La storia di Simeone e Anna è chiaramente di stampo giudeo-cristiano nell’aurea sceneggiatura del tempio, che fa leva sulla consuetudine, divenuta un genere letterario, secondo la quale uno o più anziani del paese vadano a far visita alle famiglie dei neonati, in particolare dei grandi personaggi: Svetonio scrive qualcosa di analogo intorno alla nascita di Augusto (De vita Caesarum II, Augustus 94). Ma il parallelo più impressionante (una dipendenza letteraria?) è quello fra Simeone e Asita, il veggente-vegliardo che va a trovare Budda bambino nel palazzo. Entrambi si recano dal fanciullo sospinti da una forza: di tipo magico per Asita, dallo Spirito verso il tempio per Simeone. Ambedue prendono in braccio il bambino proclamandone le lodi con predizioni circa il loro grande futuro di sapienza. Entrambi preannunciano la loro prossima “dipartita”. È uno modello diffuso, anche per evidenziare la continuità e la trasmissione della saggezza dalle vecchie alle nuove generazioni, seppur a volte con qualche innovazione spesso contestata, come la seconda parte delle parole di Simeone su Gesù segno di contraddizione, fonte di caduta e resurrezione di molti in Israele, per chiudere con la spada che trafiggerà Maria.
Che significa? Ci sono due possibilità: la più probabile è quella tradizionale che preannuncia il dolore-disperazione per la crocifissione-morte di Gesù [anche se Maria non era presente sotto la croce: Gv 19,25-27 è un’allegoria storicizzata della madre-chiesa. Invece Marco 15,40s ci riferisce i nomi delle donne che osservavano da lontano perché non potevano stare vicino ai condannati, ma tra esse non c’è la madre: se ci fosse stata l’avrebbe detto]. La seconda, meno probabile, alluderebbe ai forti contrasti tra madre e figlio («È uscito fuori di sé» in Mc 3,21), col conseguente rifiuto di Gesù da parte della sua famiglia naturale, fratelli compresi che non credevano in lui (Gv 7,5); tanto che Gesù ha trovato una famiglia “adottiva” a Gerusalemme (presumibilmente nell’altolocata casa Cleofa), quella del discepolo che Gesù amava, il futuro leader delle chiese giovannee, che si chiamava Giovanni ma non è il galileo e figlio del tuono Giovanni di Zebedeo.
La prima parte del vangelo odierno è tutta costruita sull’osservanza delle legge del Signore. A fronte del fatto che nel vangelo di Marco non compare mai la parola «legge» (nomos), qui l’espressione «la legge del Signore» ricorre in maniera pesante ben 5 volte (Lc 2,22-24.27.39), secondo la quale il bambino viene appunto consacrato al Signore-Dio dell’AT, dell’esodo e di Mosè (2,22), con la relativa offerta di un sacrificio (alla lettera «dare un sacrificio»).
Compare qui la tipica polisemia del verbo «dare», presente nel tardo ebraico e nell’aramaico palestinese (come rilevato da Julius Wellhausen, grande esperto di lingue semitiche). Tale verbo significa anche [e qui la traduzione letterale col verbo greco didômi (dare) spesso zoppica, ma le versioni moderne hanno ovviato a questo inconveniente] il nostro fare: un sacrificio, come qui in 2,24 (reso bene in italiano con “offrire in sacrificio”), o “fare grandi portenti” come in Matteo 24,24; oppure tenere: consiglio, come i farisei ed erodiani contro Gesù in Mc 3,6; e ancora mettere: l’anello al dito del prodigo o «vi sarà messo (in bocca o in mente)-trasmesso-suggerito ciò che dovrete dire» in Mt 10,19 [l’ultima versione CEI ha ripristinato il “vi sarà dato”]; infine concedere: «non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o sinistra» sempre nel semitizzante Matteo 20,23 e pure nell’ebraizzante Benedictus in Lc 1,74 [ripeto, in tutti questi casi c’è sempre nei vangeli il verbo greco “dare” che, pur avendo anch’esso una certa ampiezza di significati affini (ad es. «concedere»), traduce meccanicamente il polivalente originale semitico].
Altro semitismo è che Simeone, nel tenero e celebre Nunc dimittis («Ora lascia o Signore (despota) che il tuo servo vada in pace…»), sempre in maniera ebraica chiami Dio “Despota”, che ovviamente non ha il significato dell’italiano attuale, bensì quello di signore-padrone di casa, del tempio e/o del mondo in quanto creatore: è l’unica volta che ricorre nei vangeli.
Fra le varie osservanze legalistiche, oltre alla circoncisione, si allude all’inizio alla purificazione, sottinteso della puerpera: ma «la madre di Dio» [festa di domani, 1 gennaio] che bisogno ha di purificarsi, tanto più che era piena di Spirito santo sin dall’inizio? E più in generale dov’è l’impurità (definita per ben tre volte pure «peccato» in Levitico 5,11) in una gravidanza e nel parto? E sempre in Lev 12,3-5: se ha un figlio maschio, l’impurità della madre dura 33 giorni; se invece femmina 66 giorni (il doppio; sic).
Sempre in maniera tipicamente ebraica Simeone aspettava il conforto d’Israele, e inneggia alla gloria del suo popolo quale salvezza e luce per la rivelazione delle genti; e la profetessa Anna attende la redenzione-liberazione di Gerusalemme! Si noti che la “biografia” di Anna contiene parecchi dettagli, oltre al fatto di stare notte e giorno nel tempio con digiuni e preghiere: patronimico, tribù, matrimonio, vedovanza, età, mentre di Simeone praticamente nulla, se non che l’evento gli era stato “divinamente rivelato”.
È una sottomissione pesante alla legge e un inno all’ebraismo templare: ci si dimentica che uno dei motivi principali della condanna a morte di Gesù è stato quello che ha fatto e detto contro il tempio e contro la legge (come intesa allora dai sacerdoti-farisei)?
Certo non era indispensabile che la consacrazione del primogenito avvenisse nel culto templare, ma dovendo rientrare da Betlemme a Nazareth era giocoforza passare da Gerusalemme ed entrare nella sfera del sacro. Con la presentazione al tempio termina il racconto lucano della nascita; infatti è solo a questo punto che ci si può inserire e continuare col racconto di Matteo, come in parecchi film e sceneggiati televisivi anche recenti, poiché esso è inconciliabile con quello di Luca (ma solo se tali racconti vengono purtroppo storicizzati, come normalmente avviene). Così, anziché rientrare subito a Nazareth, a causa di Erode la famiglia deve fuggire in Egitto ecc.







Grazie, Mauro! Luca non nomina la circoncisione. Sotinteso nell’ “offrirlo” al Signore?