Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera dello storico Dino Carpanetto.
Cara redazione de il foglio,
ho letto l’articolo di Vito Mancuso sulla «teopatia» di papa Francesco («La Stampa» 21 aprile 2025). Ho avvertito i veri sentimenti di un uomo di fede che crede fermamente e intensamente nella figura del papa e nel ruolo della Chiesa, ma ho provato al tempo stesso un disagio sul velo di silenzio che lei e in generale tutti i commentatori, in questo momento, stendono intorno ai nodi cruciali della Chiesa oggi. Nodi che a mio avviso papa Francesco aveva avvertito e affrontato, fermandosi però sulla soglia di un confine invalicabile. Il confine è nettamente tracciato e ribadito: la dimensione istituzionale della Chiesa, i suoi paletti di teologia sacramentale presidiati da autorità prescrittive sono invalicabili. So bene che questo è il tempo del lutto e del ricordo in cui si scrive l’elogio piuttosto che la critica. E quindi le mie parole vanno al di là del momento.
Mi pare che sia chiuso lo spiraglio sulla possibilità di definire la Chiesa come comunità di credenti, una Chiesa che torna alla lezione di Erasmo, che accetta di confrontarsi con le altre chiese cristiane, sacrificando dogmi, tradizioni, regole, norme canoniche, cerimonie, in nome della comune derivazione dalla fonte di Cristo. Una chiesa che accetta di confrontarsi con la secolarizzazione, intesa come orizzonte civile e politico che registra i cambiamenti sociali, anche quelli della sfera privata, e ne avverte le pulsioni dell’amore universale, senza distinzione alcuna.
E invece dobbiamo constatare che sempre si impone la Chiesa istituzione, la Chiesa delle Congregazioni, dei papi, delle regole prescrittive, dei responsi autoritativi giustificati da qualche ardita piroetta di teologi acrobatici che si sentono interpreti dell’ordine dato dai disegni di Dio e iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore, cui pochi individui hanno accesso (beati loro!).
Ma è questo il cristianesimo che può parlare all’umanità, alle sue immense sofferenze, che può staccarsi da tutti gli squali che lo usano per i propri disegni di potere? E alcuni li vediamo già pronti dietro la bara di Francesco a strumentalizzare i sentimenti di milioni di fedeli.
Capisco i funerali in pompa magna, capisco i giorni di lutto nazionale, ma l’eccesso (5 giorni!!) non è di per sé il segno di un uso della commozione a scopi di potere?
Tutto ciò non forse è superfluo e contrario a quel cattolicesimo cui io, da laico, guardo con intatta ammirazione, quello di Erasmo, del primo Lutero, dei giansenisti, dell’impegno sociale, delle missioni fatte non per imporre il battesimo, ma per curare ferite, mettersi dalla parte degli ultimi, dare loro dignità e prospettive?
Mi illudo, probabilmente. La Chiesa ama di più le manifestazioni pubbliche di sé stessa, piuttosto che l’umile, sobrio, essenziale appello a «Cristo solo», come diceva Erasmo, testimone del valore autentico della fede cristiana.
Mi scuso di avervi importunati con questo sfogo caotico. Voi da cattolici, io da laico, ammiratore del cristianesimo sociale, staremo a vedere il dopo. Non sarà facile. Le tensioni interne alla Chiesa restano e l’uso della fede da parte degli squali che governano sarà sempre più forte. Temo.
Dino Carpanetto






