Commento al vangelo della 29ª dom.: Matteo 22,15-21
I farisei, volendo cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi, mandano i discepoli con gli erodiani, che iniziano con un’ipocrita captatio benevolentiae: «Maestro, tu insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di alcuno…» (Mt 22,16). Poi lo incastrano con la domanda-trabocchetto se sia lecito o meno pagare (dare, δουναί) il tributo a Cesare.
La trappola. Si noti che nel quesito si chiede se sia lecito (εξεστιν), non se sia giusto; cioè se sia consentito pagare l’imposta imperiale dal punto di vista della religiosità giudaica, e non quali siano i doveri imposti dal diritto civile. Si richiede a Gesù di risolvere un problema di coscienza religiosa, e non di dare un consiglio di natura politica o giuridica.
Si trattava del latino census, ossia la tassa personale e fondiaria introdotta dopo il censimento del 7 d. C. A differenza dei sadducei collaborazionisti, gli zeloti vedevano nel censo un simbolo della schiavitù, e il pagamento del tributo all’imperatore, venerato quale Dio, come idolatria e incitavano a rifiutarlo.
Diciamo che l’aspetto socio-politico è solo sfiorato tangenzialmente: se Gesù afferma il rifiuto dell’imposta, rischia di essere un sovversivo, fra l’altro alla presenza degli erodiani che non vedono l’ora di coglierlo in fallo. Se afferma l’obbligo di pagarla, oltre ad inimicarsi la popolazione, rischia l’accusa di idolatria: l’hanno veramente incastrato.
Gesù tergiversa per guadagnare tempo, facendosi consegnare un denaro da osservare: sulla faccia anteriore della moneta d’argento molto diffusa c’era il busto dell’imperatore Tiberio in nudità olimpica, ornato dalla corona d’alloro che ne indicava la dignità divina, e circondato dall’iscrizione: Tiberio, Cesare, figlio del divino Augusto… Sull’altra faccia stavano le parole Pontifex maximus: sacerdozio e regalità coincidono (come poi pure nella monarchia assoluta del sommo sacerdozio papale), con l’immagine della madre dell’imperatore, seduta su un trono divino, con un lungo scettro. È una moneta simbolo di potenza e di culto. Si noti che l’immagine idolatrica di Tiberio e l’iscrizione coi suoi titoli blasfemi erano di scandalo per i giudei osservanti.
I suoi avversari non possono fare a meno di constatare che il denaro mostrato porta l’immagine e l’iscrizione dell’imperatore, e pertanto è identificabile come sua proprietà: da qui il «date a Cesare le cose di Cesare», ossia restituitegli le sue cose (stop)!
Dio non c’entra. Quella di Gesù non è assolutamente una posizione filoromana di sudditanza; il vangelo è estraneo a ogni confusione tra regno di Dio e lo Stato. Gesù snobba il denaro imperiale, con un’aria di distacco.
Mentre all’inizio in 22,17 si dice “dare” (didômi), qui in 22,21 si usa il composto apo-didômi: apo è una preposizione che significa “da”, o all’inverso, quindi il senso è restituire. Perciò la versione corretta è: «Restituite (apodote), ri-date a Cesare le sue cose», o «rendete» (reddite della Vulgata) come nella nuova versione CEI, diversa dalla vecchia «date».
Non vuole dire più di tanto, essendo solo un escamotage per svicolare dalla trappola, e per di più con dell’ironia: a Cesare appartiene Mammona; egli vi ha fatto incidere sopra la propria effigie. Perciò può ri-avere la sua proprietà!
Il «date a Dio le cose (quel che è) di Dio» è quasi sicuramente un’aggiunta redazionale; mentre sono chiare le cose di Cesare da ridargli, non lo sono quelle di Dio: quali sono le sue proprietà da rendergli?
Ma nonbisogna tanto sottilizzare: il redattore romano del vangelo di Marco ha giudicato la risposta di Gesù troppo laconica e snobbante, per cui è intervenuto normalizzandola con la prosecuzione su Dio, perché voleva sottolineare a chiare lettere che Dio è tutta un’altra cosa dagli imperatori divinizzati, più in generale dall’olimpo greco-romano e dal suo pantheon. Era iniziata la lotta contro il paganesimo, durata per almeno tre secoli fino a Costantino.
Inoltre in aramaico il verbo «dare» ha un’estensione molto più ampia del verbo greco (cfr. attentamente l’appendice tecnica): qui ci interessa che voglia dire anche concedere, come in Mt 13,11: «A voi è dato, cioè concesso, di conoscere i misteri del Regno». Possiamo quindi tradurre in maniera più sobria e limitata: «Concedete (pure) a Cesare le sue cose», al limite senza troppa convinzione, o mal volentieri.
Pur non avendo questo escamotage quasi nulla da dire al riguardo, sono stati tuttavia scritti i proverbiali fiumi d’inchiostro sul rapporto fede-politica, ovviamente perché si attribuivano senza problemi a Gesù stesso anche le parole di passaggio dalle cose di Cesare a quelle di Dio: ma quali sarebbero le cose di Dioda rispedire al mittente?
La teologia politica. Tuttavia le centinaia, migliaia di pagine su fede e politica non sono state inutili, perché (prescindendo dall’odierna battuta ironica di distacco) è fondamentale un profondo esame di coscienza circa i rapporti fra religione e politica.
Per sfondare nella società, con la svolta costantiniana il cristianesimo ha dovuto, o comunque ha optato per darsi il volto della religione vera, onde prendere il posto degli dei di Roma. La missione cristiana non si estendeva in un territorio vergine religiosamente vuoto o ateo, come spesso si crede, ma in un mondo concorrenziale permeato dalla pietas pagana fondata sui riti prescritti.
Ha avuto luogo la cosiddetta interpretazione religiosa del cristianesimo; si è guadagnato in rilevanza, ma si è perso in identità. Pur con tutte le distinzioni e sfumature che si possono addurre, resta il fatto che la realtà cristiana è stata in larga misura fraintesa, congiungendo la logica egemonica col vangelo, assemblando il potere religioso con quello civile.
Giuseppe Dossetti, deputato ed eminente uomo politico della Democrazia Cristiana, sostenne la non conciliabilità della logica del potere con lo status di cristiani. Infatti lasciò la politica per farsi prete e fondare la comunità “monastica” di Monteveglio (a Bologna; come ha fatto Enzo Bianchi a Bose). In ogni caso la chiesa, a partire dall’epoca costantiniana, li ha considerati ben compatibili, e ha dato inizio ai cesaro-papismi, alle clericocrazie e alleanze fra trono e altare, riducendo così ai minimi termini la critica profetica del potere, o esercitandola solo nei confronti dei regimi atei o anti-cristiani.
Abbiamo avuto per secoli la Polis religiosa (oggi si preferisce dire «la religione civile») con le “reciproche adeguazioni”, come nelle sperimentate insidie dei regimi concordatari, fra Ecclesia e Polis, cioè tra una comunità locale “kerigmatica” che annuncia il vangelo e vive di fatto la koinonia (comunione) in diakonia (servizio), e la più vasta collettività territoriale. Quando si dà “adeguazione”, o peggio ancora risultano pressoché omogenee (come nel regime di cristianità) vuol dire che la proposta di fede non è avvenuta in termini decisivi, ma che è stata “strozzata” fino a risultare una semplice sanzione sacra di una cultura o di un ordine vigente. La Polis può tollerare, persino privilegiare, addirittura riadattare («eresie sterilizzate») una religione funzionale alle proprie strutture portanti. Ma il fatto cristiano in sé non sopporta, senza essere stravolto, di essere collaterale a un modello politico, poiché chiede di convertirsi alla verità evangelica. Si cede alla tentazione di prendere comodamente posto all’interno di un assetto socio-politico, accontentandosi di amministrare il bisogno naturale di cose religiose proprio dell’uomo, e fornendo luoghi (templi, santuari, basiliche) e occasioni per un pieno soddisfacimento.
Una massima, pericolosamente ambigua, campeggiava nella testata del periodico reggiano «Il genio cattolico» (religioso-scientifico-letterario-politico; i primi numeri usciti nel 1868): «La chiesa cattolica non s’impiccia delle forme di Governo: sa stare collo scettro dei Cesari, col berretto dei repubblicani, coll’urna dei costituzionali». Poco più di un secolo dopo ha fatto altrettanto sempre un altro reggiano, il card. Ruini: prima cercando di convogliare l’amico Prodi sulla sua linea, e poi, dopo il litigio, nelle reciproche adeguazioni con Berlusconi e il suo governo.
Appendice tecnica
Nell’aramaico palestinese e nel tardo ebraico il verbo «dare» ha un’estensione assai più ampia del greco (e delle nostre lingue). Esso può significare «fare»: ad es. «Ti dò (il contratto didô) alcuni della sinagoga» nel senso del successivo «li farò (poiêsô) venire ai tuoi piedi», entrambi in Apoc. 3,9. Oppure «tenere»: come in Mc 3,6 «dare consiglio», che non significa consigliare, ma tenere una seduta del sinedrio. Oppure ancora «mettere»: così in Lc 15,22 per il prodigo «Dategli (dote), cioè mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi».
Dulcis in fundo il nostro «concedere»: come in Mc 10,37 la richiesta dei figli di Zebedeo: «Dacci (dos), cioè mettici, consentici di sedere al tuo fianco nella gloria futura», nell’esteso Mc 10,35-40 che raggruppa parte dei suddetti significati. La domanda è preceduta due volte dal verbo «fare» in 35s, e seguita da un altro «dare-concedere» (sempre δουναί) nel v. 40.
Quindi nella nostra frase si tratta di acconsentire a malincuore alla dominazione straniera, non per… gentile concessione ma sopportandola obtorto collo, tuttavia in attesa orante, come i farisei e sadducei, della sospirata redenzione.





