Sebbene ufficialmente la teologia non abbia ancora scelto di integrare la letteratura all’interno delle proprie possibilità, non sono pochi i tentativi che qua e là si stanno affacciando attraverso vie più o meno traverse. In gran parte vale ancora la tesi perentoria del teologo domenicano francese Jean-Pierre Jossua, secondo cui vi è uno iato «tra una sub-cultura clericale e la cultura comune», verificatosi in quanto «il mondo laico, per un risentimento che in sé non è inspiegabile, si è mantenuto estraneo a interessi religiosi, mentre la sottocultura teologica, da parte sua, ha prima vegetato, poi, verso la fine del XIX secolo, ha ripreso vita e ha prosperato, a dispetto di crisi profonde in un ambiente intellettuale piuttosto chiuso e spesso collocato in posizione difensiva» (La letteratura e l’inquietudine per l’assoluto, Diabasis, p. 41).

Forse consapevole di questo aspro giudizio e delle conseguenze di tale separazione, ma anche a ragione di una stimabile molteplicità di approcci, il mondo religioso si è invece variamente avvicinato al panorama della cultura in genere e dunque della letteratura nello specifico. Papa Francesco, poi, non manca di apprezzare il lavoro degli artisti e questo, in alcuni, non passa inosservato.

All’interno di questo mondo sensibile e attento alle provocazioni della cultura, sorgono opere che sanno trarne gli inusitati guadagni. Dio tra le righe di Lorenzo Fazzini (Il Pellegrino 2024, presentato al Salone off il 9 maggio al Cam) può ben inserirsi all’interno di tale fenomeno, raccogliendo i contributi che lo stesso autore ha pubblicato sulla rivista Avvenire, divisi per grandi temi (Dio, la fede, Cristo, amare, comunità, ricerca, mistero), ove una citazione tratta da un romanzo diventa sponda per parlare delle questioni fondanti della fede cristiana. I pezzi sono brevi e si possono leggere uno ogni tanto, offrendosi così alla riflessione personale.

Nelle pagine conclusive l’autore sostiene di aver tratto ispirazione da Accendere l’immaginazione di Timothy Radcliffe, una cristologia a temi accompagnata da poesie, romanzi, film, quadri e musica. Ma la parola «immaginazione» era già comparsa in introduzione – «L’immaginazione fa bene alla fede» (p. 13) – segno che dentro tale inclusione vada colta la possibilità adottata di dire Dio oggi (secondo una formula molto battuta, ma forse non così perseguita nella pratica). La via immaginativa, fecondata dalle grandi opere del nostro tempo, diventa allora offerta di un linguaggio accattivante e meglio capace di parlare di Dio e dell’uomo.

Il metodo adottato è efficace, perché la narrazione coinvolge il lettore come l’argomentazione non sa fare. Fazzini si lascia catturare dalle grandi questioni che spesso, nei romanzi, compaiono solo “tra le righe”. È il caso di Cavalli selvaggi di Cormac McCarthy, dove in un dialogo si trova una affermazione interessante su Dio: «Un giorno uno si sveglia e starnuta in Arkansas o in qualche altro posto, e prima che tu te ne accorga succedono guerre, disastri, il finimondo. In un attimo non si capisce più niente. Secondo me Lui ci sta attento. Altrimenti non saremmo in grado di sopravvivere un giorno» (pp. 42-43). Non è alta teologia, ma l’idea della Provvidenza espressa in un linguaggio colloquiale all’interno di un discorso qualunque tra due personaggi. Ecco, la letteratura sa fare questo, parlare di Dio tra le righe, negli interstizi del discorso, nell’improbabilità delle voci. Perché la domanda non si è ancora mai spenta. Neppure oggi.