Si è discusso sull’uguaglianza tra noi umani, e sulla relativa mancanza di tale uguaglianza nel vivace convegno L’uguaglianza che ci manca della Cittadella di Assisi dal 20 al 23 agosto (su youtube si trovano i video di tutti gli interventi, inserendo le parole chiave: Pro civitate christiana e il titolo del convegno).
Ma noi umani vogliamo davvero essere uguali? Vogliamo essere uguali o superiori agli altri? Forse vogliamo diventare uguali quando siamo inferiori, ma non lo vogliamo quando siamo in qualche modo superiori. Così opera l’istinto basso in noi, che ci contrappone e ci separa, che ci classifica in gradi, che ci fa temere e invidiare l’altro umano. Ma in noi opera anche un moto alto, che, seppure con fatica, ci fa incontrare e favorire a vicenda: è quel tanto di amore e giustizia che è in noi, ispirato in noi, e ci porta a riconoscere in ogni altra persona umana questo movimento di reciproco riconoscimento e incontro, per bisogno, ma anche per qualche creatività donativa, che è in noi.
Se sono nel pericolo, nel bisogno, cerco un essere umano come me, perché intuisco che lui possa capire, condividere e soccorrere un umano come lui che ha bisogno di lui. Ma forse, invece, costui non mi aiuta, mi abbandona, o addirittura approfitta della mia situazione di inferiorità. Può accadere, a volte accade, ed è la tragedia del disconoscimento umano: l’uno non vede se stesso nell’altro. Il linguaggio corrente dice che è disumano chi non vede nell’altro ciò che sente e attende per se stesso, ed è “umano” chi riconosce il valore e il bisogno dell’altro umano.
Questa è l’uguaglianza primaria tra tutti noi umani, che conosciamo presente come appello, anche quando non la rispettiamo. Non soltanto la viltà e la debolezza tolgono dalla nostra coscienza questo senso di uguaglianza: in certi casi c’è stata una operazione che ha negato e smontato il reciproco riconoscimento, oppure una educazione a una forte differenza tra noi e gli altri, oppure abbiamo ricevuto una tradizione che ha differenziato in radice il nostro gruppo da altri gruppi umani: la mia civiltà, la mia cultura, i miei costumi, sono più umani dei tuoi: tu devi imparare da me, adeguarti.
La costruzione del nemico
Questa è la “costruzione del nemico”, necessaria per ogni conflitto duro, per ogni guerra. È una operazione ideologica, culturale, politica che rende il nemico (per qualche interesse competitivo) meno umano di noi, e così porta noi al suo disconoscimento, alla sua de-umanizzazione, cosicché io posso colpirlo, impedirlo, opprimerlo, perché non colpisco più in lui il mio valore. Tolto il reciproco riconoscimento, abbiamo creato il nemico e il servo. Uccidere il nemico, l’atto della massima diseguaglianza, diventa possibile (salvo pagare in seguito l’effetto autodistruttivo di questa distruzione).
Uccidere, inchiodare una vita umana nella fermata della morte, è il massimo tentativo di togliere valore a chi ho definito nemico. Tentativo? È possibile all’uomo svalutare l’uomo, o quel valore permane in una sfera superiore alle nostre contese? Perché un ucciso può diventare testimone – martire – del valore essenziale di ogni persona umana?
Comunque, dall’offesa e dall’esclusione inflitta, rinasce negli esclusi il diritto a essere uguali: diritto degli scartati, dei non-uguali, o per posizione sociale, o per disprezzo personale, o per appartenenze considerate inferiori. E c’è il dovere di chi è in posizione superiore di cedere qualcosa del suo vantaggio, per rispetto della riconosciuta uguaglianza naturale. Ma questo riconoscimento non avviene facilmente. Appare naturale anche la situazione di forte diseguaglianza, giustificata dai fatti, dal corso delle cose, accettato come naturale, persino di volontà divina. Per vedere l’uguaglianza sostanziale tra gli umani occorre fare forza sulla natura in nome di una più vera natura: una visione più profonda, una redenzione divina, una legge morale, anche non scritta; occorre la scoperta di un diritto senza forza, indipendente dalla forza: la dignità, l’essere degno perché sei, non perché hai.
L’uguaglianza che non livella
Dimensione assoluta è la dignità, dimensione relativa (in relazione) sono le diversità. Ogni persona è unica: è uguale a tutte le altre nell’uguaglianza della inviolabilità, ma è differente da tutte nel suo proprio diverso sviluppo, unico in ogni persona unica.
Vediamo così il paradosso della “uguaglianza delle unicità diseguali”. Nelle mancanze umane ci manca tanto l’uguaglianza riconosciuta quanto la diseguaglianza rispettata e favorita. Non è facile: è necessaria una fatica storica, un cammino di verità, occorre l’emergere di una visione, di una comprensione superiore ai fatti, un continuo ritrovare la qualità attraverso le dispersione.
Non stupiamoci dunque se il senso della nostra uguaglianza è raro, fragile, delicato, e la coscienza che ne abbiamo è sempre da ritrovare e rianimare.
Dunque, la nostra uguaglianza è uguaglianza delle diversità. Sarebbe più facile una uguaglianza di identici, come i soldati, vestiti in “uniformi” uguali, come numeri di una quantità. Kant denuncia come massima violazione della morale questa riduzione della persona a strumento, usata per “farle fare” l’azione di guerra a nome del sovrano. Questa uguaglianza è alienazione: sei ridotto “altro da te”, non autentico, funzione che esegue un’azione altrui. Qui non c’è l’alterità arricchente che è la differenza vitale tra persona e persona, nell’uguale dignità e diritto: l’alienazione non è l’alterità onorata dal riconoscimento del diritto: è la mutilazione della dignità, da persona a servo, a macchina. Ma l’operazione è impossibile: la dignità è insopprimibile. Se calpestata e ignorata si ribella, o con una lotta che ritiene di poter giustificare la riproduzione sull’offensore della violenza patita, oppure, se comprende di più, con la resistenza della forza nonviolenta.
Un disconoscimento offensivo come quello militare avviene nello sfruttamento del lavoro, che è riduzione della persona, non solo usata economicamente, ma svuotata da attiva a pura esecutrice, anche se fosse un lavoro dirigenziale ma incastrato come ruota meccanica in un piano obbligato altrui. La dignità, costitutiva della varia uguaglianza tra noi umani, come stelle diverse e uguali nell’unico cielo, è violata quando è occupata e sostituita dalla obbedienza costretta. Ciò non toglie la parzialità concordata nella cooperazione. Infatti, c’è anche l’obbedienza libera, aderente, consenziente, collaborativa, costruttiva dell’azione umana comune, sociale, di liberi soci, non rivali, non ribelli, non dominatori.
Dalle chiese alla Costituzione
Dunque, uguaglianza di valore, nella diversità delle espressioni ed esplicazioni costruttive, di quel valore uguale. Anche nelle chiese, comunità di fraternità, cioè di uguaglianza intensificata ed elevata, persistono spesso mancanze di uguaglianza, non solo diversità di funzioni. Con la diffusione del vangelo, la chiesa consolidata come istituzione, si diede una forma giuridica entro la quale distinse duo genera christianorum, due generi di cristiani (monaco Graziano 1140-1150): il clero sacerdotale e il popolo. La teologia rinnovata ha superato questa divisione dell’uguaglianza dei fedeli, «figli di Dio». La comunità cattolico-evangelica annuncia l’uguaglianza nel popolo di Dio, tutto «regale, profetico, sacerdotale», ma non ha e non vive ancora l’uguaglianza, che il Concilio ha proclamato, ma non è ancora entrata davvero nella coscienza dei fedeli: molti chiamano ancora «sacerdote» esclusivo il presbitero, partecipano all’eucarestia senza sapere che la celebrano tutti insieme. La legge canonica compie ancora l’offensiva e assurda esclusione delle donne dai ministeri maggiori: è un peccato da rigettare, offende il vangelo. La “peste” clericale (come disse papa Francesco) non è ancora guarita. I servizi siano fraterni-materni-paterni, non “sacri”, perché sacerdotale è tutto il popolo fedele; siano servizi di esperienza, di saggezza, di amore comunitario. La chiesa di Cristo tende e accoglie il santo, non il sacro.
Nella nostra Repubblica l’art. 3 Costituzione indica come doveroso programma politico il compito di «rimuovere gli ostacoli» economici e sociali, limiti di fatto alle uguaglianze da realizzare attraverso le differenze: di sesso, razza, lingua, religione, opinioni, condizioni di vita, cioè divisioni che ostacolano il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione effettiva di ognuno alla vita sociale. Questo principio riconosce e nomina le differenze umane perché la politica faccia in modo che non siano divisioni e discriminazioni nella comune vita sociale, perché ogni persona è unica ma non divisa, in quanto è socia e non è rivale nella comunità sociale. Nel mondo attuale planetario, unico di fatto ma non di diritto, la politica deve togliere gli ostacoli che dividono i popoli, con una Costituzione della Terra, con l’accoglienza organizzata dei migranti per necessità e scelta, come soggetti di diritto universale.
Un solo pianeta, culture diverse
Il paradigma della uguaglianza-diversità dovrà essere fatto valere nelle relazioni tra le grandi culture umane, che sono diverse comprensioni della nostra unica umanità.
Le culture dell’Occidente sottolineano la libertà individuale, perciò il liberalismo individualista, che scalfisce in qualche misura l’uguale dignità delle persone. Culture orientali, per es. quella cinese, vedono piuttosto la singola persona entro il clan intero, e nella tradizione simbolica della paternità dell’imperatore, e così sottolineano il comunitarismo rispetto al personalismo. Entrambi questi grandi tipi di culture sono incompleti e necessari alla intera convivenza umana planetaria: questo bene pacifico e cooperativo ha bisogno non di rivalità e giudizio ma di complementarietà e dialogo continuo, come le nostre due mani per lavorare e i due piedi per camminare.
Forse la tradizione delle chiese cristiane è un tentativo, di valore antropologico, di congiungere il comunitarismo orientale con l’unicità originale e libera di ogni persona. Le altre religioni come si orientano? Il dialogo tra loro potrà nel tempo integrare l’immagine dell’uomo, più profonda e misteriosa di ogni semplificazione.
In ogni società umana c’è tensione tra individualismo e socialità (liberismo, socialismo). L’individualismo tende alle disuguaglianze (ricchezza, influenza, potenza, originalità, inventiva); il socialismo rischia il livellamento delle unicità, se non è un positivo personale libero “associarsi” (farsi soci) delle persone, alla luce di una filosofia personalista e comunitaria. Dovremo tutti (se avremo tempo di saggezza, prima di causare la distruzione bellico-ambientale) imparare un universalismo etico, imperniato sulla “regola d’oro” del riconoscimento, e un universalismo culturale, capace di comprendere e armonizzare le diverse antropologie. I maestri ci sono: per fare solo due nomi, tra tanti, Hans Küng, Ernesto Balducci.
Affinché, quanti arrivano migrando nei nostri paesi, e dicono in un’altra lingua altre memorie, non siano chiamati “barbari” da chi tra noi è più barbaro, sarà necessario che nelle nostre scuole, fin dall’inizio, si acquisti una «istruzione interculturale planetaria» e si costruisca la società umana intera, articolata e armonica, con la legge intera che sarà una Costituzione della Terra.






