Dopo una vivace discussione durante un pranzo e una gita al lago, nata a partire dal tema del vegetarianesimo, un ragazzo di 18 anni, all’ultimo anno di liceo, scrive al professore una lettera coi suoi dubbi, e il professore gli risponde.

Buonasera professore,

le scrivo perché tutte le cose di cui abbiamo parlato mi hanno lasciato con alcuni dubbi. La questione che mi preme di più è quella riguardante la verità assoluta. Lei sosteneva che esistono delle verità assolute, ed io, a dire il vero, vorrei esserne convinto quanto lei, ma purtroppo non riesco ancora a zittire in cuor mio gli argomenti che mi pongo a sfavore della sua tesi. La domanda fondamentale è questa: perché A (andrebbe bene uno qualsiasi dei molti esempi che lei mi ha fatto: la necessità di una morale oggettiva; il dovere di rispettare le minoranze ecc., tutte cose con cui io mi trovo profondamente d’accordo) è vero assolutamente?

Sicuramente non è vero perché lo ha detto qualcuno in particolare, o perché è sostenuto da una persona o una comunità di dotti e di istruiti. Molte cose rivelatesi non vere erano sostenute dai più dotti di ogni tempo, e dai più illustri filosofi. Dunque l’attributo di “verità” va assegnato all’affermazione in questione solo in base al ragionamento che ha condotto a tale affermazione, indipendentemente da chi lo sostiene o da chi lo ha formulato. Uno dei miei dubbi fondamentali sta proprio qua: non è una immensa superbia della ragione sostenere che qualcosa sia logicamente oggettivo e assolutamente indiscutibile, senza argomenti contrari? In ciò che può essere validamente sostenuto non esisterà mai un argomento contrario alla nostra verità?

In definitiva, se la questione supera un certo grado di complessità, io non mi sono ancora convinto che la verità possa esistere. Può sicuramente essere una verità provvisoria, relativa: una verità “fino a prova contraria”, la quale, però, non è, appunto, assoluta, per definizione. Cosa dunque rende legittima l’eliminazione del “secondo me” dalle argomentazioni, in favore di una sintesi in un categorico “A è vero perché…”?

Se si parla di cosa è bello, per esempio, la questione è scontata: il “secondo me” è imprescindibile, poiché banalmente de gustibus… Ma il “cosa è bello” è argomento filosofico, in particolare quando il discorso è profondo, ossia il pensiero esposto è molto articolato e interessante. Penso alla critica letteraria, che spesso sfocia in discorsi non così lontani da quelli che facevamo domenica, relativi al linguaggio. Forse in questo caso la dimensione soggettiva della riflessione è dovuta alla matrice artistica della materia, ma in fondo, se è pur vero che il linguaggio è la dimensione dell’etica, allora sarà anche legittimo dire che la critica del bello ha una sua pagina etica, massimamente parlando di critica letteraria. Dunque perché lei parla di Kant o Hegel dicendo “questo è vero”, mentre in letteratura è sempre “secondo me questo è vero”?

Riconosco anch’io la validità assoluta di molte semplici affermazioni: “per vivere bisogna mangiare”; “l’uomo ha due braccia”; “sta piovendo”; ecc. Ma a me manca il passaggio in cui l’esistenza di queste verità è estesa ad argomenti ben più complessi, come l’etica.

Gödel e Heisenberg. Un esempio che mi viene in mente di quello che sto cercando di dire è la matematica: finché si parla di geometria euclidea tutto è dimostrabile, così come i fondamenti dell’algebra sono pure ben dimostrabili e così tutta la matematica che si studia al liceo e fino anche all’università. Eppure Gödel ha dimostrato che ogni sistema matematico che ammetta addizione e moltiplicazione contiene P, una proprietà tale che non è possibile dimostrare che sia vera o sia falsa, e tanto vale per -P. Se inizialmente si pensava a questo teorema come errato o come concetto limite della matematica, oggi di queste proprietà se n’è trovate parecchie. La cosa paradossale (o forse non paradossale) è che vengono utilizzate, e funzionano pure, e sono anche parecchio utili! Io credo sia necessario, dove non possiamo arrivare a dire se A è vero o falso, sospendere il giudizio, ma non per questo abbandonare la questione, anzi accettarne la profonda, intrinseca contraddittorietà, e passare all’ipotetico. Dunque, perché l’etica non potrebbe contenere leggi di questa sorta, ovvero contraddittorie e tuttavia utili, e non uniche, cioè che altrettanto valida potrebbe risultare una legge morale che sembrerebbe negare la prima? Ugualmente potrei sostenere riguardo agli altri principali rami della filosofia. La mia tesi, detta in parole povere, è che più si ragiona, più i nostri ragionamenti non perdono in valore, ma in esattezza. D’altronde questo si vede ovunque: così nella matematica come nelle neuroscienze o nella fisica (pensiamo al principio di indeterminazione e a quell’enorme branca della fisica che è la meccanica quantistica, tanto indeterminata quanto utile).

Le leggi di Newton. Precisamente la fisica è l’esempio delle caratteristiche che vorrei attribuire anche alla filosofia. Infatti, fino a che si ragiona di ciò che vediamo, è ben semplice formulare dei modelli che si attengono in modo piuttosto preciso alla realtà, all’esperienza (tutta la fisica classica, da Galileo a Maxwell ecc.), così come è molto semplice formulare verità quali “chi vive mangia periodicamente”.

Tuttavia, nonostante si sia a lungo pensato alle leggi della fisica classica come universali, massimamente le newtoniane, oggi si scopre che non sono valide né nel molto piccolo (per capire la meccanica quantistica vanno dimenticate le leggi di Newton), né nel molto grande (i moti delle galassie non rispettano le leggi di Newton). Alla certezza abbandonata, però, non subentra una seconda legge più esatta, bensì l’ipotetico, come fu per la matematica − dove le cose accadono sempre un po’ prima. Per ribadire un’ultima volta ciò che intendo: il vero e il falso non esistono nei ragionamenti che raggiungono un certo grado di complessità, in ogni disciplina. Perché, dunque, lei crede che si possa constatare: “Kant qui ha detto il vero”? Per di più in discorsi tanto fondamentali quanto complessi per la filosofia, come la legge morale.

La ringrazio infinitamente di aver letto questi garbugli che sicuramente mancano di filo e fondamento, ma sono solo i pensieri di un diciottenne che veramente e con tutto il cuore cerca dei pilastri, e ha visto in lei una possibilità.

Beniamino Galati

Caro Beniamino,

complimenti per il tuo lungo messaggio che denota un autentico interesse e tormento filosofico. Risponderò quindi con una serie di punti, in parte collegabili tra loro e in parte necessitanti di altri chiarimenti e analisi.

In primo luogo ammesso e non concesso che l’assoluto esista, evidentemente non può essere definito (come dice la stessa parola de-finito, mentre esso è per antonomasia in-definito, impronunciabile e non descrivibile). Nel caso contrario non sarebbe assoluto, ma un ente tra gli altri enti. Per tale ragione non potrai mai venire a capo di una tale ricerca.

La filosofia antica. Socrate già a suo tempo diceva che il significato della verità è nella suaricerca, nell’indagine, nel cammino verso, e non nel suo raggiungimento. Nessuno può raggiungere il concetto di verità e/o quindi di assoluto. Lo possiamo solo ricercare, proprio perché infinito (l’apeiron di Anassimandro, l’indeterminato). La stessa filosofia non è altro che amore del sapere, cioè desiderio di esso, e mai sofia, sapienza. Anche su questo punto Platone è stato molto chiaro. Nel Simposio afferma che solo l’amore e la bellezza possono permettere al soggetto di elevarsi al vero, senza mai raggiungerlo. Insomma la verità è una tensione, un desiderio, un’aspirazione e, sempre secondo Platone, ha più a che fare con dimensioni non concettuali, piuttosto che con enunciazioni categoriali. Il Bene, infatti, è al di là dell’essere e può essere solo colto intuitivamente. Esso è oltre la stessa filosofia. Plotino lo dichiarava esplicitamente: l’uno è pronunciabile solo con affermazioni negative che dicono cosa esso non è, e mai cosa esso sia. Non molto diversamente, la proibizione di nominare il nome di dio nella Bibbia ha lo stesso significato.

Secondo punto: il relativismo in termini filosofici è assurdo o comunque indimostrabile, come nel caso di una verità in sé assoluta. Anche su questo punto il confronto di Platone con i sofisti ci aiuta a riflettere. Cosa vuol dire ben governare una città? Qual è il fondamento della politica? I sofisti affermano che è la legge del più forte, del più capace o, nei migliori dei casi (Protagora), che ha a che fare con il concetto di utile. Secondo Platone è invece la Giustizia, che deriva deduttivamente dal Bene. Tu riesci a trovare un altro principio? Ma a questo punto la questione si sposta sul significato di Giustizia. Questo è il compito infinito, il lavoro di ricerca che devono fare gli uomini nel loro divenire storico, senza mai concluderlo una volta per tutte. Quindi non ognuno fa quello che gli pare, ma insieme, attraverso il confronto e anche il conflitto, gli uomini definiscono, nel corso del tempo e sempre con modalità non definitive, cosa si intende per giustizia, come tradurla in realtà storica e poi arricchirla, criticarla, riformularla. Questo non vuol dire quindi che c’è un solo modo di declinare il principio della giustizia e del bene in modo assoluto. Al contrario: questo vuol dire che tale principio è indicibile, inapplicabile se non attraverso le forme storiche delle culture umane. Come pensavano già gli antichi.

Spinoza. Terzo punto: come potremmo quindi definire in modo impreciso il bene? Qui ci viene in soccorso Spinoza: tutto ciò che potenzia la vita, ciò che l’arricchisce in tutte le forme (in primo luogo grazie all’amore, affermava nel suo capolavoro L’Etica). Il male, quindi è tutto ciò che depotenzia il vivere, ciò che produce quelle che lui definiva le «passioni tristi». Lasciamo stare allora le definizioni, l’assoluto, che in fondo non vuol dire nulla. Io parlavo dell’universale (sempre determinato storicamente), cioè ciò che vale comunque per tutti, che evidentemente non è qualcosa che si può oggettivare con un nome e/o con una categoria. Questo vale anche per la scienza, e in fondo per ogni cosa umana. Smettiamo di incasellare il ragionamento in un concetto o in una teoria, ma al contrario ampliamolo, arricchiamolo, a partire proprio da Socrate, passando da Spinoza (cosa vuol dire per noi potenziare il vivente? questa è la nostra domanda attuale!), attraverso Kant e via dicendo, in un viaggio interminabile, ma autentico, avendo come idea regolatrice la vita buona che viene a definirsi ma anche a decostruirsi nel corso del pensiero umano, come qualunque cosa che noi umani facciamo o pensiamo. La verità è plurale, ma non per questo meno vera.

Spero che queste riflessioni possano aiutarti nella tua ricerca.

William Bonapace