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Norberto Bobbio, l’uomo del dialogo scrive lettere

da Enrico Peyretti | Gen 22, 2024 | Filosofia e etica, News | 0 commenti

Ricordiamo Norberto Bobbio a 20 anni dalla morte (9 gennaio 2004, era nato nel 1909) con un pezzo di Enrico Peyretti che ha scambiato col filosofo le lettere raccolte in Dialoghi con Norberto Bobbio su politica, fede, nonviolenza (Claudiana, 2011).

Uomo del dialogo, Bobbio scrisse molte lettere, a molti corrispondenti. Rispondeva anche a giovani studenti che lo interpellavano. Per nostra fortuna scriveva su carta, non arrivò all’uso regolare del computer che, diceva, «faceva bella mostra di sé» sulla sua scrivania. Egli diceva: «la corrispondenza è in fondo un dialogo a distanza» e il dialogo «è sempre un discorso di pace e non di guerra». Come dice Bobbio stesso, citato da Pietro Polito, questa propensione e vocazione al dialogo è il «tratto dominante» del suo carattere, è per lui «un esercizio quotidiano praticato tanto nella vita pubblica quanto nella vita privata», nella sua «attività ininterrotta di scrittore di lettere» (Pietro Polito, in I mestieri e i valori di Bobbio, pagine inedite raccontate a bambini e ragazzi delle scuole di Rivalta Bormida, 2007).

Dialogicità del pensiero

Diceva Bobbio stesso che «talora una lettera serve da preparazione per un articolo da fare o da correzione per un articolo già fatto». Questo è un indice della dialogicità del pensiero di Bobbio, anche con se stesso e non solo con gli altri, e con se stesso attraverso il confronto con gli altri. «L’uomo che pensa davvero scrive lettere agli amici», dice Bobbio citando Ceronetti. Chi scrive pubblicamente, a chi scrive? Spesso ad ignoti. La lettera indirizzata, a pochi o molti, ha una dimensione vitale superiore alla pubblicazione generica. È una cosa da imparare.

Ho avuto la fortuna di frequentare e dialogare con Norberto Bobbio, sia di presenza sia per lettera, lungo quasi venti anni. A me sono rimaste una quarantina di lettere e biglietti suoi che, avuto il consenso dei familiari, ho ritenuto interessante e doveroso mettere a disposizione di chi vuole continuare a conoscerne la personalità e il pensiero. Queste lettere sono depositate in copia nell’archivio Bobbio presso il Centro Studi Piero Gobetti, di Torino, da me consegnate il 19 settembre 2009, e sono pubblicate nel mio libro Dialoghi con Norberto Bobbio su politica, fede, nonviolenza (Claudiana, 2011). Questo libro (dal quale riprendo qui alcune idee) è il resoconto di un dialogo, appunto, e anche di discussioni con Bobbio su temi non frequenti nella sua attività accademica e pubblica: oltre pace e politica, temi rilevanti sono gli interrogativi sul senso della vita, sulla fede, sul problema del male (che angosciava Bobbio negli ultimi tempi), sulla nonviolenza. Le mie lettere a lui sono anche discussioni, dissensi, interrogazioni, proposte, stimolate dallo stile intellettuale problematico e dialogante di Bobbio.

I seminari al Centro Gobetti

Dopo alcuni precedenti incontri, presi a seguire, dal 1980, i seminari da lui guidati nel Centro Studi Piero Gobetti, su etica e politica, che trattavano, di anno in anno, temi di grande rilievo culturale e civile in una cerchia vivissima per cultura e impegno, in buona parte costituita da allievi suoi lungo gli anni e i decenni. In un paio di occasioni mi fu chiesto di presentare la relazione introduttiva alla discussione (una volta su cristianesimo e storia, un’altra volta sul pacifismo), affiancata a quella di Bobbio. Lungo quegli anni, ebbi con lui diversi colloqui, e soprattutto un lungo scambio di lettere, dalla sua prima del 6 novembre 1984 alla sua ultima del 13 giugno 2000, alternate a varie mie. Fin da ragazzo, ho amato scrivere lettere a varie persone. Forse è un modo per superare la timidezza e l’incertezza nel colloquio. La sua cortesia mi incoraggiò. C’è, nelle lettere sue e nelle mie, un crescendo di intensità, fino al suo doloroso silenzioso declino finale. La sua calligrafia diventava, con gli anni, più difficile da decifrare.

Egli sente il tema urgente della pace, specialmente di fronte al pericolo atomico, ma non la vede possibile in “questa” umanità, della quale ha, in generale, come è noto, una concezione hobbesiana, pessimistica. Attribuisco a questa antropologia filosofica una certa sua rassegnazione teorica, non morale, all’esistenza della guerra e al peso del male. Ma il suo famoso pessimismo non è affatto inerzia, rinuncia: tutt’altro. Fossero così propositivi tutti i pessimisti vilmente rinunciatari. Le relazioni di Bobbio con le singole persone reali erano ricche di attenzione, anche di amicizia, e gratitudine: ecco quel primato che affermò negli ultimi anni dicendo più volte: «A questa età valgono più gli affetti dei concetti». Bobbio si faceva voler bene. Sì, a volte esplodeva, ma diceva: «Mi accendo, poi mi spengo subito».

Pace necessaria, e impossibile

Ho sempre prestato molta attenzione ai suoi contributi sul tema della pace, ma ho sempre dissentito da quella sua concezione della natura umana. Bobbio ebbe a dire in una conferenza a Ivrea (e forse altrove), la pace è «necessaria e impossibile». Del resto, questa è la tesi del suo libro Il terzo assente. Eppure, egli sente il male della violenza e il bene della pace. Forse si può dire che la sua sensibilità morale non ha mai potuto produrre in lui una cultura della ragionevole speranza perché si è scontrata con la sua fredda concezione e analisi della realtà, delle «dure lezioni della storia». Il suo pacifismo è politico e giuridico: solo la legge e la forza, che hanno la loro forma migliore e meno violenta nella democrazia (la fede razionale di Bobbio, direi) possono tenere a bada la violenza e l’aggressività umana.

Riguardo alla nonviolenza, è nota la sua grande ammirazione e profonda sensibilità per il pensiero e la visione di Aldo Capitini: la sua prefazione a Il potere di tutti è una delle cose più belle e intelligenti scritte su Capitini, ed è, a mio parere, tra le più belle e alte pagine scritte da Bobbio. Ma, come egli conclude quelle pagine, rimane «perplesso» davanti a Capitini «persuaso». Anche nella corrispondenza con me insiste sulle difficoltà ed esprime scetticismo riguardo alle possibilità reali della resistenza e opposizione nonviolenta alle violenze. E tuttavia ha scritto più volte che la nonviolenza è il problema fondamentale del nostro tempo: «Era ormai venuto il momento di rimettere in onore il tema della nonviolenza, di cominciare a considerarlo il tema fondamentale del nostro tempo» (N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino 1979, p. 13. Questa espressione non si ritrova nelle edizioni successive, fino alla quarta del 1997). «La non violenza è il tema fondamentale che fin da subito mi aveva personalmente affascinato nell’opera di Capitini, dalla quale ho creduto di poter ricavare una filosofia della storia fondata sul passaggio dalla violenza alla non violenza» (N. Bobbio, Prefazione a Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, 2001, e poi in Il sogno di un uomo nonviolento. La marcia della pace, in La Stampa, 13 ottobre 2001). Mi pare che alla fine abbiano prevalso in Bobbio le obiezioni e i dubbi sulla praticabilità della lotta nonviolenta.

L’interrogativo sul male

L’altro principale tema di quella corrispondenza è la religione, in particolare il cristianesimo. Negli ultimi anni, Bobbio ha scritto cose esplicite e interessanti  sulla sua «religiosità, non religione» (fino al suo testamento morale, in cui accenna tuttavia alla «religione dei padri»). Sono le grandi domande di senso, specialmente il pesante interrogativo sul male. Egli non abbandona mai quelle domande, anche se inclina alla risposta negativa che in qualche momento gli esce: non c’è alcun senso! Ma ha stima e interesse per le persone seriamente religiose, e specialmente per chi vede mettere in pratica, nell’aiuto concreto al prossimo, l’amore cristiano (ha tenuto corrispondenza con alcuni missionari). Ammira l’essenziale della morale cristiana. Quando la confronta con la morale laica, ne valuta, da filosofo del diritto, soprattutto l’efficacia, perché pensa che, in essa, il giudizio e la sanzione divina sono ritenuti infallibili (cfr. N. Bobbio, Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche editrice, 1998, pp. 177-80). Bisogna dire, però, che la sua conoscenza del cristianesimo – come afferma lui stesso – è piuttosto elementare, è sproporzionata alla sua cultura generale; egli dice che è rimasta allo stadio della sua lontana educazione infantile. Infatti, si riferisce a schemi teologici arretrati rispetto al pensiero cristiano cresciuto dentro la cultura del mondo attuale. Perciò c’è una sfasatura, anche solo di conoscenza, nel discorso con lui sul cristianesimo.

L’ho sempre sentito parlare di Cristo con grande rispetto, pur senza la speranza che egli abbia dato all’umanità la possibilità, la grazia, la forza salvifica di un cammino nuovo nella vita giusta e buona. Il famoso pessimismo di Bobbio è anche, in profondità, il dolore e lo scandalo per il male cosmico. Egli disse più volte che ci turba non tanto il male che è colpa di Caino, di cui si vede l’origine, ma il male patito da Giobbe innocente, la cui causa ci sfugge, oppure ricade sull’immagine di Dio e sul senso della realtà. Con queste categorie bibliche essenziali, pur senza una cultura biblica sviluppata, Bobbio esprimeva la sua visione sofferta della realtà. Forse nel poema biblico di Qohelet, specialmente in età avanzata, Bobbio avrebbe trovato un’alta espressione classica del suo sentimento. A questo proposito, egli espresse l’opinione che nelle scuole i giovani dovrebbero conoscere la Bibbia come studiano i poemi di Omero, per vedere tutte le basi della nostra cultura.

Una figura paterna

Non ho difficoltà a dire che, nonostante la differente cultura e visione della vita, ma grazie ad una affinità di senso morale, nella mia lunga relazione con lui, l’ho sentito e mi resta oggi , a distanza di tempo, come una delle figure autorevoli e paterne della mia vita, sebbene io fossi in età già matura. Ciò significa, mi sembra, almeno due cose. La prima è che il valore vitale di una persona, e quindi della relazione con essa, non dipende totalmente dall’accordo intellettuale, ma da fattori morali (anche psicologici, certo). La seconda cosa è quella verità a cui egli arrivò, riguardo all’avere o non avere fede religiosa, detta con parole poi riprese e condivise dal cardinale Carlo Maria Martini: «La differenza più importante non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa ai grandi interrogativi dell’esistenza». 

Insomma, questo rapporto che ho avuto con Norberto Bobbio, come allievo con un maestro, dimostra che si possono dare risposte diverse alle stesse serie domande, e possono essere le domande più delle risposte che uniscono umanamente e intellettualmente. Dimostra che si può francamente discutere e dissentire, entro un rapporto di apprendimento, di stimolo magistrale, di collaborazione intellettuale. Dimostra che si possono avere idee diverse e tuttavia stimarsi e volersi bene. Infatti, proprio di questo si tratta: molti suoi allievi non hanno solo imparato da Bobbio, ma gli hanno voluto bene, discutendo con lui. Io lo affermo per parte mia.

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