Scandalo a Torino per un momento di preghiera musulmana nell’atrio dell’Università laica, durante un’occupazione di studenti manifestanti per Gaza. Ma che cosa è laicità? Mi pare (da laòs, popolo, tutti): rifiutare l’imposizione (che ci fu in passato) di una religione nella società e nelle istituzioni, che sono di tutti, di chi ha e chi non ha una religione, di chi ha questa o quella religione. Non mi pare che laicità sia esclusione dal discorso pubblico delle religioni, che sono un aspetto dell’animo umano, come l’arte, la poesia, la speranza, la memoria, la comunicazione degli animi, l’amicizia. Le religioni, chiarezze o interrogativi, hanno sempre fatto parte del pensiero critico, pensante: ogni filosofia comprende una teologia. Nell’Università non si afferma una fede comune, ovviamente, ma si studiano le fedi, le letterature, le arti religiose, come ogni altra cultura umana.
Ogni preghiera è desiderio, bisogno, speranza, protesta, anche lotta con Dio, è impegno, e non impone a nessuno di pregare, ma deve rispettare la discrezione verso ogni sensibilità.
Dato il clima culturale attuale, considero inopportuna quella preghiera islamica in Università, ma non offensiva per nessuno. Diceva Bonhoeffer ai cristiani durante la persecuzione nazista degli ebrei: «Chi non grida per gli ebrei non può cantare il gregoriano» (cioè la preghiera cristiana). Non puoi pregare se non ti attivi per la giustizia. Per il credente, anche viceversa: l’impegno invoca la forza dello Spirito.
Oggi gridare contro la guerra stragista sui civili palestinesi, autorizza ogni credente a gridare la propria preghiera a Dio, come lui lo prega, senza imporlo a chi non prega. Mi turba di più la rassegnazione alla guerra (a questa che vendica e moltiplica l’atrocità del 7 ottobre), che la inopportunità di una preghiera, quale che sia, in Università. Non è l’Università che prega, ma persone che abitano lo spazio di tutti.
Mi scandalizza quella cultura che non lavora strenuamente per la pace, più della preghiera che soffre per la guerra sulla soglia della casa della cultura.







Bravissimo Enrico, concordo perfettamente..