Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più di pubblicazione (giugno 2023). Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!

Mangiare insieme è una cosa grande. Di solito non ci pensiamo. Ma non è come mangiare da soli, non è come togliersi la fame. Assumiamo lo stesso cibo, nello stesso tempo, dalla stessa fonte. Ci viene vita dalla stessa vita. La mensa comune è una specie di madre da cui riceviamo alimento, insieme, come poppanti attaccati ai suoi seni, insieme. Perché nelle feste si addobba la tavola come noi ci vestiamo con speciale cura e bellezza? Perché anche la tavola è protagonista. È bello l’uso africano di prendere cibo dallo stesso piatto centrale (e abbiano pazienza gli schizzinosi). Ricevere lo stesso bene di cibo buono accomuna anche i nostri corpi, l’appetito e i gusti di ciascuno di noi.

Quando ci incontriamo, anzitutto sono gli occhi l’organo fisico dell’incontro. Tanto è vero che quando ci dobbiamo lasciare, l’augurio è: arrivederci, speriamo di avere presto il piacere di vederci di nuovo. Poi possono essere le mani, o l’abbraccio, poi le parole, la voce, le formule di saluto, ma anche le espressioni particolari, personalizzate. Ovviamente, tutto ciò vale per gli incontri piacevoli, quando c’è la simpatia, almeno la benevolenza. Negli incontri con antipatici, o peggio, si usa al massimo qualche formalità convenzionale, se non ci si può evitare. Se invece siamo contenti dell’incontro, è tutto il nostro corpo che si mobilita ad esprimere il riconoscimento e il piacere di essere vicini, nello stesso luogo.

Se poi l’incontro prevede di mangiare insieme, ecco un altro livello di incontro: il cibo comune, preparato o procurato come un bene comune da godere insieme. Ci diciamo reciprocamente il gradimento, maggiore o minore, i gusti che sentiamo, ed è come sentirli insieme, come si sente insieme una stessa musica: differenti le orecchie, differenti i palati, ma i nostri corpi sono assimilati nella contemporanea e comunicata esperienza piacevole. Non è certo come l’amore fisico, quando il piacere di una persona è il piacere dell’altra, ma c’è una somiglianza, per nulla scandalosa. Ogni esperienza fatta insieme, sia intellettuale, fisica, emotiva, ci accomuna: anche una bella passeggiata.

Nel mangiare bene insieme ci sono tutte queste dimensioni, al centro delle quali sta la comunione dei nostri corpi tramite lo stesso cibo e bevanda. Perché sono i corpi umani, personali, i protagonisti del banchetto, del simposio. E questo atto è simbolo molto significativo di vicendevole accoglienza e comunicazione: i dialoghi di Platone, i discorsi a tavola di Lutero, e infiniti altri momenti sono presenti nella memoria di ognuno come nelle memorie collettive e nelle tradizioni, e possono essere occasioni importanti di espressione, di comprensione, di accordi, come pure di fecondi confronti e contrasti di idee.

È già un sacramento

Mi viene in mente che mangiare insieme con buoni sentimenti è già un sacramento, un valore alto, creativo, senza bisogno di farne un rito rigido. Forse Gesù quella sera non voleva istituire un rito religioso: sapeva che gli avversari, il clero e l’impero, lo minacciavano, ma non era detto che lo avrebbero arrestato quella notte. Fece come tante altre volte, negli incontri a tavola, con persone amiche e con altre poco raccomandabili. Ma disse qualcosa, quella sera, che gli amici ricordarono per sempre, e trasmisero a noi. Disse all’incirca: «Prendete questo pane, come io mi sono dato e mi do a voi, perché voi viviate. E bevete questo vino insieme a me, perché il mio sangue diventi il vostro sangue, la vostra vita. E quando vi trovate a tavola ricordatevi di servirvi gli uni gli altri, come io vi ho anche lavato i piedi per insegnarvi ad essere tra voi, e con chi ha bisogno, servizievoli come amici, mai come padroni».

Così fecero poi i primi cristiani: si trovavano nelle case a mangiare insieme, a ricordare le parole di Gesù, a condividere il cibo per alimentare la fraternità. Se vedessero gli edifici monumentali e ricchi che noi poi abbiamo costruito per recitarvi, sopra altari e non mense, la cena di Gesù, leggendo parole rigidamente rituali prestampate nei libri, con abiti da teatro d’altri tempi, credo che si scandalizzerebbero molto, e non riconoscerebbero la semplicità e verità di quel gesto fraterno, vivo. Nel riesaminare se stessa, la chiesa, col concilio, ora con il sinodo, speriamo che ricerchi e ritrovi il valore semplice, immenso e universale del mangiare insieme come ha fatto Gesù: essere pane, aiuto e gioia, come è lui, gli uni per gli altri.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 493 del foglio (ottobre 2022)