Tutti i buoni, i saggi, i sapienti, i giusti, i profeti di umanità, lo hanno sempre pensato e voluto: la guerra deve essere sradicata dalla storia umana. Lo gridano le immense schiere di vittime.

Vogliono mantenere la guerra i potenti, per i quali uccidere vite umane e distruggere i mezzi di vita, è uno strumento della loro politica. Rarissimi i casi di politici che rinnegano effettivamente la possibilità di fare la guerra. Il potere per lo più ottunde e oscura intelligenza e coscienza (Kant, 1795). Nel 1999, un politico italiano di sinistra, allora al governo, avrebbe detto: “Per dimostrare di saper governare bisogna dimostrare di saper fare la guerra”. Pietà, ma pietà severa, per questa mentalità.

Persone sensate, realistiche, oneste, colte, ammettono la guerra necessaria e inevitabile come guerra di difesa dalla guerra aggressiva. E’ il caso attuale dell’Ucraina e di chi la arma in abbondanza, come il governo italiano: con quanto vero consenso del popolo? Sono persone oneste, che vedono l’immediato, senza risalire alle cause precedenti, prossime e remote, che certo non giustificano l’aggressore, ma vedono tutta la catena delle azioni cinicamente messe in atto un po’ da tutte le potenze: ognuna si giustifica con la colpa dell’altra. Nessuna grande politica è innocente del delitto di guerra. Nessuna politica corrente è innocente della prossima guerra. La guerra offende l’umanità intera, anche chi non è colpito, perché offende – massimo delitto universale – il diritto alla vita, anche del colpevole. Lo Stato che uccide è assassino come il privato che uccide. Colpire una sola vita è colpire l’intera umanità e il suo significato di grande ampiezza. Intelligenza non è vedere, ma vedere avanti, volere il meglio, il giusto, e costruirlo. 

La nostra Costituzione ripudia la guerra, e affida la difesa alla comunità delle nazioni, in condizioni di parità. I governi italiani che partecipano alla guerra tradiscono la Costituzione e il popolo, al cui servizio sono eletti e severamente incaricati.

L’industria delle armi è criminale causa di guerre, pressione e ricatto sui governi.

Le persone sensate, realistiche, oneste, che si rassegnano a giustificare la guerra inevitabile, possono meglio sviluppare la loro cultura e intelligenza studiando le realistiche alternative nonviolente alla guerra, che: 

a) sono realtà storiche efficaci di difesa popolare nonviolenta e nonarmata, documentate (posso documentare), meno umanamente costose, moralmente oneste, ma ignorate dalla storiografia dominante, socialmente legata ai poteri; 

b) sono le sole promettenti per salvare l’esistenza stessa dell’umanità dall’eccidio nucleare, sempre più possibile e vicino, con le attuali politiche.

L’intelligenza non statica, ma costruttiva: può pensare, volere, progettare l’abolizione della guerra, che è possibile, come in linea di diritto abbiamo abolito la schiavitù, la potestà paterna sulla vita, la superiorità maschile, l’intolleranza religiosa, la pena di morte, eccetera.

L’umanità non è condannata a restare quella che è, né nei progressi avviati, né nelle barbarie residue, la più intollerabile delle quali è la guerra, con la vasta lunga cerchia di mali, di dolori, di arretramenti civili, di poteri violenti in mano a personalità malate, che essa comporta.

La guerra non vince mai contro la guerra, perché, nel più profondo degli animi statici, e nella rassegnazione delle intelligenze pigre e ripetitive, essa è imitazione, ripetizione e conferma della violenza a cui crede di opporsi. La vittoria in guerra è conferma della guerra, è incinta della successiva guerra, è grande stoltezza. Non è da celebrare, ma da giudicare in quel che forse ottiene momentaneamente per la vita, e in quel tanto nuovo carico di morte che essa prepara.

Il realismo è piccino se non vede tutta la realtà, le sue componenti ambigue, le sue potenzialità sia catastrofiche, sia di salvezza. Il “realismo” è illuso e bloccato, presuntuoso, se non è abbastanza intelligente sugli aspetti non evidenti della realtà sempre dinamica.

La cultura positiva della pace vuole e studia razionalmente, su molti piani del pensiero attivo, l’abolizione della guerra come emancipazione dell’umanità, necessaria per non fallire come umanità consapevole e progressiva, in evoluzione.