«Alla mia età, morire è la cosa più importante che posso fare, ormai». Un amico, mio coetaneo, mi ripete questo suo pensiero. Sono incerto se dargli ragione, e in quale senso. Certo, è un fatto importante, che alla nostra età si avvicina. Ma è la cosa più importante? Oppure è l’ultima che ti capita, quando non puoi più fare altro?

Mi trovo a riflettere su queste domande sbirciando il libro di MichaelDavide, un monaco (ma sono pensieri per tutti) dell’antica abbazia di Novalesa (Sorella vecchiaia. Danzare con il tempo che passa, TS edizioni, 2024, pp. 267, € 24). Sorella, come la morte per san Francesco. Raccolgo qualche spunto, senza pretesa di completezza. Ho sempre pregato di avere una morte breve, già ricevuto il dono di una vita lunga: questa lettura fa sperare soprattutto una morte cosciente, vissuta.

Parlare di vecchiaia è parlare della morte, dice il monaco. È un dono parlarne con semplicità e verità. Morire è soltanto un perdere? La forza che vai perdendo era un vero vanto? Dove sfocia il tuo tempo? Si morirà soli (Pascal, Pensieri 211), e la solitudine già arriva dall’orizzonte, come la pioggia, e cade su di noi nella vecchiaia. Ascoltiamo, impariamo, da chi è passato nell’ultima stagione. Nove mesi per fare un uomo, ma sessant’anni e più (se bastano) per fare un uomo maturo. Se vuoi essere cristiano, santo, devi prima essere uomo, ospite dell’umano. Ascoltiamo morti molto vive, e ascoltiamo Qohelet, in questo nostro tempo, povero di profezie esistenziali, oggi che i giovani rischiano di stare chiusi in un castello fiabesco, nell’ignoranza del limite (come Siddharta da ragazzo). Oppure sono spaventati in un tempo che promette morte generale?

Il credente, che attende l’eternità, forse è più scandalizzato dal mistero della morte, e dei passi con cui viene. Ma è il mistero stesso della vita: se ami tutta la vita, di tutti, la morte può metterti in sintonia d’amore con la natura e con tutti i viventi, quindi devi accogliere la realtà, la tua fragilità, il declino, che si insinua di soppiatto. L’attuale generazione tecnologizzata non sa attendere la morte con dignità: liberalizza la pornografia, ma occulta la morte. In passato si moriva in famiglia, coi bambini presenti, era cerimonia sociale, dignitosa. Guai a noi se dimentichiamo che portiamo dentro la morte come il frutto maturo nel nocciolo.

La morte è freno, o motore, del divenire? La vita che sa assumere la morte è la vita dello spirito. Lazzaro silenzioso sarebbe il tipo dell’uomo capace di ciò. Se la morte è sorella, sarebbe il dono di una vita compiuta. Dono ricevuto nella condizione di mendicità, che è la quarta e ultima stagione della vita. Nel libro dello Zohar: «I santi non muoiono ma si sposano». Non sarebbe una caduta ma un’ascensione. Ricordiamo che Adriana Zarri diceva: «Siamo già risorti».

Il necessario amore di sé maturerebbe dalla gioventù alla vecchiaia nel bisogno di sapersi donare. Il vecchio non deve invidiare i giovani, né brontolare per le novità, ma deve restare giovane, attento a ciò che avviene, grazie a ciò che ha maturato in sé stesso. Non resti prigioniero di ciò che è morto in lui, sappia voltargli le spalle, accetti le separazioni, viva pure una sana nostalgia, ma non un conservatorismo che lo lega a sé stesso. Si senta invitato al banchetto nuziale della vita. Soprattutto, sappia dire continuamente: «Grazie!».

Il corpo è il protagonista della vecchiaia. Apprendere la grammatica del corpo per imparare la sintassi dell’anima. Intuire la sensibilità crescente al proprio corpo come un luogo di trasfigurazione. Nella gloria sarà sottile, ma palpabile, come il corpo di Cristo risorto, dice la tradizione, da Gregorio Magno. Nella vecchiaia si acuisce la sensibilità al mistero, se non si resta ciechi. Non si impara senza soffrire. La persona è anima e corpo, insieme, e la morte colpisce la persona intera. Cristo andò con timore, non tremore, alla propria morte. È vero che il silenzio dei morti pesa sui vivi, ma dopo Cristo rivelatosi vivo nella Pasqua, la morte non è più un’intrusa, ma la grande iniziatrice: diventa un fenomeno della vita, una forma della vita.

La risurrezione non è l’immortalità dell’anima: la Bibbia non la insegna (come si crede di solito), ma promette vita eterna, quando la creazione intera sarà creata di nuovo e non ci sarà più la morte (cfr. Oscar Cullmann, come Paolo Ricca: https://isagogica.altervista.org/immortalita-dellanima-o-risurrezione-dei-morti/).

L’attesa della morte è imparare a vivere, per una causa degna, come un giovane attende la persona amata: «Cristo è la porta che si apre sull’eternità, egli è la nostra morte» (A. Bloom), maestro del morire come del vivere. La vita regna sulla morte, fino a poter dire che la morte è cosa buona (S. Gregorio di Nissa). Si tratta di vivere la morte, a cui ci prepara la vecchiaia, come si vive la vita. Il tempo intermedio non è vuoto ma è maturazione. «Morire la propria morte è altrettanto raro quanto vivere la propria vita» (Capriolo, su Rilke). Altri suggerisce una morte che rimanga velata, non di tua proprietà, solo Dio testimone.

Mi pare questa l’opinione di un amico con cui ho discusso: lui sostiene che la vecchiaia deve essere riposo. Io inclino a pensare (illusione?) che deve essere (fin quando è possibile) attività di restituzione, completata col morire. Continuiamo nel cercare altri chiarimenti.