Parlare di morte in tempi di vaste e crudeli guerre. Parlare di morte durante una pesante malattia terminale, chi se la sente? Lo ha fatto Giannino Piana, teologo morale (1939-11 ottobre 2023), con acume e chiarezza, in questo L’ultimo orizzonte. Questioni etiche di fine vita (Interlinea 2024, pp. 141, € 14), uscito postumo (Lilia Sebastiani ne fa una sintesi in Rocca n. 24, 15.12.2024, pp. 42-47). Egli tratta di eutanasia, suicidio assistito, accanimento terapeutico e cure palliative con sapiente vigilanza e con coraggiose aperture umane.

Le conquiste delle biotecnologie ci danno oggi un senso di onnipotenza sulla vita e sulla morte. La “religione” della scienza eguaglia il lecito al possibile. L’umano è il biologico? «Scienza e tecnica sono un sapere che ci dice come è fatto il mondo ma non dice (e non può dire) nulla sul senso della vita» (p. 19). L’umanità ha trovato la sapienza prima della scienza. Ben venga tutta la scienza più avanzata, ma l’arte di vivere la conoscevamo già, se non la dimentichiamo.

L’uso accentuato delle nuove tecnologie rischia la disumanizzazione del medico come del malato. Curare è meno dell’aver cura della persona. La super-medicina accanita, come la “buona morte” volontaria, sono tentativi della “cultura” di dominare la “natura”, che comporta dolore e morte. La potenza medica rischia forse di fare della persona una “cosa” da riparare o da liquidare dolcemente? La conquista della dignità umana ha avuto un cammino storico. Il riconoscimento dei “diritti umani” forse può maturare dall’individualismo (la tua libertà è il limite della mia) all’universalismo, non ancora riconosciuto nella prassi sociale. E i diritti non sono ancora completati dai doveri. Il fondamento naturalista e quello contrattuale della dignità umana possono essere uniti e superati in una visione personalista dell’essere umano, relazionale e sociale, nel quale identità e alterità sono complementari. Né solo natura, né solo contratto, ma “persona”. Questo è il fondamento di possibilità di una “morte dignitosa”, del morire in modo umano, della lotta alla sofferenza “inutile”, come di ogni atto degno del vivere.

In questo contesto si inserisce la questione dell’autodeterminazione nei confronti della morte, secondo principi concomitanti di autonomia, di beneficità, di giustizia o equità, nella collaborazione e fiducia tra medico e paziente, il quale ha l’ultimo libero giudizio, nell’alleanza terapeutica tra soggetti umani.

Morire, compiere la vita

Oggi è difficile il rapporto dell’uomo con la morte. Ma è questo rapporto che qualifica il livello di civiltà. Oggi oscilliamo tra tentativi e impossibilità di controllo, e ciò è causa di paura e angoscia particolari. Dal Medioevo al Rinascimento all’Illuminismo all’Ottocento, alla scristianizzazione, tale rapporto è continuamente mutato: oggi tentiamo il controllo, ma domina la paura, tanto che non osiamo neppure nominare la morte, darle un significato. Le lingue ne parlano con eufemismi impotenti. Oggi la morte non è più vista come naturale, è desocializzata, ognuno muore davvero da solo (Pascal, 211), il moribondo è un importuno, senza statuto sociale. La morte è desimbolizzata, incompresa, puro problema, estranea, sempre risonante sui media, fatta di numeri a ondate dai luoghi di guerra, ma occultata alla coscienza e alla ragione. Il morente è fuori dal contesto vissuto, dalla casa familiare, relegato nell’ospedale o nel ricovero finale. Chi alla morte si avvicina, anche solo per l’età, è emarginato, non più socio, ma esule in ritardo.

Nella società neocapitalista mercantile, la morte è tecnicizzata e il malato è spersonalizzato. La morte non è il compimento, pur drammatico, della vita. Da ciò nascono le questioni del fine vita: un tabù da mettere sotto controllo, senza significato né speranza. Il morente vorrebbe gestire la sua morte, ma teme di finire schiavo delle tecnologie mediche. Bisognerebbe poter ricuperare un orizzonte di senso in cui vita e morte siano connessi, e la morte possa significare «compimento della vita». Ma oscilliamo tra l’onnipotenza e la passività. Potrebbero salvarci possibilità e limite coniugati correttamente. Una precondizione è pensare che il fine vita ha dimensione sociale, e che si riconosca il malato come persona. E che morire ha significato per altri. Che il rapporto medico sia umano, che il trapasso, pur tragico, sia di una persona tra persone. Piana dissente da Baudrillard che vede impossibile una dimensione umana del morire. Piana ritiene che sia possibile socializzare vecchiaia e morte se le si vedono come «compimento della vita».

Sono due le presenti visioni della vita: sacralità e qualità. Cattolica la prima, laica la seconda. Qualità non è solo il benessere: la vita è molti valori. È possibile una mediazione? Norberto Bobbio, pur senza sacralizzarla, vedeva “inviolabile” la vita umana, fin dal concepimento. Gandhi (che Piana non cita) discute l’assolutezza del valore vita se minaccia un’altra vita. Il Mahatma afferma che, in vera assenza di altri mezzi, sia addirittura un “dovere” uccidere chi sta per uccidere un altro (cfr. Teoria e pratica della non violenza, Einaudi 1996, p. 69 e relative discussioni raccolte anche da me in Esperimenti con la verità, su Gandhi).

Il concetto di “dignità” della persona, per Piana, supera la dialettica tra sacralità e qualità della vita. Supera sia una “idolatria” della vita, sia una manipolabilità senza limiti. La dignità è fondamento ontologico, conoscibile dalla ragione, dei diritti dell’uomo, vieta ogni forma di distruzione e impegna alla cura. La dignità non è individualistica ma relazionale: «Il tu è più antico dell’io» (Friedrich Nietzsche). E richiede l’intersoggettività, non solo il valore, ma il riconoscimento reciproco. La dignità è «tensione alla trascendenza che spinge l’uomo oltre il proprio sé»: è la dimensione spirituale della vita umana, «uno scrigno interiore che dà ragione e gusto alla vita», permanente ed evolutivo (Paolo Mirabella).

Ci sono cattolici che fanno un fondamentalismo della “sacralità” della vita. Si dovrebbe cercare una bioetica “autonoma”, con argomenti razionali, universalizzabili, attenta alla tutela come alla qualità della vita, alla socialità come alla individualità. La convergenza tra le diverse posizioni in una etica civile è una forma di ragionevolezza di cui ha bisogno oggi la razionalità.

Sulla eutanasia il magistero cattolico è netto, ma c’è il “caso” Hans Küng, il teologo che vede una “via cristiana”: nella morte è anche «l’inizio della vita» (Dietrich Bonhoeffer). La vita è donata nel contesto dell’alleanza Creatore-creatura, che implica gestione responsabile: l’eutanasia è possibile in casi e condizioni rigorosamente vagliate secondo dignità. Si veda anche, sull’eutanasia, Tommaso Moro, martire cristiano, in Utopia (1516). La posizione di Küng acquista consensi tra i cattolici, constata il sociologo Franco Garelli. Tra le legislazioni, la più aperta è quella olandese, che ha visto finora il ricorso all’eutanasia del 2% della popolazione, un dato in crescita che suscita apprensione. In Italia la discussione è aperta. Non pare sostenibile una via puramente procedurale, formale, perché il diritto implica “beni” che lo costituiscono, ineliminabili. Perciò la norma va cercata nella convergenza tra sistemi etici diversi, tra ideali e pratica, tra valori ed efficacia.

Piana si sente in sintonia con i molti che sostengono che «il suicidio è un’azione permessa, ma non è un diritto». Egli consente con chi dice che «il suicidio ben ponderato, compiuto per libertà, preferisce la morte a una vita non libera e quindi non più degna dell’uomo», della sua dignità.

Vorrei sottolineare che la morte volontaria, per dignità, ha comunque un valore umano, che è l’opposto della morte data dallo stato armato, attrezzato e intenzionato a uccidere persone, militari e civili, nella gestione guerresca delle controversie tra stati. Come è possibile l’incertezza sulla morte pietosa, quando il costume politico ammette ancora e giustifica la morte crudele inflitta al “nemico”? Fin quando non si libera e non si vieta la guerra feroce, come può la società politica legiferare sulla umile morte per dolore?

Per brevità, dopo queste indicazioni generali, rinviamo alla lettura dei capitoli su accanimento terapeutico, cure palliative, testamento biologico. Molto bello l’epilogo: l’Autore riconosce la vera anima di questo libro − che è sentire la morte come propria, ma insieme dono e compito − in queste parole di Rainer Maria Rilke: «Signore, dà a ciascuno la sua morte: la morte fiorita da una vita in cui ha saputo amare, capire e soffrire».