Alternative für Deutschland (AfD) ottiene il 44% dei voti alle elezioni per il Parlamento del piccolo Land Sassonia Anhalt, 2 milioni di abitanti o poco più, come la Città metropolitana di Torino. È bene partire da lontano. Ci aiuta Tonia Mastrobuoni, tedesca per parte di madre, corrispondente di «Repubblica» da Berlino e autrice di un recente libro intitolato La peste, indagine sulla destra in Germania.
Nelle pianure del nord, tra Amburgo e Hannover, già prima della riunificazione, vivevano, in piccoli borghi di campagna, parecchie migliaia di tedeschi che rifiutavano totalmente la Repubblica Federale, considerata una usurpazione rispetto al defunto Reich nazista, un’opera dei vincitori alleati. Si richiamavano alla cultura völkisch, nata a fine Ottocento dopo l’unificazione attuata da Bismarck, ritenuta deludente. Ma possiamo risalire a Johann Gottlieb Fichte per il quale, nei Reden an die deutsche Nation (1807), «essere tedeschi era un fatto spirituale, quasi mistico» (p. 22). Il filosofo inglese B. Russell attribuì al pensiero di Fichte e ai suoi successivi sviluppi un’influenza decisiva nella formazione dei movimenti fascisti e nazisti. Definiti «una rivolta contro la Ragione». L’aggettivo völkisch, sostantivato, indicò i seguaci di queste idee, prima e dopo il nazismo, Die Völkischen. Con la riunificazione del 1989 pare che questi “tedeschi del rifiuto” siano di molto aumentati e abbiano “colonizzato” parecchi borghi, piccoli stati nello stato, cacciando coloro che non la pensavano in conformità, o rendendo loro la vita impossibile. Spesso sono emigrati dalle province occidentali nelle aree rurali semiabbandonate della ex Repubblica Democratica Tedesca. Cultura bio, naziecologismo, mito del ritorno alla terra (Boden), famiglie numerose, scuola propria, autoproduzione e autoconsumo. Pare che neppure la polizia locale e gli efficienti agenti delle imposte trovino il coraggio di farsi vedere nei dintorni. Se noi esaminiamo il programma di AfD ci troviamo parecchie di queste cose e anche un altro aspetto su cui non ci si è molto soffermati: il rifiuto della cultura delle élite intellettuali.
Lunedì 5 ottobre scorso è stato eletto presidente del Parlamento del Land Saxen-Anhalt Tobias Rausch, con i voti di AfD, dei 4 democristiani CDU, e dei 5 eletti per la coalizione rossobruna di Sahra Wagenknecht, già esponente del partito di sinistra, Linke. No comment. Seguirà l’elezione del Governatore. Mastrobuoni, intervistata a Zapping, Radio 1, da Giancarlo Loquenzi, ci ricorda che una di queste cariche, circa un secolo fa, fu ricoperta da Hermann Goering. Corsi e ricorsi storici…
Pare che uno dei primi atti del nuovo Parlamento sarà quello di vietare l’ulteriore posa delle «pietre d’inciampo» (Stolpersteine) che, per pregevole iniziativa dell’artista tedesco Günter Demnig, ricordano, in tutta Europa, i deportati nei lager, davanti ai domicili da cui furono prelevati. Ricordo che fa ritornare le vittime da numeri a persone. È iniziato il rifiuto della responsabilità storica del periodo nazista, non più sommessamente richiesto ma apertamente invocato, in nome della «dignità nazionale». Ma non è la prima volta che si spostano i «confini dell’indicibile». Ci aveva già pensato il 17 gennaio 2017 Björn Höcke, uno dei fondatori di AfD, che durante una riunione di partito in una birreria di Dresda, aveva testualmente affermato: «Il nostro popolo è l’unico popolo al mondo che si è piazzato un monumento della vergogna nel cuore della capitale» (p. 183). È il memoriale della Shoah di Peter Eisemann, 2711 blocchi di cemento grigio, come le stele di un colossale cimitero. Nel quartiere di Berlino dove avevano sede la cancelleria di Hitler e gli altri edifici dei gerarchi del regime. E aggiunge rivolto al movimento giovanile Junge Alternative: «non abbiamo più tempo, né bisogno per dedicarci a rituali morti», «occorre una svolta nella politica della memoria di centottanta gradi». Secondo il leader dei Verdi della Turingia, Jürgen Kasek, c’è l’intenzione di lottare contro il cosiddetto «culto della colpa», un topos caro alla destra. Va ricordato che ogni anno i nostalgici si ritrovano a Dresda nei giorni degli ultimi spaventosi bombardamenti del febbraio 1945 (almeno 25.000 morti) voluti soprattutto dagli inglesi, che poi, tra l’altro, ricostruirono, pietra su pietra, la Frauenkirche, monumento simbolo della città.
Ma c’è di più nel programma di AfD. Un tema forse non abbastanza trattato. Il partito accusa il Bauhaus di essere diventato il simbolo di una identità tedesca troppo aperta e internazionale e propone di ridurre i finanziamenti a quel tipo di arte considerata antitedesca. Non siamo forse alla condanna nazista dell’arte “degenerata”, di infausta memoria. Ma la strada è quella. A questa richiesta se ne aggiungono altre: ridimensionare lo studio del nazismo, in realtà un tentativo di riscrittura del periodo. A un congresso di Junge Alternative, Alexander Gauland, esponente dell’ala più intransigente, ha gridato dal palco: «Hitler e i nazisti sono soltanto una cacca di uccello in oltre mille anni di storia di successo della Germania» (p. 204). Si chiede poi di ripristinare la prima strofa dell’inno nazionale Deutschland über alles, che già viene abitualmente cantata nei raduni di partito.
Merita soffermarsi un po’ più a fondo sulla questione Bauhaus, alta scuola di arte, architettura e artigianato, fondata nel 1919 e diretta fino al 1928 dal W. Gropius, nel vivace clima della Repubblica di Weimar. Nata in questa città, dovette tuttavia trasferirsi nel 1926 a Dessau, su pressione degli ambienti conservatori. Nel 1933 fu chiusa per ordine del governo nazista, da poco al potere. Vi insegnarono, tra molti altri, Paul Klee e Vassilij Kandinsky, che vi portò la sua esperienza della scuola di Leningrado. Sul retro del biglietto d’ingresso alla mostra a Camera, Retrospettiva di Harry Gruyaert, fotografo del colore (una delle poche mostre decenti attualmente a Torino), trovo questa frase: «Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro». È dell’ungherese Lazlo Moholy-Nagy, pittore e fotografo, uno dei primi collaboratori di Gropius. Il patrimonio storico del Bauhaus, rinato nel dopoguerra e chiuso definitivamente negli anni ’60, va oltre le sue specificità ed è un simbolo di quella cultura tedesca che amiamo particolarmente perché aperta al mondo. L’attacco di AfD a questa tradizione dovrebbe essere al centro delle nostre preoccupazioni di europei. Mastrobuoni dedica il suo libro alla madre Monika, che «mi ha insegnato ad amare i tedeschi e a odiare i nazisti». E benché ci rassicuri che la Germania rimane un paese profondamente democratico, mi chiedo: siamo ancora in tempo o è già troppo tardi?





