La nostra tesi rivoluzionaria è che l’odierna solennità debba essere quella del corpo di Cristo, ma non del suo sangue, perché nell’ultima cena e nei vangeli originari non v’è alcun sangue sacrificale espiatorio, bensì solo il vino escatologico: «Non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò [con voi] nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25 e par.).

Per questo sono da dimenticare sia la prima (Esodo 24,3-8) che la seconda lettura (Ebrei 9,11-15), tutte imperniate sull’ideologia sacrificale. È da cassare in buona parte pure la sequenza: «Si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino… Mangi carne, bevi sangue; ma rimane Cristo intero in ciascuna specie; chi ne mangia non lo spezza, né separa né divide: intatto lo riceve». È terribile: viene tutto inteso in un senso così iper-realistico da dover chiarire che le ostie spezzate non dividono il Cristo! Da cassare è pure la prima parte del vangelo [14,12-16, opera del Marco II, autore della 2ª ediz. romana], in cui Gesù, inviando i due discepoli, predice loro cosa dirà il padrone di casa, oltre al fatto che mostrerà loro al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta per la cena pasquale: oggi è indigeribile questa prescienza del futuro da parte di Cristo.

Qualche lettore sarà forse indispettito da questa nostra “pulizia” radicale, ma la richiede l’onestà intellettuale del metodo storico-critico. Si salvano le parole sul pane «Questo è il mio corpo» (14,22), che è comunque una meccanica e barbara traduzione dall’aramaico in cui significava «Qui ci sono io» [nel pane spezzato condiviso], nel senso di una sacramentale presenza spirituale e non fisica, e men che meno nel senso di una transustanziazione del pane in carne (come non c’è stata nessuna trasformazione chimica dell’acqua in vino a Cana). Solo il pane è sacramentale nella comunione; bisogna quindi omettere il 14,24: «Questo è il mio sangue dell’alleanza versato per molti»; un’aggiunta super-tardiva del Marco III, autore finale che, oltre a salvare il più possibile fondendo il Marco I (1ª ediz.) col Marco II, ha “redazionato” coi propri ritocchi aggiuntivi non sempre felici.

Passiamo ora alla dimostrazione, cominciando dal vangelo di Luca di cui abbiamo pure l’inconfutabile testimonianza dei manoscritti. Infatti il testo corto e originario di Luca saltava dal 22,19a «Questo è il mio corpo» (stop) al 21 sul traditore, senza il 19b («dato per voi: fate questo in memoria di me) e soprattutto senza il 20: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue [versato per voi]». Ciò è testimoniato dal codice D, dal Vercellese, Veronese, Palatino di Trento ecc. Il testo attuale lungo di Luca è il frutto di un copia-incolla dalla 1Corinti 11,23ss, diverso da quello di Marco. Occorre tener presente che in genere i redattori post-finali aggiungevano ma raramente toglievano; è difficile pensare che un glossatore possa aver cassato quasi due versetti di quell’importanza («fate questo in mia memoria», e le parole sul calice-sangue).

Così non c’è alcun vino-sangue, bensì solo del vino in Lc 22,17-18 in un senso più sobrio e frugale. Il giro di calice è uno solo, ma quello iniziale nient’affatto sacrale: è la promessa escatologica pura sul vino rilevata già da Albert Schweitzer, senza ancora uno scenario sacramental-rituale: probabilmente per sopperire a questa mancanza è stato inserito il testo lungo ripreso dal quadro misterico-ellenistico di Paolo.

Lc 22,20 è quindi un’aggiunta come il 14,24 di Marco: Mc 14,23 si conclude con «Ne bevvero tutti»; essendo il vino già nell’esofago e nello stomaco dei discepoli e discepole e non più visibile sulla tavola, è fuori luogo affermare che “questo” sia il sangue dell’alleanza. Matteo infatti, che copia da Marco, ha visto l’inghippo e l’ha posto nel discorso diretto: «Bevetene tutti…» (Mt 26,27s); col vino ancora sulla mensa ha senso dire: «perché questo è il mio sangue», con la sua ulteriore aggiunta di «in remissione dei peccati». Nel cattolicesimo è stato centrale Matteo con la sua ossessione per il giudizio, presente in modo massiccio nelle parabole che si trovano solo nel suo vangelo: zizzania, rete dei pesci, servo spietato, dieci vergini, giudizio universale; sembravano contare solo i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso.

Concludendo, anche in Marco (come in Luca dal 22,19a al 21) occorre saltare dal 14,23 al v. 25, appunto sul vino escatologico: «Non berrò più del frutto della vite…». Così il sangue non c’è nell’ultima cena e nei vangeli originari; il sangue c’è solo in Paolo (e in qualche passo volante del NT sul sacrificio espiatorio); ma da Paolo, che non ha conosciuto il Gesù storico e non era presente nell’ultima cena, ci possiamo tranquillamente dissociare: le sue parole non sono vincolanti.

Solo in Paolo c’è pure il «fate questo in memoria di me» (e di conseguenza anche nella sua trascrizione in Luca), mentre esso è incredibilmente assente in Mc e Mt (il quarto vangelo è fuori quadro, poiché in esso non c’è il racconto dell’istituzione). Abbiamo tuttavia nel lungo cap. 6 giovanneo (che verrà letto in più domeniche quest’estate) l’ampio discorso sul pane di vita: infatti solo il pane è sacramentale (fra l’altro in 2000 anni di storia la comunione è stata ricevuta sotto una sola specie). «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue» (Gv 6,51-56) è un’infelice aggiunta tardiva: il Gesù storico non avrebbe mai potuto pronunciare quelle parole perché sarebbero state fraintese come antropofagia cannibalistica.

Allora perché introdurre il vino-sangue e l’ideologia sacrificale? Non dobbiamo mai dimenticare che “ronzava” in continuazione nelle orecchie e nella mente dei giudeo-cristiani l’obiezione micidiale degli ebrei: «Voi dite che Gesù è il Cristo-Messia: ma come può il potente Messia davidico crepare in quel modo da maledetto appeso al legno?». Avrebbero desiderato che Gesù si sottraesse a quel destino terribile, non necessariamente attraverso la violenza ma “dileguandosi”, come aveva già fatto in Lc 4,28-30 quando i suoi compaesani volevano gettarlo giù dal precipizio: una scomparsa leggendaria, ma tale racconto è pervenuto (solo) a Luca, che l’ha forse ritenuto storico. Dato che s’aspettavano un Messia potente, dovevano in qualche modo spiegare il tremendo smacco della crocifissione che sembrava negare fra l’altro l’onnipotenza divina. Per salvarla hanno dovuto ripiegare sulla redenzione riparatoria. Quindi la morte sacrificale divenne “obbligata” (sottolineata dal verbo (e)dei: era necessaria, doveva andare così), perché incredibilmente pianificata e orchestrata dal Padre medesimo, che in modo masochista si autosoddisfa col sangue versato addirittura da suo Figlio!

Basta con questi ritornelli, che non sono solo assurdità logiche bensì delle vere bestemmie che dicono il falso su Dio. Negano infatti la sua Grazia, per cui il perdono dei peccati (previo l’ovvio ravvedimento) è gratis, non legato a immolazioni, riscatti, e penali con lo “sconto” delle indulgenze.

Nel Marco I (1ª ediz.) in 14,35 Gesù prega di allontanare da lui quell’ora, cioè fa di tutto per opporsi a quel destino infame. Il Marco II (2ª ediz.), imbarazzato da tale acerrima resistenza, aggiunge: «Non però ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu», inventandosi una volontà esplicita e diretta del Padre al riguardo. Ma non è mai esistita alcuna volontà divina originariamente indirizzata a quella fine orribile, e men che meno in senso sacrificale; anche se tale orrore prodotto dagli uomini è stato subìto nella nonviolenza con l’affrontare la morte e vincerla senza essere annientato (cfr il nostro commento al vangelo di Pasqua e del 5 Maggio, VI di Pasqua).

Va categoricamente rifiutata l’ideologia del sangue sparso, proseguita nei secoli ad es. con gli “stigmatizzati”: emorragie fisiologiche causate da autosuggestione isterica (se non frode); coi crocefissi sanguinanti e le madonne che lacrimano (sangue; questi ultimi due sicuramente fraudolenti).

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