Per aver coperto, nascosto, deviato le indagini, insabbiato, corrotto, sepolto, sperato che la gente dimenticasse» (p. 16).

Sono parole dure, quasi inascoltabili, ma quello che è in gioco è appunto la giustizia per le vittime, a cui non si è prestato sufficiente ascolto, cura, attenzione. Quell’immagine di sudditanza ben attecchisce ove l’educazione all’obbedienza ha fatto la sua parte, e torna prepotentemente al centro nelle vicende degli abusi, in gran parte conseguenza del potere gerarchico. Perché è dall’abuso di potere che discende l’abuso delle coscienze e quindi dei corpi; gli abusi sessuali sono infatti solo l’ultimo passaggio e non si affrontano adeguatamente senza partire dall’origine, come dimostrano le violenze nelle comunità religiose in cui la sessualità è raramente in questione. Non stupisce quindi la mancata comprensione del fenomeno nel suo insieme: «Nei vostri documenti ufficiali, fino all’altro giorno la pedofilia era un delitto contro la morale, non una violenza contro la persona» (p. 65).

Lo sguardo narrativo sul tema

Il libro non è un’inchiesta, ma non è neppure fiction, poiché, come spiega l’autrice, è il frutto dei tanti dati raccolti dalla rivista «Il Regno», con cui Veladiano collabora da anni; dati che qua e là sono inseriti anche all’interno del romanzo e poi messi in fila in una sezione dedicata in appendice.

Mi sono chiesta più volte se la lettura del romanzo sia tanto dura per la libertà del linguaggio adottato dalla protagonista, o per la realtà drammatica che vuole rappresentare; quello che mi permetto di dire è che non c’è nessuno che tragga soddisfazione dal parlarne, neppure se donna, tantomeno se credente. La competenza teologica dell’autrice le consente però di toccare a uno a uno i tanti punti critici dell’istituzione: «Non provi a dire non c’entro e non so. Io ero da un’altra parte. Voi siete responsabili con il vostro silenzio, le promesse non mantenute ai pochi che osano raccontare, con il fatto che passate le mattine a firmare lettere che altri hanno scritto, a dire di sì a documenti che nemmeno avete letto» (pp. 18-19).

A dispetto o in ragione dell’ostinazione della protagonista, che combatte per la vita di una sua paziente, il vescovo si mostra gradualmente più sensibile: occorreranno molti incontri, e il tentativo di una scappatoia in terra di missione, prima che decida di occuparsi realmente del caso. Prima tenta tutte le classiche obiezioni, una su tutte, la rivendicazione che gli abusi non sono un fatto esclusivo della Chiesa. «Cielobenedetto. Tutte le violenze sono importanti, ma voi pretendete di incarnare l’amore di Dio! La violenza che viene dalla posizione di potere è intollerabile» (p. 34), risponde giustamente la donna, la cui competenza teologica è stato necessario giustificare con un ex marito docente di storia della Chiesa.

Il vescovo resta a lungo convinto della propria irreprensibilità, essendo appena stato nominato in quella diocesi: quanto accaduto in precedenza non lo riguarda. Ma la fisioterapista Chiara, nomen omen, è irremovibile: «Non ci provi con la filastrocca delle mele marce e della responsabilità individuale. Chi sa è responsabile. Chi ha nascosto è responsabile. Chi ha messo in piedi un sistema che favorisce la violenza è responsabile» (p. 42). Metterlo di fronte alle proprie responsabilità, in quanto uomo di Chiesa, significa chiedergli di misurarsi con quanto di atroce è stato fatto nell’istituzione di cui è membro autorevole.

L’uomo è comprensibilmente esausto dei toni dell’altra, ma non riesce a sottrarvisi, visto che in gioco c’è una vita: quella di Luna, un nome che non può non celare il mondo notturno in cui la donna ha scelto di sprofondare.

Curare le ferite

Stando alle dichiarazioni di Veladiano, né i personaggi né i dialoghi che intessono la trama sono totalmente frutto della fantasia: «delle parole che metto in bocca al vescovo non ce n’è una che non abbia sentito, da un prete o da un uomo di chiesa: in quelle frasi c’è l’essenza di un clericalismo omissivo che caratterizza gli esponenti della Chiesa italiana. Quasi ogni espressione l’ho sentita o letta nei documenti ufficiali» (intervista su «Repubblica»). Quasi inevitabilmente, anche l’immagine del presbitero medio risulta sgradevole; e io azzardo che, forse, di fronte a uno specchio si può anche decidere di guardarsi e valutare quanto quell’immagine possa essere accettabile, foss’anche in parte, e utile per ripensare al ministero assunto.

Anche se fin qui ho riportato le sole parole della protagonista femminile, ogni dialogo perché sia tale comporta che ci sia una seconda voce; e tuttavia le reazioni del vescovo risultano minori quanto a portata, causando immediatamente le reazioni della donna. Qui non si tratta semplicemente di un gioco delle parti, bensì di fare giustizia; per questo c’è poco da ribattere quando si tratta del dolore di vittime innocenti, per questo forse la rabbia acceca chiunque, lettore compreso. E per questo infine la sofferenza inflitta non merita attenuanti, argomenti, discussioni. L’unica reazione giusta e accettabile è curare le ferite, per questo la protagonista è una fisioterapista (che di cognome fa Camilliani, a ulteriore sottolineatura del suo ruolo nella storia), una che quelle ferite le prende in carico, sebbene qui si sia assunta il compito di andare oltre, perché al di là del corpo, è la volontà spezzata quella da guarire.

Curare le ferite inferte alle vittime non è solo un atto di giustizia, ma soprattutto un atto di umanità, ragione per cui alla fine il vescovo rivela il proprio nome, chiedendo di non essere più chiamato con il titolo ecclesiastico: è la sua umanità a essere stata toccata da tutto quel dolore, un’umanità che aveva cercato fin lì di proteggere. Anche Flannery O’Connor pensava che solo la violenza potesse essere strumento della grazia, quando siamo troppo cocciuti per accorgerci della sua esistenza; la protagonista di Veladiano ne adotta i modi, pur senza mai ricorrere a un linguaggio ecclesiale.

I romanzi non possono suggerire soluzioni o indagare un fenomeno, ma si limitano a raccontare storie. Nelle storie letterarie (oltre a questa, ricordo in particolare Bruciare tutto di Walter Siti) qualcosa di quel fenomeno entra e sconvolge le vite di personaggi, che non sono troppo diversi da quelli che potremmo anche noi incontrare e che magari ci somigliano persino un po’. Il racconto dà da pensare, offre sguardi dall’interno, ma pure dall’esterno (com’è il caso di Siti), da parte di chi da quel fenomeno si sente interrogato e vuole contribuire al dibattito. Veladiano fa pendere la bilancia sul lato delle vittime e della deresponsabilizzazione della Chiesa, Siti invita invece persino il lettore a empatizzare con il suo protagonista perché ne comprenda il profondo turbamento. Tutti i punti di vista sono interessanti e accoglierli come fossero nostri nel tempo della lettura ci fa guadagnare in comprensione; in ogni caso tutto questo e altro può e deve contribuire, purché non cali il silenzio. Con un’avvertenza: la lotta agli abusi non si fa con la stigmatizzazione del colpevole quale «mostro», bensì con la coscienza che si tratta dei «nostri» (come ben suggerito dal titolo del libro di Paolo Baroli, Mostri o nostri?, san Paolo 2024), ovvero non un’eccezione ma una possibilità che però dobbiamo ribaltare: «io so che Dio è qui e confida nella nostra intelligenza, che è esattamente quello che ci ha affidato» (p. 165).