Commento al vangelo dell’Ascensione (Luca 24,46-53 e Atti 1,1-11)

Nel vangelo odierno è centrale la predicazione al mondo intero (Lc 24,46-49), ossia il tempo della chiesa ovviamente cominciando da Gerusalemme [vedi l’appendice tecnica]. Infatti nella finale del vangelo (50-53) l’ascensione (in quanto salita verso l’alto) non c’era nel testo originario che diceva solo: «si separò (si staccò) da loro»; «e veniva portato verso il cielo» è un’aggiunta posteriore che manca in autorevoli manoscritti antichi come il Sinaitico, il codice D, i nostri Vercellese, Veronese e Palatino di Trento ecc. L’origine giudeo-cristiana è chiara nella chiusa: «e stavano sempre nel tempio lodando Dio», una cosa del tutto improbabile dopo i gesti e le parole di Gesù contro la sacralità templare. Sarebbe stato più logico se avessero scritto: «se ne stavano sempre sulla spianata del tempio ad annunciare il vangelo», appunto cominciando da Gerusalemme.

Comunque in origine c’è solo la “dipartita” di Gesù, senza alcuna ascesa verso il cielo: cuore del racconto è la missione al mondo, l’evangelizzazione. Si potrebbe chiamare la festa odierna più correttamente: la chiesa in uscita.

Apparizioni solo in Galilea? Nella tradizione più antica, di Mc e Mt, le apparizioni sono annunciate in Galilea: l’angelo solennemente proclama alle donne che lo vedranno solo là in Galilea (Mt 28,7 e Mc 16,7), non a Gerusalemme né a Betania, il presunto luogo dell’ascensione. Meglio sul monte prefissato in Galilea viene narrata appunto in Mt 28,16-20 l’unica apparizione [non sappiamo se ci fosse anche nella finale originaria di Marco perché è andata perduta], con la missione universale e la solenne formula battesimale, seguite dal congedo quasi immediato, anche se la separazione non è esplicitata. Si tratta comunque della concezione più antica che ignora sia l’Ascensione sia i 40 giorni (nominati solo in Atti 1,3).

Invece nella concezione posteriore di Luca e Giovanni le apparizioni plurime sono a Gerusalemme: per consentire più apparizioni non si può far ritornare Gesù subito al Padre, ma bisogna “tenerlo giù” per un certo periodo, in una specie di orbita di parcheggio [come le nostre sonde che non partono sparate per la Luna o Marte, ma vanno sempre prima in orbita di parcheggio intorno alla terra per poi, fuori dalle perturbazioni atmosferiche, sganciarsi nel momento giusto per una precisa traiettoria verso la loro destinazione cosmica].

In Efesini 4,8-9 leggiamo una frase “strana” [citazione del Salmo 67,19): «ascendendo in alto ha portato con sé prigionieri»: i «prigionieri» potrebbero alludere alle (presunte) forze-potenze cosmiche a mezza via fra la terra e il cielo che vengono rese innocue. Il Cristo risorto sembra prender possesso della sfera celeste più vicina alla terra, eliminando o imprigionando la sua influenza sugli umani presente in tutto il mondo antico, come oggi negli oroscopi…

Dato che l’ascensione nel vangelo è poco chiara, scarna e striminzita, hanno pensato bene di narrarla diffusamente nel primo capitolo degli Atti (la prima lettura di 1,1-11), la cui origine extra e post-lucana abbiamo già evidenziato nella conclusione del commento alla domenica in Albis dell’anno scorso. Esso contiene addirittura 7 apax, cioè parole (non dotte, e dal significato semplice) qui ricorrenti una volta sola nell’intero NT, che Luca non usa mai nei suoi due scritti. Ben 4 sono nella prima lettura di oggi: «prove» (1,3), «trovarsi a tavola» e «attendere» (1,4), e «in bianche vesti» [1,10, per di più in dativo plurale senza la “n” finale (esthêsesi, che fra l’altro si confonde col nominativo plurale); roba non da Luca].

I giudeo-cristiani hanno in testa l’escatologica discesa del figlio dell’uomo sulle nubi del cielo alla fine dei tempi, e quindi lo applicano all’inverso pure all’ascesa nella conclusione del racconto odierno: «Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (Atti 1,11).

Hanno utilizzato immagini spaziali classiche di ascesa-discesa (come noi per Natale, Battesimo di Gesù, Trasfigurazione): plastiche sceneggiature che colpiscono e rimangono impresse (come il rombo dal cielo e le lingue di fuoco nella Pentecoste).

Il terzo cielo non è in alto. Lo schema spaziale non è oggi certamente il migliore, anche se esprime la trascendenza, da intendere in epoca moderna soprattutto nel senso kantiano di una responsabilità per la sorte comune che sovrasta tutti.

Fra l’altro non è sempre stato interpretato in senso simbolico, anzi quasi mai nel corso della storia; dato che nella concezione antica non esisteva il vuoto, e per di più c’erano le sfere cristalline (aristoteliche) su tutta l’orbita, Tommaso stesso si arrampica sugli specchi per spiegare come Gesù possa aver perforato tali barriere materiali. Ma Gesù non si è elevato come il volo di Gagarin che affermò polemicamente di non aver visto Dio nello spazio cosmico (col cielo nero come il carbone).

È inoltre rilevante che Paolo non conosca l’Ascensione lucana; nella 2Cor dice sì che Cristo fu rapito al terzo cielo (12,2), e in paradiso in 12,4 (sono sinonimi), ma tutte due le volte afferma di non sapere se col corpo o senza corpo; mentre in Luca è chiaro che Gesù sale col corpo, anche se più o meno glorioso, tanto che in qualche caso non lo riconoscono subito (come i due di Emmaus e la Maddalena).

Il terzo cielo paolino non è certamente il cielo tolemaico-dantesco di Venere; dato che nell’AT sovente il cielo è espresso in forma duale, cioè due cieli, come in Gen 1,3 le acque sotto il firmamento che vengono separate dalle acque che sono sopra, tale terzo cielo indica chiaramente la sfera divina.

In conclusione, emerge la marginalità assoluta della cosiddetta ascensione, narrata solo nei due scritti lucani [più le due volanti espressioni paoline sopra citate in 2Cor ed Efesini], opera di una tradizione giudeo-cristiana che si è infiltrata all’inizio degli Atti (l’intero primo capitolo non è sicuramente di Luca).

Oggi nell’universo definire l’alto e il basso in modo assoluto è privo di senso; lo sono solo in relazione all’osservatore; ancora in Dante abbiamo invece l’alto assoluto del mondo che è costituito dal polo Sud con la montagnola del Purgatorio: sotto tale profilo gli uomini dell’Ecumene (il mondo allora conosciuto nell’emisfero Nord) vivrebbero con… la testa all’ingiù. Anticamente invece, come in Aristotele, le tre dimensioni (alto-basso, destra-sinistra, davanti-dietro) contrassegnano addirittura la scala degli esseri: l’uomo, più perfetto, le possiede tutte e tre, poi a scendere l’animale solo due, e l’albero una sola (alto-basso).

Cristo e il tempo. L’Ascensione non è tanto un evento spaziale ma semmai temporale, nella triplice suddivisione lucana del tempo: la prima epoca avanti Cristo (in particolare l’AT), la seconda quella del Gesù storico [Il centro del tempo (tit. or. Die Mitte der Zeit) di H. Conzelmann, Cristo e il tempo di O. Cullmann, sono due classici degli anni ’60: quest’ultimo è stato il primo libro di teologia che ho letto], e la terza quella della chiesa. Il binomio Ascensione-Pentecoste (storicizzate rispettivamente in 40 e 50 giorni) segna lo spartiacque fra il Cristo terreno e la missione ecclesiale universale nella ripartizione lucana. Meglio sarebbe quindi uno schema temporale (o misto): il Dio (sì) davanti a noi ma nel presente-futuro, che ci attrae verso il Regno già qui terreno.

L’Ascensione chiude le manifestazioni di Gesù. Dato che non ci saranno più apparizioni (e nei secoli neppure quelle della Madonna), viene inaugurata la missione al mondo con l’annuncio della Parola a ogni creatura, che oggi deve proporre e osare una nuova evangelizzazione.

Appendice tecnica

Il «cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,47) è un chiaro esempio (anche scolastico nei licei) delle diversità dei manoscritti (critica testuale). In origine abbiamo incipientes (arxamenoi), cioè «comincianti (voi discepoli)», un participio congiunto in nominativo plurale che ovviamente traduciamo col gerundio. Ma, dato che in precedenza non compare il «voi discepoli» (o simili), tale participio non si congiunge con nulla; per questo altri codici l’hanno posto in genitivo assoluto (arxamenôn), che è l’equivalente dell’ablativo assoluto latino, con cui infatti lo traducono Girolamo e altre versioni latine (incipientibus). Successivamente qualcuno ha avuto l’idea carina di immaginare che sia il Cristo stesso, presente nei discepoli, ad annunciare il vangelo: quindi incipiens (arxamenos, nominativo singolare), cioè cominciando lui, il Cristo. Così però il termine Cristo compare nella frase precedente (anche se lontano) ma è in accusativo; quindi hanno più correttamente posto anche il participio in accusativo singolare: incipientem (arxamenon, quarta ed ultima variante).