Questo è terzo articolo che trae spunto dal libro di MichaelDavide Semeraro Sorella vecchiaia: qui si trova il primo, qui il secondo.

Non si dicano menzogne al malato. Non gli si tolga la possibilità di vivere la sua morte. E anche di compiere la sua vita come un regalo per gli altri.  Vecchiaia, malattia e morte sono compagne della vita, e momenti preziosi, di cui si può far tesoro, non perché la sofferenza ci salvi – è l’amore che salva – ma perché sono costitutive della vita.

Altri mammiferi nascono più maturi, l’uomo è come un parto prematuro. Così può vedersi tutta la sua vita: una maturazione che si compie all’infinito, andando dalla paura al desiderio. Ieri il credente aveva paura del giudizio di Dio, oggi teme di più i tormenti dell’agonia, quel morire che non finisce mai. La vera eutanasia sta nell’accompagnamento fraterno alla morte, nella pace, nella gioia, senza paura né angoscia, aiutando a passare dall’orrore alla profondità del morire.

L’esperienza del morire, a cui si dovrebbe iniziarsi, come alla giovinezza e alla maturità, fa parte della vita, del diritto. Morire con dignità è libertà. L’Organizzazione mondiale della sanità parla di «diritto di morire». La morte come atto della vita ha anche toni di festa: il banchetto funebre come simbolo di continuazione; gli anniversari come riti di passaggio. Il lutto integrava nell’universo patriarcale e teneva presente la coscienza: l’abolizione del lutto fa parte della rarefazione e gelo dei rapporti sociali. Rimane, forse, appesa alle pareti di casa, qualche foto dei familiari che vi hanno vissuto. Le tombe sono ancora quasi una dépendance della casa, nei cimiteri, curate con qualche bellezza, oppure depositi lontani, di ceneri sempre meno ingombranti (però a volte tenute affettuosamente in casa)?

Jung riconosce che solo la Chiesa cattolica ha ancora tracce di sollecitudine per l’anima dipartita. L’abitudine monacale di seppellire nella cavità di un albero, simbolo materno (la bara di legno è ancora quello), significa che il morto è chiuso nella madre in vista di una rinascita. La fede cristiana è la risurrezione, non la reincarnazione dell’anima in un’altra carne. L’immortalità platonica dell’anima non è biblica: il Creatore assegna all’uomo il corpo come compito. Una sana ascesi non è mortificazione del corpo, ma preparazione al suo destino di eternità. I sacramenti hanno il compito di guarigione integrale della persona (ben più di santuari o apparizioni) come si sapeva nel primo millennio, ripreso dal Vaticano II.

«Noi siamo dialogo» dice il nostro corpo, «che è apertura allo spirito, e nulla di spirituale avviene se non nel corpo» (Manicardi). La teologia del sacramento degli infermi ricolloca il malato all’interno della comunità, mentre il contesto sanitario attuale lo isola anche fisicamente.

Chi muore non “se n’è andato”, non è “scomparso”, o “mancato”. Il suo corpo va curato e onorato: sta transitando ad al modo spirituale di essere nel mondo. I fiori, col profumo, vogliono manifestare lo Spirito. L’Autore spende alcune pagine preziose sui salmi come espressione poetica, la più adeguata e fedele alla vita e alla morte, quando ogni altra parola manca, e solo la sorpresa della poesia avvicina la verità (pp. 214-224).

Amare fa soffrire, costa. Oggi però cresce una ben altra sofferenza: le malattie psichiche e nervose, l’Alzheimer, le demenze. Sono una reazione alla mancanza o al fallimento dell’amore. «Il declino della religione si paga con la difficoltà ad essere-sé» (M. Gauchet). All’inizio dell’avventura umana il nulla e l’angoscia ci furono risparmiate per grazia degli dèi. O ci si converte al dono di sé, a costo di fallire, oppure si cede alla violenza verso gli altri, o verso se stessi. Soffrire e morire per amore è vivere in salute. «Ci è offerta una grande sfida: imparare ad amare senza parole, oltre le parole (…) perché la persona che ho di fronte è un mistero da adorare, non un problema da risolvere». Solo l’amore immenso può salvare. «Solo un io vulnerabile può amare il prossimo», dice Levinas. Non è la distribuzione dei mali che allevia il dolore, ma la consolazione dell’amare gli altri. L’ansia di non morire, di non perdere, ammala più di tutte le malattie. La morte è l’alterità più indisponibile, ci educa all’altro-da-sé. Ed è anche l’esperienza propria, unica, insostituibile, che afferma l’unicità preziosa di ognuno. Sappiamo fin troppo uccidere, e abbiamo sempre da imparare il mestiere di vivere, e di morire.