Commento al vangelo della 25ª domenica: Matteo 20,1-16
È la celebre parabola, presente solo in Matteo, dei braccianti a giornata − tipica situazione palestinese, come nel passato in sud-Italia all’alba nella piazza del paese − assunti nelle varie ore per lavorare nella vigna. Anzitutto non c’entra nulla con l’economia! Non vuol dare insegnamenti di tipo imprenditoriale; non vuole dire che le paghe devono essere uniformate, e simili; anche se in una conferenza con un pubblico cristiano (di parrocchia) il relatore è partito, in modo del tutto sballato, da questa parabola per la trattazione di questioni economiche.
Era invece da evitare la seconda lettura di Filippesi in cui si dice: «Non so davvero che cosa scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne» (Fil 1,22-24; sic: è quasi da irresponsabili leggerlo oggi nelle liturgie domenicali).
Evitare le allegorie. Gesù si è inventato provocatoriamente questo padrone improbabile, anzi impossibile, che ripaga allo stesso modo chi ha lavorato un’ora soltanto e chi tutta la giornata col suo peso: è la prova che la parabola è sua, e non della chiesa primitiva (che ha fatto ben altro coi meriti e demeriti), quindi sia per il criterio di discontinuità oltre a quello di imbarazzo-stupore per un trattamento così strano e anomalo.
Inoltre è… vietato allegorizzare, perché le parabole non sono allegorie. Ad esempio: gli operai della prima ora sono i cristiani fin da giovani; e i seguenti coloro che si sono via via sempre più tardi convertiti nel corso della vita. Oppure come nella parabola del grande banchetto (Mt 22,1-14 che vedremo dom. 11 ottobre), in cui i primi invitati sarebbero gli ebrei, e quelli dopo, raccattati per strada, i pagani. Secondo J. Dupont non bisogna allegorizzare, ma individuare il culmine, la pointe, cioè l’idea unica e centrale dove la parabola vuole colpire, tutto il resto è contorno (da cui non trarre allusioni allegoriche): Gesù parte sempre da situazioni abituali per poi virare nello stupore. È evidente che il punto culminante è quando li paga tutti allo stesso modo, sia chi ha lavorato un’ora soltanto sia chi ha sopportato la fatica di un’intera giornata. A sta a B come C sta a D: come per i braccianti (A) non vale, non conta la prestazione (B), così per noi (C) non contano le prestazioni (D) di fronte a Dio.
La rivoluzione spirituale anti-meritoria. È il caso di dire come Isaia 55,8s (prima lettura): «I miei pensieri, che vi sovrastano di gran lunga, non sono i vostri pensieri».
Al di là della metafora delle ore diverse del lavoro degli operai, va precisato meglio il contenuto rivoluzionario. Non esiste una scala graduata di meriti da far valere di fronte a Dio, nella tipica trasformazione del vangelo in legge, col meccanismo deleterio dell’osservanza meritoria.
Il padrone è addirittura “seccato” nei confronti di chi accampa dei meriti; lo chiama etaire in 20,13, «compare, camerata, compagno»: è un termine usato solo da Matteo, detto da Gesù a Giuda dopo il bacio traditore, e dal re che aspramente redarguisce l’invitato senza la veste nuziale (che vedremo sempre l’11 ottobre).
Legge-peccato. A rigor di logica, non si dà nemmeno il demerito della non-osservanza legalistica dei precetti, o di certe prestazioni (religiose) mancate. Infatti il binomio legge-peccato, tanto sottolineato da Paolo, è completamente assente nel vangelo più originario di Marco. Anche nel testo attuale non compare mai il termine “legge” (nomos) e neppure il verbo “peccare” (amartanô). Ma in origine non c’era neppure il sostantivo “peccato” (amartia); il Marco II, redattore romano della seconda edizione, è rimasto inorridito, a fronte poi delle circa 200 volte in cui compaiono nel NT (150 il sostantivo, e 50 il verbo). Anzi peggio: compariva una sola volta ma a proposito di Giovanni il cui battesimo era per il perdono dei peccati (Marco 1,4). Ma come? Giovanni perdona i peccati e Gesù niente? Apriti, o cielo! Allora ha inserito amartia, il perdono dei peccati nel racconto del paralitico (Mc 2,3ss), che all’inizio scorreva lineare con subito «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina», saltando gli attuali vv. 5b-10. L’ha certo immessa in un posto infelice, perché così si rischia di insinuare la relazione causale peccato-malattia. Ma che peccati poteva mai avere un povero paralitico? Non era questa tuttavia la sua intenzione; voleva inserire almeno una volta il perdono dei peccati. Anzi, fin che c’era, ha pure inserito quello della colpa (amartema in Mc 3,28s): tutte le colpe saranno perdonate ad eccezione della bestemmia contro lo Spirito Santo. Il tutto è stato ripreso da Matteo 9,1-8 (paralitico) e Mt 12,31s per le colpe condonate.
Ciò non significa la cancellazione della distinzione universale fra il Bene e il Male, fagocitata da quella fra il successo e il fallimento (che vedremo nel «Date a Cesare quel che è di Cesare…» il 18 ottobre).
Siamo poveri servi. Soprattutto per quanto concerne i meriti in positivo, essi non si danno: non contano e non vengono contate le prestazioni. «Siamo tutti poveri servi: abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10), uno degli insegnamenti più rimossi di Gesù. Il che esclude anche la cosiddetta “santità” più o meno considerata eroica, fra l’altro con diverse gradazioni: dal servo di Dio, poi al beato, quindi a santo con un paio di miracoli necessari per il passaggio al gradino successivo sino alla gloria del Bernini.
Oltre ai meriti che non la alzano, neppure i demeriti [non i peccati, che saranno comunque perdonati], ossia le mancanze soprattutto di omissione, non abbassano la (presunta) ricompensa. Non c’è una paga equivalente alle ore lavorate nella vigna, anche in senso metaforico nelle vigne ecclesiali.
Non vale «sulla base dei miei comportamenti e atteggiamenti mi spetta, o mi spetterà tot». Non funziona «ho fatto di più, mi spetta di più; ho fatto di meno, mi spetta di meno». Non ci sono scale graduate e voti come a scuola. Non vale neppure la religione del 6 meno meno, ossia una sufficienza risicata che mi consenta la promozione, in ultima analisi di andare prima o poi in Paradiso.
Addirittura si è avuta una quantificazione in scala delle indulgenze parziali, con un numero di giorni, mesi o anni di Purgatorio ridotto grazie a performance religiose. Non ci sono prestazioni lucrative, guadagni, né indulgenze plenarie dovute a riti e preghiere, che non sono prestazioni per acquisire meriti o sconti, né per noi né per le anime del presunto Purgatorio.
Detti volanti. Il vangelo si conclude con una delle tipiche frasi volanti: «Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi [infatti molti sono i chiamati, pochi invece gli eletti]» (fra parentesi quadra l’aggiunta in parecchi manoscritti, che poi sarà ribadita in Mt 22,14 nella conclusione della parabola che vedremo prossimamente). È chiaro che non sapevano bene dove piazzare tali detti cercando un minimo di aggancio con qualche brano, in quanto essi provenivano da uno sconosciuto contesto in cui comparivano come aforismi.
Marco inserisce i primi-ultimi in 10,31 in una connessione impropria col lasciare case, campi, familiari…; Matteo 19,30 lo copia da Marco, poi però, forse non soddisfatto dell’ubicazione forzata, anche questo lo ripete appunto nel vangelo odierno, in cui ci sono sì i primi (operai) e gli ultimi, ma sono equiparati senza l’inversione primo-ultimo (un collegamento zoppicante).
È andata decisamente meglio col «chi si esalta sarà umiliato…» (dalla fonte Q): Matteo 23,12 lo piazza correttamente nei guai contro gli altezzosi scribi e farisei ipocriti, e Luca trova la perfezione in 18,11 alla conclusione del racconto del fariseo e del pubblicano: come il cacio sui maccheroni!






