Carissimi/e, annoto qui, per non perderli, alcuni spunti, imparati anche da voi, per andare avanti. Guardo la gente per strada, a fare la spesa, seduta alla tv, alle prese coi propri problemi.  C’è la guerra Russia-Ucraina: la vediamo ogni sera, case come teschi, e tantissime altre guerre, gente come te e me, che muore, che vive come morta, perché «la minaccia riduce la persona a oggetto» (Simone Weil). Sacchi neri, fosse comuni. In aggiunta i disastri del dissesto e degrado ambientale. La guerra la paghiamo tutti, in mille modi: miliardi nelle armi, accelerata rovina ambientale, dolori da accantonare per tirare avanti, vergogna non detta. Fatalismo bellico. 

Sì, fatalismo disperato. Abbiamo anche altri pensieri. Del resto, contro la guerra, che fare? Opinione dominante: non possiamo niente, è al di sopra di noi. I governi, gli stati, cosa possono fare? Il dogma pubblico è che alla guerra si può opporsi, rispondere, difendersi solo con la guerra. Contro la guerra c’è solo altra guerra. È una dea che partorisce se stessa. Chi dubita di questo dogma, necessità naturale? Tu non vuoi la guerra ma la devi fare perché l’altro la fa a te. Altrimenti sei vile. Contro la guerra, c’è solo altra guerra. Condannati, siamo. Bella la pace, se nessuno fa la guerra.

Questa è disperazione. L’umanità è questa, lo dicono anche filosofi e sapientoni, e gente di potere. Viene da disperare dell’umanità, perché è disperata. Chi è disperato è nell’estrema debolezza, è vinto. Ha ceduto tutto. Noi speravamo… dopo il 1945, dopo il 1989… E subito le “nuove guerre”, e la volontà di dominio geopolitico rimane e cresce. Ma dunque, la disperazione regna sull’avventura umana? Goditi i giorni buoni, poi cercati un tettuccio sotto cui ripararti, e spera che la guerra passi più in là, come il ciclone, e non colpisca proprio qui. Viviamo quel che possiamo, i nostri affari, ma dentro abbiamo un grumo nero: la violenza è padrona della vita umana. Governi ed eserciti sono superattrezzati, onnipotenti: non si mette ai voti, se fare la guerra o no. Lo sanno loro, governi ed eserciti. Si vota su tutto, ma non sulla guerra, che è tutto. O si vota nei parlamenti pressati, dicendo rapidamente sì. Pochi si soffermano a pensare. Non abbiamo dubbi. La guerra toglie i sani dubbi. Siamo in democrazia, si fa la guerra per difenderla, e per esportarla. Siamo i migliori del mondo, gli altri non devono farci guerra, noi siamo pronti non solo a rispondere, ma, prima, a impedirglielo. Non sarebbe più sicuro dirci e sentire che la nostra sorte planetaria, cosmopolitica, è comune, unica, inseparabile?

Interrompo il discorso per introdurre una immagine: ieri sera, fermata di piazza Castello, in attesa del 56. In piedi, una giovane donna, tiene il suo bambino piccolissimo attaccato al seno, che succhia. Così, in piedi. Viene spontaneo scambiare un sorriso. Immagine universale, cosmica, trascende tutte le differenze, tutti i popoli. Immagine di tutto ciò che tutti siamo. Fame, seno, affidamento, sostegno, abbandono nella fiducia. Accade anche il  contrario, laggiù sul mare: bimba di cinque mesi sfugge alle braccia della mamma e annega. Oppure il mare nero della guerra. L’umanità è questo o quello? Cosa decidiamo di essere? Possiamo decidere? Vogliamo sapere?

E la politica? Davanti alla guerra è rassegnata alla disperazione: alla guerra si risponde solo con la guerra. È scritto nelle belle carte, che si ripudia la guerra, ma ora bisogna fermare, bisogna difendere, bisogna affermare… E come? C’è forse altro – per la politica dal cervello piatto – che la guerra contro la guerra? Sono disperati, e giudicano illuso chi non dispera: persino in un gruppo di giovani nel volontariato civile, sulle possibilità di resistenza nonviolenta, invece della guerra, una brava ragazza risponde: «Pia illusione!». Ecco la dottrina: l’umanità è una specie animale armata, oggi evoluta in armi intelligenti, decidono e sparano da sole, possono anche distruggere l’umanità che le ha inventate. Le armi sono figli ribelli contro noi padri stolti. Due film, Oppenheimer e L’ordine del tempo. Entrambi, in modi diversi, guardano sul ciglio della rovina finale. Stiamo prendendo nuova coscienza?

La politica, cioè la convivenza, l’arte di vivere insieme, prima o poi è guerra. Macché arte, macché vivere. La vita è scissa: o la mia o la tua. Macché bambino al seno della vita! O te la cavi, o è legge della lotta. Al massimo, facciamo il nostro gruppo, che respinge gli altri: difendiamo un nostro dio (parole dette davvero in questi giorni sulla riva del Danubio), una terra patria, la nostra stretta cerchia. Dunque, un vivere insieme che consiste nel non vivere con gli altri, tutti pronti e ben armati ad ucciderci gli uni gli altri. Fallimento.

Potenza e disperazione. Ma può l’umanità rassegnarsi ad andare contro se stessa, a sbranare le proprie carni, a spegnere ogni sogno di buona vita insieme? Pare di sì: le opinioni “realistiche”  dicono all’umanità che non si illuda: non sei migliore, non puoi essere migliore di così.

Sì, però qualcuno non dispera. I santi ed i poeti… Illusi? Intanto ci sono. Poi c’è Dio: comunque lo pensiamo o non lo pensiamo, in una concezione teorica o silenziosa, nelle diverse religioni e spiritualità, l’ipotesi Dio è uno che non dispera dell’umanità. Non dispera che possa essere migliore, persino giusta e buona. Glielo chiede di cuore, continuamente. È l’unico che non dispera dell’umanità. Non condanna, ma salva. Non si illude, ma non si stanca. Infatti, dove c’è guerra si svegliano anche le risorse spirituali. Nella guerra ci accorgiamo che non è lì il vivere umano.

Sì, però anche Dio ha disperato: secondo il mito biblico ha visto la terra piena di violenza e ha affogato tutti col diluvio. Anche quel Dio fa la guerra. Ma si pente: ha salvato il seme di Noè e dei suoi animali, per ricominciare, col patto dell’arcobaleno. Poi avrebbe fatto di più: ha dato fiducia a noi infidi, al punto che, nella lettura cristiana, si è imbarcato nella nostra stessa avventura, nella nostra carne, a tutto rischio, come si è visto sul Calvario. E lì meno che mai ha chiuso il discorso con noi: lì ha abolito tutti i sacrifici (come ha visto bene René Girard). La guerra è un atroce sacrificio religioso e sacrilego, blasfemo, perché ammazza vittime per ottenere la vittoria di un dominio insanguinato e divinizzato. E se nei templi si ringraziava Dio per la vittoria (senza dar retta alla denuncia del mite saggio Kant), Dio paziente non fulminava i sacerdoti. Si limitava a lasciar crescere nelle loro bocche il seme avvelenato della vittoria.

Anche altri, i vari profeti (ce n’è a tutte le latitudini), si ostinano a non disperare. Sui più di noi pesa la paura, che si illude di difendersi con la violenza. Si crede che il dominio sugli altri ci difenda dagli altri, di loro natura nostri avversari. I veri nemici nostri sono le paure, il non affidarci, la paura della morte: Tolstoj, Gandhi, altri come loro hanno visto che è meglio essere uccisi che uccidere. Non è finire nel nulla: morire per essere veri è una morte così viva che vince sul nulla e dà vita ad altri. Chi uccide adora e serve il nulla perché non sa reggere le difficoltà del vivere. Uccidere è disperazione, è bruciare il tempo in un istante, per paura del tempo. Eppure il fatalismo bellico-politico, che corrompe anche il popolo, non vede più in là di ciò. Ammira Gandhi, ma non lo segue: non ci serve! Il popolo è tenuto nell’ignoranza, nel fatalismo bellico. La democrazia (autogoverno del popolo) comincerà con la liberazione del popolo da questa ignoranza: quando il popolo saprà e sperimenterà che la vita si difende con la vita, e che vivere appieno, senza uccidere, vince la morte. 

Piccoli nuclei e movimenti di cultura della pace, conoscono l’inganno di quella disperazione dominante. Conoscono, hanno studiato, le non poche esperienze storiche di difesa dalla guerra senza duplicare la guerra e cadere nel suo gioco: esperienze reali di difesa popolare dal dominio armato, con mezzi non armati, non omicidi, non di omaggio alla morte regina della storia. La cultura della nonviolenza attiva – fatti storici, tecniche, esperienze, programmi, efficacia superiore, etica e spiritualità, strategie di interposizione, di boicottaggio, di obiezione massiccia – non diventa popolare perché ai potenti conviene avere un popolo disperato e impaurito che si affida alle loro armi, ugualmente capaci contro il nemico e contro il proprio popolo ignorante e servo. Il “realismo” immutabile, impregnato di dominio omicida, è mortale, come ogni cosa immobile.

Tanti di quei profeti di una umanità non disperata, ma capace di pace, sono stati uccisi, per tacitarli. Invece parlano più di prima, da Socrate a Gesù, a Gandhi, a Martin Luther King, in tutte le culture umane. L’ufficialità li incornicia, la cultura di scuola parla d’altro. Gli intellettuali che hanno la parola non liberano la parola del popolo. Un popolo senza speranza e volontà sua, senza parola, è povero, è dominato, è ricattato dalla potenza. Obiettori puniti, vietato chiedere trattative. Nei quartieri alti della società, il popolo vede gente armata di soldi e di armi, anche combinati tra loro. Possono fare la guerra a loro utile, reclutare a combatterla i più sprovveduti, incapaci di ribellione di coscienza, e possono tenere tutto il popolo suddito dell’immagine dominante: subisci la guerra nostra contro la guerra loro! Ma è destino del popolo restare disperato, ad uso del potere armato?