I fautori del riarmo europeo lo motivano con la necessità improrogabile della deterrenza: occorre, dicono, poter disporre di un potenziale bellico in grado di scoraggiare e dissuadere i potenziali aggressori, in primis la Russia di Putin; ed è ormai chiaro che in questa direzione si muoveranno – forse con l’eccezione della Spagna − i governi europei.
Ma anche chi non volesse prendere in considerazione la lunga storia delle esperienze di lotta nonviolenta o di difesa popolare nonviolenta (le cui probabilità di successo non risultano inferiori a quelle delle armi) non può non tenere conto dei gravi rischi che la deterrenza comporta quando ne consegue una rapida corsa agli armamenti. Anche il riarmo accelerato, infatti, tende a tradursi in una spirale, che vede continuamente accrescersi il senso di insicurezza su entrambi i fronti, sino a quando basta un incidente (casuale o provocato) per accendere la scintilla dell’esplosione. Oppure interviene il calcolo del ‘momento opportuno’, che induce ad approfittare della situazione di vantaggio in cui il rapporto di forza si presume favorevole. Attualmente il pericolo di questa dinamica − che condusse alla prima guerra mondiale – è sottovalutato, perché negli anni della guerra fredda si è riusciti a scongiurarlo: ma dobbiamo tenere conto del fatto che in quegli anni i governanti dell’Est e dell’Ovest ricordavano bene il secondo conflitto mondiale e avevano chiaro che una nuova guerra avrebbe significato la ‘mutua distruzione assicurata’. Inoltre i canali di dialogo restavano aperti anche nelle fasi di crisi e l’Onu esercitava il proprio ruolo. Oggi queste condizioni mancano; e a detta di molti ci troviamo in una situazione assai più simile a quella dell’Europa del 1914.
Ludopatia bellica
Riguardo all’Ucraina, larga parte della nostra informazione rimane concorde non solo sull’invio di armi e sulle sanzioni alla Russia, ma anche sulla sostanziale esclusione di qualsiasi apertura di un dialogo con Mosca. Tuttavia è interessante notare come alla base di questo orientamento si alternino due narrazioni: la Russia ci viene presentata ora come un paese ormai minato nella propria economia e sul punto di crollare, ora come una potenza militare pronta ad aggredire altri paesi, allargando il conflitto sin dentro l’Unione Europea. Che le due narrazioni siano contraddittorie, non importa: l’una e l’altra vengono utilizzate per lasciare intendere che sarebbe un errore trattare, nel primo caso perché si è prossimi a una resa o a un cambio di regime, nel secondo perché la minaccia è gravissima e incombente. È la logica del ludopatico, prigioniero di un gioco che per opposte ragioni non riesce ad abbandonare né quando sta vincendo, né quando perde.
Non sarebbe più serio offrire una veduta meno schizofrenica della situazione e prendere atto che la Russia non è né facilmente trionfante né sull’orlo dell’abisso? Certo, lo sarebbe: ma non farebbe che confermare ciò che i generali del Pentagono dicevano già nel 2022, cioè che la soluzione non può essere militare.
Quanto cambia l’economia
Una novità sorprendente, da quando si parla del riarmo europeo, è il rovesciamento dei canoni dell’economia da parte dei medesimi politici (ed economisti o giornalisti) che per vent’anni hanno promosso e illustrato il vangelo dell’austerità finanziaria. Tra i suoi capisaldi c’era lo spettro dell’indebitamento: guai a indebitarsi, soprattutto guai ad accrescere il debito in paesi già gravemente indebitati, come l’Italia! Non se ne doveva né poteva parlare – di ulteriore debito – nemmeno se finalizzato a investimenti o al mantenimento del welfare: il mancato rispetto dei vincoli era bestemmia, tale da squalificare senza appello un governo.
Da un anno a questa parte, quell’enfasi sul debito è stata archiviata. E non di rado qualche ministro si arrampica sui vetri sostenendo che il bilancio della Difesa può divenire una “variabile indipendente”: lo si può miracolosamente accrescere senza tagliare altre spese, e senza fare debito producendo una crescita degli interessi sul debito. Ciò che in modo perentorio veniva presentato come impensabile, oggi – nel quadro della priorità del riarmo – diventa addirittura doveroso e come tale ci viene indicato. Sul terreno dell’economia, non conviene più allarmarci: per produrre consenso alla nuova politica, conviene rassicurarci.
C’è da sperare che non tutta l’informazione si conformi allo spirito del tempo. Altrimenti, finiremmo per somigliare alla società orwelliana in cui da un giorno all’altro un dogma poteva diventare un tabù, e viceversa.
Il primato tedesco
Restando in ambito economico, un obiettivo che sino a ieri godeva di buona stampa era quello delle ‘razionalizzazioni’. Lo si additava e perseguiva in varie circostanze con riferimento alla spesa pubblica nei diversi settori. Purtroppo, in alcuni casi la razionalizzazione si rilevava una foglia di fico dietro cui nascondere una riduzione complessiva o lineare degli investimenti nell’istruzione o nella salute: ma nessuno può negare l’utilità di un severo controllo della spesa, in grado di evitare le diseconomie e produrre risparmi, consentendo di spendere meno a parità di risultato, o di migliorare l’efficienza a parità di costo.
Tanto più sorprende, quindi, che questo criterio non venga oggi applicato al riarmo nel momento in cui si ipotizzano giganteschi investimenti. Se la scelta è europea, si dovrebbe innanzitutto operare per un’integrazione dei sistemi d’arma, che grazie all’economia di scala consenta una riduzione dei costi, o un potenziamento a costi invariati. Invece no: se si parla della difesa del continente, questo processo viene talora auspicato (neanche troppo…), ma in concreto quasi nulla se ne vede. E tutto si concentra sul Grande Investimento, ovvero sul 5% di spesa da parte dei singoli stati (dove è noto che si tratta di una cifra ‘inventata’ e imposta da un capo di stato non europeo). Andiamo cioè verso 27 riarmi nazionali. Il che non è soltanto diseconomico – e tale da produrre un enorme spreco di risorse per un risultato mediocre – ma è anche estremamente pericoloso per gli squilibri che si creeranno. Il risultato annunciato è un vorticoso aumento della spesa militare tedesca, che certo non gioverà all’unità del continente, producendo un brusco mutamento dei suoi equilibri interni. Tanto più preoccupante in Germania con la crescita dell’Afd.
Alcuni osservatori rilevano anche come questi indirizzi privilegino il punto di vista del Nord Europa rispetto a quello dei paesi mediterranei. Lo ha spiegato bene ai lettori di Limes (6/2026) il generale Maurizio Boni, già capo di stato maggiore del Corpo d’armata di reazione rapida della Nato, in un saggio dal titolo eloquente (Il riarmo tedesco non conviene all’Italia) che così conclude: «Germania e Polonia condividono una russofobia strutturale, frutto di storia, geopolitica e memoria collettiva, che orienta la loro politica di difesa verso l’obiettivo di massimizzare le capacità di contrasto militare alla Russia lungo il confine orientale della Nato. La conseguenza è una politica di difesa che include ipotesi escalative dagli esiti incerti […] In nessun caso l’Italia deve lasciarsi coinvolgere nelle logiche competitive tra Berlino e Varsavia che hanno come obiettivo dichiarato la costituzione delle forze armate più potenti d’Europa in chiave antirussa. Roma ha un interesse concreto alla stabilità del fianco Est europeo, non alla sua incontrollata militarizzazione. Soprattutto, l’Italia ha un interesse vitale al fianco Sud dell’Europa e della Nato, quello mediterraneo, africano e mediorientale, dove si giocano le partite energetiche, migratorie e commerciali di primario rilievo per la nostra economia e per la nostra sicurezza».
Manca un negoziatore europeo
Il 9 maggio scorso, nel giorno del consueto anniversario della vittoria del 1945, Putin invitò l’Europa a indicare un proprio negoziatore. Anzi, lo propose lui stesso nella persona dell’ex cancelliere Schroeder. Aggiungendo però: «Se non va bene, scelgano qualcuno di cui si fidano». Nei giorni successivi fu unanime il coro del dissenso sul nome di Schroeder, ritenuto (non a torto) irricevibile. Ma furono pochi a interrogarsi sulle alternative proponibili. Sulla stampa internazionale si azzardò l’ipotesi del presidente finlandese o di quello tedesco, o del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa che pochi giorni prima aveva timidamente suggerito una riapertura del dialogo. Ma in breve ricadde il silenzio e l’argomento non è più stato toccato – al di fuori delle segrete stanze – in questi mesi, né da Bruxelles né nei vertici dei più o meno ‘volenterosi’ capi di stato. E non è chiaro se la ragione sia nella difficoltà di convergere su una persona o nelle divergenze sull’opportunità stessa di un negoziato, o sui suoi contenuti.
In ogni caso – essendo chiaro a tutti che negoziare non significa capitolare − si tratta di un segno di debolezza più che di forza. Un’Europa che nel rapporto con la Russia punta esclusivamente al riarmo e assiste/partecipa al graduale scivolamento verso un conflitto di grandi proporzioni, tradisce innanzitutto se stessa e le sue radici. Ed evidenzia il proprio deficit politico, illudendosi di surrogarlo con la crescita degli arsenali.
Si fa presto a dire guerra
Intanto il cancelliere Merz ci ripete che «non siamo in guerra, ma non siamo più in pace». Siamo, quindi, in un tempo intermedio, caratterizzato – ci viene detto − da una pulviscolare e sistemica ‘guerra ibrida’ scatenata da Mosca. Dal momento che in questo processo non si registrano né da una parte né dall’altra passi distensivi o inversioni di rotta, è evidente che si tratta di un piano inclinato destinato a portarci – salvo auspicabili imprevisti – allo scontro. E a questo proposito è curioso il pudore degli analisti che da un lato ci illustrano le ‘ragioni’ che paiono rendere irreversibile il conflitto tra Nato e Russia, ma dall’altro stendono un pietoso velo sul dopo. Una volta superato il punto di non ritorno – che si sta avvicinando – a quali scenari si andrebbe incontro? L’esperienza delle guerre contemporanee ci insegna che la vittoria definitiva di uno dei belligeranti è del tutto improbabile. Il bivio è tra un conflitto di lunghissima durata e il ricorso alle atomiche ‘tattiche’, ben più potenti di quella di Hiroshima.
Se vogliamo procedere su questa strada, dobbiamo essere lucidamente consapevoli di cosa ci attende. Altrimenti, l’imperativo non è la resa: è non lasciare nulla di intentato per scongiurare questo esito. E mobilitare a tal fine le energie e le intelligenze, la tenacia e il coraggio, che altri già indirizzano verso le guerre future.
Purtroppo non lo stiamo facendo. E non lo facciamo neanche mentre si fanno più drammatiche le ricadute di una crisi climatica che esigerebbe un’azione globale. (Quanto somigli – homo sapiens – ai capponi di Renzo!).






