La “Domenica in Albis” (deponendis o depositis) deve il suo nome al fatto che i neo-battezzati deponevano la veste bianca (alba), dopo averla indossata per una settimana [la Pasqua aveva l’ottava, cioè durava otto giorni come pure il Natale: le feste di S. Stefano e del Lunedì dell’angelo (Pasquetta) sono il residuo rimasto degli ulteriori sette giorni di prolungamento delle grandi solennità]. Anticamente infatti veniva amministrato il battesimo (agli adulti) durante la lunga ma luminosa veglia pasquale: uno dei suoi elementi più caratteristici è il canto dell’Exsultet, il dono di Ambrogio alla liturgia latina. Il vescovo di Milano è talmente preso dall’esultanza che s’inventa «O Felix culpa»: ossia quella di Adamo viene chiamata al vocativo una “colpa felice” perché ci ha meritato un così grande redentore! Un’altra perla di Ambrogio nel Messale romano (non nell’Exsultet), relativa alla dignità della natura umana, è il «mirabiliter condidisti et mirabilius reformasti»: «L’hai creata in modo mirabile ed in modo ancor più mirabile l’hai redenta-riformata» (perché non possiamo anche noi essere creativi nelle liturgie, che sono invece blindate coi fedeli totalmente passivi?).

Nel vangelo è centrale la figura di Tommaso il “critico”, denigrato in genere dalla tradizione per aver voluto mettere il dito nel costato, quasi da miscredente; a me pare invece da apprezzare perché è uno che vuol vederci chiaro nella fede. Di fronte a un evento così portentoso come una resurrezione, è quanto mai logico cercare delle riassicurazioni d’un certo peso. Non è la prima volta che Tommaso parla chiaro sino a formulare obiezioni. In Gv 11,16 quando dice «Andiamo anche noi a morire con lui», non è mezzo matto ma ne ha tutte le ragioni, perché recarsi a Gerusalemme-Betania era veramente un rischio mortale. Sempre in Gv 14,5 egli replica a Gesù: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». È la via della vita cristiana nell’amore e nel servizio, oppure la via del cielo? Il 14,4 probabilmente intende la prima: ma Tommaso capisce la seconda. In ogni caso Cristo stesso è la nostra via, la nostra luce di verità (14,6) che illumina il cammino della vita.

È quasi sicuramente fra il gruppo di discepoli che chiedono una spiegazione chiara per l’enigmatico: «ancora un poco e non mi vedrete più [allusione alla morte], ancora un po’ e mi vedrete» (Gv 16,16), anche se è un’aggiunta di Re2 (autore della seconda edizione del vangelo), perché Gesù non giocava con gli indovinelli. La seconda parte ha due possibili significati: il rivederlo nelle apparizioni post-pasquali (più probabile) e/o nel ritorno (parusia) di Cristo atteso come imminente dalla chiesa primitiva.

Il vangelo odierno termina con la conclusione originaria del vangelo di Ev1 (prima edizione): «Molti altri segni fece Gesù…» (20,30s); che era pure la conclusione della sêmeia-quelle (greco-tedesco), ossia la «fonte dei segni» (6/7 dalle nozze di Cana al cieco nato) utilizzata dal quarto vangelo. Molte Bibbie l’intitolano infatti “prima conclusione”. Se consideriamo solo questa prima edizione, le ultime parole di Gesù nel vangelo giovanneo sono bellissime (un pensierino per noi): «Perché mi hai veduto, Tommaso, hai creduto: beati quelli che pur non avendo[mi, nel Sinaitico] visto crederanno» (20,29). Con l’aggiunta invece del cap. 21 (sempre da Re2 o dalla sua cerchia; oltre alla corsa di domenica scorsa) per scongiurare lo scisma fra chiese giovannee e quelle petrine, le ultime parole di Gesù sono quell’acido e sgraziato «che te ne frega» (21,22) rifilato a Pietro.

L’espressione della prima lettura (Atti 4,32: «La moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un’anima sola») è fortemente idealizzata; poteva forse valere all’interno di una singola comunità (tuttavia non a Corinto lacerata in fazioni, a cui Paolo è costretto a scrivere l’infuocata prima lettera), ma non tra le varie chiese. Oltre al conflitto suddetto, c’era il dissidio fra la comunità di Cleofa (Emmaus) e quella di Gerusalemme; in Mc 9,38 e Lc 9,49 Giovanni proibisce a uno di scacciare i demoni nel nome di Gesù, perché non era «dei nostri»; non è tanto una situazione di allora bensì della comunità primitiva, in cui esistevano degli itineranti predicatori “selvaggi”, naif (che causavano confusione), contro cui Paolo inveisce chiamandoli ironicamente “superapostoli” (2Corinti 11,5 e 12,11; niente di nuovo sotto il Sole: come l’ostilità del Vaticano nei confronti del sinodo tedesco, o quella al vetriolo tra il Papa e padre Georg, il segretario di Benedetto XVI).

Era alto il rischio della frammentazione, per cui è stata istituita una direzione centrale, quella dei 12 (numero sacro-mitico in riferimento alle 12 tribù d’Israele), che è un’invenzione della primitiva comunità; i 12 non esistevano nel ministero storico di Gesù che non li ha istituiti. Ovviamente il 12° era Giuda di Giacomo (non l’Iscariota già morto: suicida in Mt, per un incidente in Atti 1,18). Era Pietro in origine il Satana (come nel Vade retro di Mc e Mt), nella mai sopita polemica di Re2 contro Simone in Gv 6,67-70 [«uno di voi è un diavolo»; cambiato in Giuda nella glossa seguente di 6,71]; l’unico altro cenno “tranquillo” di Re2 ai 12 è «uno dei dodici» aggiunto a “Tommaso detto Didimo” nel vangelo odierno; per Ev1 giustamente allora i 12 non esistevano.

Inoltre a Gerusalemme c’era grande turbolenza fra i giudeo-cristiani palestinesi e quelli della diaspora (ellenisti di lingua greca). Da qui l’istituzione dei sette (diaconi), col pretesto (ridicolo) dell’assistenza alle vedove per mascherare le loro magagne. I diaconi Stefano (col suo lunghissimo discorso in Atti 7.1-54) e Filippo non sono dei semplici servitori delle mense, ma degli annunciatori-predicatori. Il gruppo dei 7, posto a capo degli ellenisti, doveva mediare col gruppo dei 12 per scongiurare la scissione: a tal fine quasi sicuramente (il diacono) Filippo è stato poi aggregato ai 12 al posto di Giacomo di Zebedeo martirizzato presto da Erode (Atti 12,1s). Tale Filippo (non è il cosiddetto apostolo come forse si crede) è il personaggio centrale di Atti 8 (che battezza l’eunuco etiope); egli ha pure di propria iniziativa predicato e battezzato in Samaria, quasi all’insaputa del gruppo dirigente gerosolimitano, tanto che Pietro e Giovanni, presi in contropiede, si recano in Samaria a completare l’opera con l’infusione dello Spirito santo (Atti 8,12-17).

Il mare era molto agitato, tanto che la comunità di Cleofa (Emmaus) chiese di avere un proprio rappresentante nel collegio dei 12, appunto Mattia, con la sceneggiata del sorteggio pilotato dal Signore (Atti 1,15-26). Ma sull’imbarazzante primo capitolo degli Atti ritorneremo nelle prossime domeniche in cui verrà letto, anche se spezzettato da una festa all’altra. Per ora sottolineiamo solo che esso è extra e post-lucano, per il motivo che incredibilmente contiene ben 7 hapax, cioè parole (non dotte, e dal significato semplice) qui ricorrenti una volta sola nell’intero NT, che Luca non usa mai nei suoi due scritti: “prove” (1,3), “trovarsi a tavola” e “attendere” (1,4), il “precipitare in avanti” e lo “squarciarsi” di Giuda (1,18), “associato” (1,26), e “in bianche vesti” [1,10, fra l’altro in dativo plurale senza la “n” finale; roba non da Luca che osserva le regole della grammatica e sintassi, come ad es. in 11,46: «Voi caricate gli uomini di pesi insopportabili…», con l’accusativo della persona e della cosa, perché il verbo “caricare” (fortizô) regge il doppio accusativo].

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