Da più parti sento parlare di fallimento dell’umanità. La guerra in Ucraina e in Gaza ci ha steso a terra, schiacciato con l’evidenza che l’umanità reale è molto lontana da un’umanità a nostra immagine e somiglianza. Per non cedere allo scoramento della situazione presente ‒ che pure provo ‒, sento di dover guardare avanti, cercare appoggi per risollevarmi da terra.

Iran, Turchia, Egitto e Arabia Saudita

Il primo consiste nel mettermi spalle al muro. Fare autocritica, confessare lo sbaglio. Dirmi e dire onestamente: ho creduto che i nostri valori fossero universali. Mi sono sbagliato! Non è vero! Preferire la pace e la democrazia, proteggere l’individuo, riconoscere la parità donna/uomo, diffondere la solidarietà nelle organizzazioni sociali, separare stato e religione, distinguere potere e giustizia, ecc. ‒ detto altrimenti: i princìpi su cui è costruita l’Unione Europea ‒ non sono valori universali.

Stiamo assistendo a una riconfigurazione delle aree geopolitiche del mondo, e agli scontri tra vecchie e nuove potenze per assumerne il controllo. Basta vedere, limitandoci all’attualità scottante, che in tutto il Medio Oriente, dall’Afghanistan all’Algeria, quattro potenze si stanno facendo la guerra per interposta persona: Iran, Turchia, Egitto e Arabia Saudita. In Siria, in Yemen, in Sudan, in Libia, ecc. A nessuno è sfuggito che l’attacco di Hamas del 7 ottobre sia stato scatenato pochi giorni prima della programmata firma di un accordo tra Arabia Saudita e Israele (ovviamente poi saltato). Non so chi abbia armato la mano di Hamas; forse tutti e tre gli altri. Inutile illudersi di poter giocare un ruolo nella risoluzione pacifica delle guerre che tale riconfigurazione accende. L’Unione Europea, non essendo una potenza militare, non ha voce udibile dalle parti in conflitto, come l’Onu.

Contemporaneamente stiamo anche vivendo un confronto di civiltà: con l’islam al potere quando vieta alle donne di andare a scuola o guidare l’auto; con il ritorno a organizzazioni statuali tribali nelle popolazioni dell’Africa centrale; con l’omogeneizzazione delle strutture sociali attraverso la deportazione di intere popolazioni dal Tibet o dallo Xinjiang; con la subordinazione della giustizia, dell’informazione, della rappresentanza popolare, al potere di un unico uomo da Kaliningrad allo stretto di Bering. Ho anch’io creduto che il resto dell’umanità avrebbe prima o poi rinunciato a quei princìpi per preferire i nostri valori. Ho sbagliato. La loro civiltà è la loro. Se a loro va bene che le donne non vadano a scuola, che lo stato coincida con la tribù dominante, che il benessere della maggioranza meriti la scomparsa degli Uiguri, che un Padre delle Nazioni sia preferibile alla democrazia, sono affari loro. Sto faticosamente imparando a smettere di fare la morale alle altre civiltà, né mi importa che per ora non sia vero il reciproco. Si può parlare con un altro anche senza stimarlo.

Non mi basta riconoscere che i valori su cui è costruita l’Ue non sono universali. Devo anche avere il coraggio di guardarmi intorno e onestamente riconoscere che, ovunque in Europa, la gente ha paura. Paura di non essere più un gradino sopra gli altri. Paura della concorrenza di popoli abituati ad accontentarsi di poco e a lottare molto per campare. Paura di dover rinunciare a una parte del benessere acquisito grazie a una posizione dominante che tale ormai non è. Paura dei migranti che vengono a cercare le sicurezze che non hanno a casa loro e poi contestano i valori della nuova casa (sentimento molto vivo qui in Francia). Paura dei carri armati russi che ormai distano dalla Unione Europea meno di quanto Berlino dista da Parigi. La lista delle paure è lunga, e la paura impedisce il dialogo tra diversi. Per dialogare bisogna essere in due, e in due ben disposti. Debbo constatare che sul piano dei valori oggi non si trovano interlocutori.

La comune minaccia climatica

Esiste però un buon motivo che ci obblighi almeno a co-operare? Sì, esiste: la minaccia climatica! Minaccia per l’intera umanità, non per il pianeta che ha conosciuto ben altri sconvolgimenti climatici. Piantiamola di trastullarci con liste di buoni e cattivi, graduatorie di colpevoli e vittime, dichiarazioni di ideali per cui sentirci fratelli [non dico che non lo siamo, dico che non mi posso permettere di aspettare che circa 8 miliardi di esseri umani scoprano di esserlo] e mettiamoci al lavoro per accumulare tutte le parole del do ut des, per dettagliare tutti i compromessi possibili, per esercitarci a dissimulare ogni apprezzamento su civiltà e ideali altrui. Concentrandoci su un unico scopo: salvare tutti la pelle! 

Riassumo questa parte in due frasi. Uno: i nostri valori sono il frutto di un faticoso cammino, ma non sono universali; non perdiamoli di vista, anzi continuiamo a vigilare affinché le paure dei nemici esterni non ci inducano a barattarli per un’illusione di sicurezza. Due: per sopravvivere alla catastrofe ambientale abbiamo bisogno anche degli altri, diversi da come siamo o vorremmo essere, maggioritariamente a noi ostili, ma anche loro imbarcati sullo stesso globo. Per remare nella stessa direzione non è necessario che siamo d’accordo sui massimi sistemi. Sono perfettamente consapevole di avere ambizioni da Manolito e non da Mafalda, ma sono i Manolito che hanno interconnesso il mondo, non le Mafalde.

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