In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si svolge dal 18 al 25 gennaio, ripubblichiamo con lievi modifiche un articolo di Enrico Peyretti già pubblicato sul foglio 479 cartaceo del marzo 2021.
Le chiese cristiane si sono divise, nella storia, per differenze teologiche, giuridiche, strutturali, anche politiche. Si sono divise sulla cena del Signore, ed è la cosa più grave. Gesù, sappiamo dai vangeli, promette che «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,20). Non ha escluso neppure Giuda dalla cena in cui si è consegnato con tutta la sua vita ai discepoli, e ha chiesto di fare lo stesso in sua memoria, per essere sempre lui con noi. Le chiese cristiane si sono contrapposte persino con guerre omicide, con condanne infernali, con dottrine testardamente opposte. Dal Novecento sembrano pentirsi e cercare pace e unità. Il punto più geloso, specialmente per ortodossi e cattolici, è la Santa Cena: «Non riconosco la tua! Solo nella mia c’è Cristo!». E invece sarebbe questo il vero punto d’incontro, perché è quello che meno appartiene all’una chiesa o all’altra. La Cena è di Cristo, non delle chiese.
Su questa sensibilità sono cominciate esperienze di ospitalità eucaristica, a Torino prima che altrove, dal 2011: alcune comunità sia evangeliche sia cattoliche (anche qualche parrocchia) invita e accoglie, in comunione con la propria celebrazione dell’Eucarestia, fratelli delle altre confessioni. Gli ortodossi non partecipano. Ogni comunità celebra l’eucaristia secondo la propria tradizione liturgica, ma i partecipanti credono insieme che Cristo è presente nell’assemblea, nella Parola, nella condivisione del pane e del vino, in ognuna delle chiese cristiane.
Le diverse interpretazioni non dividono la fede sostanziale. L’eucaristia non è proprietà delle chiese, ma di Cristo: è lui che convoca e presiede. Le differenti teorie sui ministeri ecclesiali si risolvono in questa fede, nell’unità delle varietà.
Si può comprendere che sull’argomento ragionino e dibattano teologi e canonisti per avvicinare le chiese. Io sono di quelli che non distinguono più una chiesa cristiana dall’altra. In tutte quelle che conosco trovo la fede in Gesù, e la sua presenza, con la sua parola. Distinguo solo, per quanto posso, le aggregazioni sedicenti cristiane, ma idolatriche di una nazione, del magico, della potenza, di un “capitano” o di un imperatore, persino di una razza, o anche di se stesse e delle proprie strutture sacralizzate, e tradizioni marmorizzate. In tutte le chiese sinceramente cristiane trovo la Cena di Gesù, che lui ci ha chiesto di fare, promettendo la sua presenza. Le differenze di teologia o di liturgia o di ministeri non sono maggiori né più divisive delle differenze interne a ogni chiesa, compresa la mia, tra un teologo e l’altro, una spiritualità e l’altra, nell’unica fede in Cristo. Il valore dell’eucaristia è dato da Gesù, non dai nostri regolamenti né dalle nostre formule stampate.
Credo che la reciproca ospitalità tra le chiese nel celebrare la Santa Cena sia tutt’altro che divisiva, e sia invece unitiva nell’obbedienza al Signore, e rafforzi quell’«anelito all’unica mensa eucaristica» affermato – e ripetuto con insistenza! − anche da papa Francesco a Torino il 22 giugno 2015, in visita alla Chiesa valdese. Il papa disse «mensa» e non altare. Sia cattolici che valdesi, nel riferire di quella visita, hanno sempre omesso di sottolineare l’importanza di quello stimolo dal papa cattolico. Di cosa hanno paura?
Divisiva non è la condivisione, ma l’insistenza e l’esaltazione delle differenze, che impediscono di stare insieme alla mensa di Gesù. Così sentimmo ripetuto da Paolo Ricca, nella prima esperienza torinese della ospitalità eucaristica, nella Comunità di via Germanasca, più di dieci anni fa: la Cena è di Gesù, non è di una chiesa o dell’altra.
Anche le interpretazioni della presenza di Gesù dipendono da mentalità, mezzi culturali, linguaggi, tempi storici non identici, ma noi crediamo in quella realtà, non nei particolari diversi tentativi di esprimerla. L’affetto giusto e comprensibile alla propria chiesa, verso cui ognuno è grato della trasmissione della fede, ed è felice di vivere il culto in quella tradizione, non può essere più forte di qualche momento unitario, che testimonia l’unità essenziale di tutti i discepoli di Gesù.
Sono una grazia del Padre le piccole esperienze che stiamo facendo di ospitalità eucaristica, con coscienza chiara e felice. Non per spavalderia, ma per umile contributo al cammino di unità. La quale unità non sarà una fusione delle chiese, come tra Fiat e Peugeot (coi bei risultati…). Non la struttura e l’autorità, non la quantità, ma la fede vissuta faranno l’unità, e la stanno facendo.
Riferimenti
Ricciuti M. e Urciuoli P. (a cura di), Ospitalità eucaristica: in cammino verso l’unità dei cristiani, Claudiana 2020
Ospitalità eucaristica. Foglio di collegamento: Gruppo ecumenico di Torino «Spezzare il pane», Margherita Ricciuti, Chiesa valdese, margherita.ricciuti@gmail.com − Gruppo ecumenico di Avellino e Salerno, Pietro Urciuoli, Chiesa cattolica, pietro.urciuoli@gmail.com
Foto
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2016/03/01/news/vaticano-i-valdesi-da-francesco-il-5-marzo-1.36571044/






