«L’uomo muore perché invecchia, oppure invecchia perché muore?». MichaelDavide Semeraro (autore di Sorella vecchiaia cui abbiamo già dedicato un precedente articolo) cita uno staretz che riferisce memorie di Tolstoj: desiderare la morte è desiderare quel moto incessante della vita che conduce alla morte, ed è un desiderio della salute, non della sofferenza. Conoscere la vecchiaia significa conoscere anche la morte, dice Edgar Morin, nato nel 1921 e ancora vivente. Però l’essere vecchi non è una malattia, come non lo è l’essere neonati: due forme di dipendenza dagli altri, di mendicità, ma anche intima promessa di vita. La vita umana è sempre un appello rivolto a chi sta attorno. Allevare un bambino vale come accompagnare un vecchio alla morte.
Dice Emmanuel Levinas: «La morte non si affaccia sul nulla, ma sul mistero». Se c’è una salvezza, essa è più della guarigione, dalla quale si ricomincia il cammino. Bisogna aiutare ciascuno a essere protagonista della sua morte come della sua vita, accompagnato dalla sua comunità affettiva nell’evento più importante della sua vita. Perciò bisogna sapere che tutti i pesanti casi di abbandono e consegna alla morte solitaria e cruda, dai profughi naufraghi e annegati alle schiere di vittime delle guerre, sono delitti gravi e noi tutti colpevoli.
Infanzia e vecchiaia, antico paragone. Ma sappia il vecchio invecchiare senza intristire. I Padri indicano la “piccola risurrezione”, esperienza riservata a quegli uomini e donne che già prima della morte fisica sperimentano qualcosa del fulgore della vita eterna. C’è uno scopo “naturale” della vita, lavorare, procreare, e uno scopo che Semeraro chiama “culturale”, culminante nell’atto del morire, in cui non sono possibili supplenti.
Occorre pure imparare a perdonarsi: «perdonare se stessi fino ad arrivare a perdonare Dio», aprirsi al mistero assoluto dell’alterità, ricondurre tutto, anche i traumi, al livello profondo dell’intimità con Dio che la morte renderà definitiva. Perdonarsi il passato, ma anche il presente, il fatto di non poter più essere quello che eri, e di chiederne scusa: se hai imparato a perdonare agli altri, perdonarti è un’esperienza di salvezza come ingresso nell’eternità. Né nostalgia né imbarazzo, né vergogna di essere pura presenza, anticipando l’eternità. Né tristezza di essere un peso per gli altri, né troppe pretese. Nella vulnerabilità si ha bisogno di tenerezza, ma con discrezione e distacco. Anche il male subito da persone amate può produrre sensi di colpa: sei disprezzato, vali poco. Occorre riconciliarsi con sé per riconciliarsi con l’altro.
Il vecchio può soffrire la frustrazione operativa. Il desiderio di essere utili può celare il disgusto di non essere così importanti per la vita del mondo. Si fa fatica ad accettare il santo ozio, non padre dei vizi, ma di preghiera e dolcezza. Alla fine ci preme ancora tutto ciò che abbiamo avuto a cuore, ma che non sia togliere spazio a chi viene, per la nostalgia del sentirsi utili (o necessari…). «La verità del mattino è l’errore della sera».
Scriveva Carlo Molari: «Saper morire è il segno più sicuro di aver imparato a vivere il tempo, e chi sa vivere il tempo ha certamente imparato a morire». Il bambino che nasce si sente consegnato all’estraneità, vive una minaccia di annientamento, ma poi gli si apre un mondo di luce, di colori, di significati, degli altri, dell’amore. Nella morte l’anima spirituale viene strappata dai limiti del mondo corporale, aperta a una nuova relazione col mondo. La morte della persona amata apre alla scoperta del mondo oltre. Ogni vivente nasce quando davanti al morto sussurra: «Perché?». Il mistero dell’esistenza lo incontra così. Dice Jung che, dal mezzogiorno della vita, si inverte la parabola, nasce la morte, e vive soltanto chi, con la vita, vuole morire. Non voler morire è non vivere.






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