«Dal dí che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose….» (Foscolo)
Si può sperare che la morte naturale non porti (almeno noi umani) al nulla. In qualche modo gli esseri umani lo hanno variamente sperato da quando sono coscienti e si interrogano su se stessi.
Ma usare la morte (omicidio, guerra) per annullare l’odiato, il nemico, chi ci minaccia, è il tentativo di imporre il nulla a quella vita; è l’intenzione di rendere davvero negativa quella morte, di cancellare dal mondo quell’essere.
Anche se l’ucciso, gli uccisi, ritornano a volte negli occhi e nella coscienza di chi li ha uccisi. Senza dire che c’è anche un uccidere non fisico: è mettere qualcuno, pur vivo, fuori dal cuore e dalla memoria.
Nel caso della morte non naturale, ma data, aggiunta, inflitta, si può sperare che, nella vittima, la vita resista all’odio che la aggredisce, che non risponda all’odio con l’odio, che sappia resistere al male senza duplicare il male (Matteo 5,39, che è il vangelo di Tolstoj, di Gandhi, della nonviolenza attiva), senza confermare la guerra con la guerra.
Si può sperare almeno che la vittima sappia vivere e morire spendendo la vita liberamente, per buone e giuste ragioni. Si può sperare che, così, la morte inflitta e patita respinga l’intenzione nullificante dell’uccisore. Questo è il coraggio di morire attivamente, cioè vitalmente, assorbendo il nulla nell’essere, facendo davvero del proprio morire un atto positivo di vita. Diciamo eroe chi muore così, e lo abbiamo presente come un contributo al nostro vivere. I cristiani dicono che Gesù è morto così, “amando fino alla fine” (Giovanni 13,1), e così ha vinto la morte con la vita, è vivo sulla morte.
Cioè, si può sperare che la vita-viva resista al nulla che il distruttore le vuole infliggere. La distruzione voluta dall’uccisore può essere frustrata da una vita talmente viva da sapere nutrirsi delle ragioni per cui si spende, invece di tremare e sottomettersi alla forza distruttiva. Non muore del tutto chi muore da vivo, chi non è già morto nella sottomissione alla legge della violenza.
L’uccisore è servo e strumento del nulla contro la vita, mentre la vita forte e viva resiste al nulla che l’uccisore le vuole infliggere.
Ogni persona armata contro un nemico per farlo vittima, è strumento e servo del nulla contro la vita. Ogni esercito è falange dell’inferno, abisso del nulla. Ogni retorica di guerra è rombo insensato che sale da quell’abisso. Il dio della guerra è la morte negativa.
La vita viva resiste al nulla, mentre la volontà di annullare cade nel nulla di cui è serva devota. Il nulla che si vuole infliggere all’altro è il trionfo del proprio nulla.
Il vero morto è l’uccisore, strumento della morte inflitta, in quanto negatrice. Ma la morte naturale può essere sbocco aperto dal limite all’immenso, compimento e affermazione del corso del tempo nel suo limite: l’immaginario universale sa pensarla, con immagini diverse, come un fiume che sbocca nel mare, o un viandante che arriva a casa.
Ci sono due morti: una è la morte naturale, che è parte della vita. L’altra è la morte contro la vita, data da chi odia la vita.
Il nostro morire è morte “nella vita”, o compimento, o sbocco della vita.
La guerra omicida è morte contro la vita, contro l’altro che vive. È anche negazione della vita che uccide altra vita, che così nega la propria appartenenza alla vita.
Il precetto alto e universale è “non uccidere”, non è “non morire”. Si muore naturalmente, con un passo misterioso sul limite. E si può anche morire volontariamente, per salvare una vita, per donare la propria vita, che è generare vita, che è amore vivo fecondo.
Questi sono tentativi di pensare, in tempo di guerre, di lutti, di interrogativi. La vita, la morte, la guerra: tre realtà della nostra esistenza, da non confondere, e da ben riconoscere per ciò che sono.





