Oggi che le guerre sono condannate ma accettate, e alimentate, e vincono solo l’industria militare e le statistiche dei morti, ci voleva un nuovo film sulla guerra come Campo di battaglia di Gianni Amelio. L’importante è che a raccontarla, come diceva Erasmo, sia chi la conosce direttamente, sul proprio corpo, e dentro l’anima. Nel film c’è una grande parata di giudici vincitori, non del tipo che ti aspetti: sono vincitori feriti e morenti, anche feriti volontari, pur di non tornare a morire al fronte, fuori ospedale. La vittoria che cercano è tornare a casa. C’è forse una vittoria più grande? Non ci riescono, ma sono i vincitori morali. La guerra gli ha preso un occhio, o una gamba che lui, un contadino, non vuole farsi amputare: «Meglio morto che zoppo», dice. L’altro accetta di perdere un braccio, tanto è il sinistro. C’è anche lo “scemo di guerra”, una categoria che in quel tempo fu presente anche nel manicomio di Collegno. E la cattedra di questi giudici è uno stanzone d’ospedale di guerra. La sentenza che proclamano è nei vari dialetti (molti meridionali) dei soldati, che la Patria usò in quella guerra a loro estranea. Vogliono spedire a casa sentenze dialettali che sono sapiente condanna della guerra. C’è il dottore che diventa famoso tra loro, perché, grazie alle altre malattie, cura solo la più grave di tutte. Poi compare anche il covid di allora, la spagnola, con le mascherine e la fila di camion, che noi conosciamo. Poi c’è la vittoria del tipo solito, quella sui giornali. Ma una mano di donna, cara al medico sabotatore, stacca il disco dell’inno strombazzato. Ora, dopo il film, parliamo delle guerre che stiamo facendo, con la schiettezza di quei giudici.
Ho voluto vedere il film una seconda volta. Un film non è come un libro che puoi rileggere indietro. Si spera di capirlo meglio e ricordare meglio il parlato, che qui è importante: brevi sentenze storiche, più dei trattati di pace, e delle frasi famose. Questo film non è sulla guerra, ma dopo la guerra. Ricordate la prima solenne scena, con la mano tesa che salverà un uomo dalla massa dei morti. Comincia con Caporetto e finisce con la Vittoria del 1918. È incisivo come I disastri della guerra, le incisioni di Francisco Goya, 1810-20.
Cosa c’è dopo la guerra? Ci sono i morti, e i quasi morti. C’è anche l’ospedale militare, che qui è davvero un campo di battaglia, da dove si esce per essere rispediti al fronte, o per restare malati, mutilati, o morti: un continuo morire. Ma ci sono disertori e obiettori di coscienza e di scienza: prolungare la malattia tiene lontani dal fronte. C’è una eutanasia di guerra: quelli che preferiscono morire in ospedale che in trincea. E c’è anche la pena capitale per gli autolesi: quando il sistema ti fa scegliere di stare peggio, fino a morire, piuttosto che essere abile alla guerra. Ecco: c’è il male preferibile al male della guerra. Allora, come dice l’inno: «Dov’è la vittoria?».
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Esco dal cinema dove si proiettava Vermiglio di Maura Delpero insieme a un signore, meno vecchio di me, che dice: «Le guerre le pagano sempre i più poveri. E noi non siamo capaci di uscirne, oggi. C’è da disperare della nostra umanità».
C’è da disperare di noi, nuovamente, più che mai, nelle orrende guerre di oggi? È tanto mite e dolce il linguaggio cinematografico di questo film, quanto dura e amara la realtà raccontata, quanto la guerra divide l’umanità e quanto è il bisogno di unità. Siamo sul finire della prima guerra mondiale. Vermiglio è il paese d’origine, nel Trentino, della brava regista Maura Delpero, ed è anche il nome di un colore rosso intenso acceso, che viene evocato dalla citazione del Pianto antico, di Carducci.
La vicenda segue la vita di una famiglia contadina, che accoglie e nasconde un soldato siciliano ferito, di fatto un disertore. Il padre, tradizionalista, è il maestro elementare del paese. Le donne sono le protagoniste. Il paese e la casa sono pieni di bambini svegli. Nella vita che riprende si insinua un tragico effetto della guerra, che taglia l’umanità. Dolore sconvolgente, ma rifiorisce una vita sulla tragedia, e un incontro di sorti opposte, al di sopra della disperazione. Possiamo non disperare, oggi 2024, della nostra umanità. Dobbiamo, per il dovere di vivere.






