Vangelo del Corpus Domini (Luca 9,11b-17 e 1Corinti 11,23-26)

Il vangelo narra la moltiplicazione dei pani, o meglio la sua donazione: in tale tipo diverso di genere letterario mancano i motivi  della preghiera e dell’azione “prodigiosa” (parola o gesto miracoloso), che sono invece centrali nelle storie di guarigioni o di portentosi salvataggi (come la tempesta sedata), e quello dell’ammirazione o acclamazione. Il lezionario ci ha visto ovviamente un senso simbolico (eucaristico), altrimenti il racconto non avrebbe nulla a che vedere con la festa del Corpus Domini. Ma il simbolismo è di più ampia portata, eucaristico solo nel senso originario non sacrale del pasto fraterno in comune (non è la Santa Messa!). In riva al lago di Tiberiade pesce, pane (e vino) erano le vivande più consuete di allora, anche se molto probabilmente si allude a un rito conviviale giudaico a base di pane e pesce (come nelle apparizioni in Lc 24,42s e Gv 21,5.9.13).

Il prato verde. Sono chiare le ispirazioni all’AT, in particolare a 2Re 4,42-44 (Eliseo); quindi Gesù in quanto profeta escatologico, ma soprattutto il Pastore in riferimento al Salmo 23 (22): «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare…». Infatti in Gv 6,10 leggiamo «C’era molta erba in quel luogo»; in Mt 14,19 Gesù ordina di farli sedere nell’erba, e in Mc 6,39s sull’erba verde a «gruppi e gruppetti». In Marco abbiamo la strana ripetizione a stretto contatto di sumposia sumposia e prasiai prasiai [un’assoluta rarità nel NT (a parte gli amen); solo Luca lo fa ma con due nomi: Marta, Marta (10,41) e Simone, Simone (22,31)]. Perciò un popolo seduto, ben sistemato in gruppetti, ossia una disposizione ordinata dei presenti suddivisi in capannelli di commensali. Il pastore protegge e alimenta; la sua premura principale è quella del nutrimento, per cui si accorda eccellentemente col vangelo odierno dei pani. «Il fatto che la miseria del popolo resti in secondo piano (si presuppone che essi possano comperare cibo) s’accorda con l’interpretazione del miracolo, che fin dall’inizio è inteso in senso simbolico» (R. Pesch, Vangelo di Marco, Paideia 1980, p. 546); inoltre secondo lo stile di tale genere letterario ci sono immagini d’abbondanza, nella raccolta degli avanzi rimasti e nel numero di coloro che hanno mangiato (Pesch 550; come nel suddetto 2 Re 43s).

In pratica è quasi un “simposio” al tramonto tra verdissimi prati, molto belli, ma non si riscontra in essi alcun influsso della tradizione dell’ultima cena. Essendo la festa del Corpus Domini, ci concentriamo quindi sui racconti evangelici della sera del giovedì santo e sulla 1Corinti (11,23-26, la seconda lettura odierna), riprendendo e riepilogando quanto già scritto l’anno scorso (Il Vangelo del Corpus Domini).

I racconti dell’ultima cena. Cominciamo dal vangelo di Luca di cui abbiamo pure l’inconfutabile testimonianza dei manoscritti. Infatti il cosiddetto “testo corto” e originario di Luca saltava dal 22,19a «Questo è il mio corpo» (stop) al 21 sul traditore, senza il 19b («dato per voi: fate questo in memoria di me») e soprattutto senza il 20: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue [versato per voi]». Essi mancano in antichi manoscritti.

Il testo attuale lungo di Luca è il frutto di un copia-incolla dalla 1Corinti 11,23ss. Così non v’è alcun vino-sangue (e men che meno sacrificale espiatorio), bensì solo del vino (anticipato) in Lc 22,17-18 in un senso più sobrio, non sacramentale e soprattutto escatologico. Il giro di calici è uno solo, nient’affatto sacrale: «Prendetelo e distribuitelo fra voi, poiché da questo momento non berrò più del frutto della vite finché non venga il Regno di Dio», oppure «finché non lo beva nuovo nel Regno» come in Marco 14,25 e Matteo 26,29 («nuovo con voi»); una pura promessa escatologica sul vino già rilevata da Albert Schweitzer, senza ancora uno scenario sacramental-rituale: probabilmente per sopperire a questa mancanza è stato inserito il testo lungo in Luca, col secondo giro di calici ripreso dal quadro paolino [poi alcuni manoscritti hanno pensato bene di fondere i due giri lucani di calice in un solo, tuttavia con una successione-sequenza “acrobatica”: 16.19.20a.17.20b.18].

Il metodo storico-critico ci dice quindi che Lc 22,20 (col 19b) è un’aggiunta, come super-tardivo è il 14,24 di Marco: «Questo è il mio sangue dell’alleanza versato per molti». Dopo il «ne bevvero tutti» (14,23) seguiva con logica solo il detto escatologico sul vino («Non ne berrò più…»); «Questo è il mio sangue…» è stato inserito dopo dai redattori romani e in modo maldestro perché, quando Gesù lo pronuncia, il vino è già… nell’esofago o nello stomaco dei discepoli. Non essendo più visibile sulla tavola, è fuori luogo affermare che «questo» sia il sangue dell’alleanza. Matteo infatti, che copia da Marco, ha visto l’inghippo e l’ha posto nel discorso diretto: «Bevetene tutti perché questo è il mio sangue» (Mt 26,27s), ma col vino ancora sulla mensa.

Così il sangue non c’era nell’ultima cena e nei vangeli originari; il sangue c’è solo in Paolo (per Gv vedi più sotto), che non ha conosciuto il Gesù storico e non era presente nell’ultima cena, da cui ci possiamo “tranquillamente” dissociare: tanto più che egli prosegue (1Cor 11,30) affermando in modo sciagurato che molti fedeli corinzi si sono ammalati o sono morti perché hanno assunto indegnamente l’eucarestia [per fortuna la 2ª lettura si ferma prima].

«Qui ci sono io». Solo il pane è sacramentale: anche nella cena di Emmaus si narra solo del pane (e non del vino), e così pure nello spezzare il pane degli Atti. Ma nella cena non si assimilò, allora come oggi nella “comunione”, nessuna carne umana, checché ne dica Gv 6,51b-57: «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…», altra tardiva aggiunta del redattore giovanneo un secolo dopo (intorno al 140 d. C.); una frase che allora Gesù non avrebbe mai potuto pronunciare, perché sarebbe stata scambiata per antropofagia cannibalistica.

Sono sicuramente autentiche di Gesù (oltre al vino escatologico) solo le parole sul pane «Questo è il mio corpo» (Mc 14,22), che in verità è comunque una meccanica e barbara traduzione dall’aramaico in cui significava «Questo sono io, qui ci sono io» [nel pane spezzato condiviso] nel senso di una sacramentale presenza spirituale e non fisica, e men che meno nel senso di una transustanziazione del pane in carne.

In modo analogo lo interpretano Gerd Theissen e Annette Merz (Il Gesù storico, Queriniana 1999, p. 532): «Questo (mio pane) è/sia il corpo per voi»; cioè il pane della commensalità col pasto fraterno nel memoriale di Gesù di Nazareth, al posto dei corpi degli animali immolati, demolendo tutta la violenta economia macellatoria. Quindi nessun sangue cruento di un’alleanza sacrificale! Ossia il vino della commensalità nell’attesa del Regno, e non più il sangue degli animali sgozzati: cioè un nuovo patto senza sacrificio. Il senso dell’ultima cena non è una “teofagia” (“mangiare la divinità”), bensì la “consacrazione” dei discepoli a servizio del Regno.

Paolo e Gv 6,51-58 scivolano pericolosamente verso la deriva di una concezione misterica: ma l’eucarestia non è un banchetto sacramentale nel senso dei misteri di Attis e Mitra (Theissen-Merz 504s); la cena cristiana non è una variante delle teofagie allora diffuse, di una fede primitiva semi-magica nella possibilità di appropriarsi delle energie di una divinità morta e risorta mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue.

La nostra tesi “modernista” [come già sosteneva E. Buonaiuti, riabilitato su «Avvenire» del l’8 giugno 2025] è che l’odierna solennità debba essere quella della presenza eucaristica di Cristo nello Spirito, ma non del suo sangue (come nella recente ripetizione fraudolenta del miracolo di Bolsena in India), in un circolo virtuoso (non vizioso) fra cristianesimo e modernità, per rinnovare da una parte la chiesa e dall’altra salvare il mondo attuale dai suoi esiti nichilisti.

Appendice tecnica

Nel Marco I c’era solo la moltiplicazione dei pani per i 4000; nel Marco II invece solo quella per i 5000 [Luca possiede solo il manoscritto di questa seconda edizione, per cui narra solo questa]. Il Marco III di solito, quando può, fonde i suoi due predecessori; ma qui è in grave difficoltà perché i dati numerici sono troppo diversi. Per i 4000 sette pani con sette sporte raccolte; per i 5000 cinque pani e due pesci, con 12 ceste di avanzi. Salomonicamente le ha piazzate entrambe, una nel c. 6 e l’altra nel c. 8, che Matteo [il quale possiede il (nostro) manoscritto della terza edizione] legge e trascrive fedelmente.

Ma la donazione dei pani è letterariamente una sola (come in Lc e Gv); la sua storicità poteva “miracolosamente” essere salvata nel Weltbild (immagine-concezione del mondo) antico, ma è improponibile in quello contemporaneo, se vogliamo essere intellettualmente onesti nel coniugare fede cristiana e mondo moderno.