Commento al vangelo della 23ª dom.: Luca 14,25-33

Cerchiamo dapprima di comprendere il significato del verbo greco miseô [“odiare”, da cui in italiano il prefisso mis, come misantropo e misogino; ma anche nella nostra lingua «colui che odia gli uomini o le donne» non viene inteso in senso stretto e forte, bensì come antipatia e simili], per poi passare ai destinatari di tale “odiare semitico”.

Ovviamente Luca ha utilizzato solo la versione greca posteriore per cui, ignorando la fonte originaria e il contesto aramaico, non può che trascrivere dalla fonte Q greca [si noti la fedeltà, senza cadere nella tentazione di addolcire!] il verbo ivi presente, cioè «chi non odia» (misei), lasciandoci a prima vista di stucco con l’invito a una repressione affettiva.

Conflitti palestinesi. Matteo 10,37 tuttavia, che tiene sott’occhio anche la Q aramaica, ha capito il riferimento ai conflitti nelle famiglie palestinesi [come nel recente vangelo della 20ª dom. «Due contro tre» in Lc 12,49-53, in cui i personaggi sono 5 e non 6, poiché la madre e la suocera sono la stessa persona]. Si tratta del contrasto nelle case giudaiche fra la vecchia generazione rimasta fedele all’ebraismo (rifiutando Gesù) e la nuova generazione dei più giovani che ha invece aderito al cristianesimo. Tradotto in soldoni: i genitori accusavano i figli di aver tradito la fede dei Padri, e i figli consideravano i genitori dei “matusa” che non avevano capito la grandezza e neppure la continuità di Gesù con l’AT. Data la suddetta condizione particolare, non c’è quindi da allarmarsi per il detto apparentemente duro, che non riguarda la nostra situazione: se un figlio frequenta assiduamente la parrocchia e l’oratorio, non v’è alcuna preclusione da parte dei genitori, anche se non credenti o comunisti, anzi sono pure contenti perché i figli sono in un ambiente sano. Un “compagno” emiliano una volta mi ha detto in dialetto che «a far del male non gli insegnano»; e una madre cristiana disse al curato (viceparroco): «I nostri figli li ha sempre lei; tornano a casa solo quando c’è da dar loro da mangiare o vestirli!». Ovviamente l’obiezione è solo apparente perché la signora ne era ben lieta.

Infatti Matteo 10,37 ha tradotto: «chi ama padre o madre più di me, non è degno [axios] di me», ripresa dalla versione CEI e dal lezionario che così ha saggiamente modificato anche il vangelo odierno di Luca; per cui i fedeli domenica non sentiranno leggere il «chi odia», bensì «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre…». Non si tratta ingenuamente di fare l’esame di coscienza e chiedermi se amo più Gesù o mia madre! Ma in caso di conflitto, contrasto religioso, occorre reggere la tensione perché la fede è più importante dei rapporti inter-generazionali: in questo senso i figli appunto amarono Gesù più dei loro genitori!

Sovrastare in amore. Ovviamente dal conflitto è facile che nasca una certa trascuratezza nei confronti dei familiari: anche il “negligere” i genitori è uno dei significati principali dell’odiare semitico. Matteo precisa la “trascuratezza-negligenza” nel fatto che la sequela cristiana dovrebbe sovrastare in amore (e non reprimere) anche gli affetti familiari [Matteo fra l’altro si limita a parlare di genitori e forse dei figli (come probabilmente nella fonte Q aramaica), e non di mogli e fratelli come Luca 14,26 la cui lista è esageratamente più lunga].

In Mt 10,37b è saltato «chi ama il figlio/a più di me…» per aplografia in alcuni manoscritti [così almeno suggeriscono le edizioni critiche, cfr l’appendice tecnica]; ma sarebbe stato saltato anche il successivo 10,38 sul portare la croce.

E altrettanto nel vangelo odierno (Lc14,27) sarebbe omesso per aplografia il «portare la croce», e pure in Lc 9,23; il portare la croce sarebbe saltato ben tre volte, due in Luca e una in Matteo. Tali aplografie sono troppe, non ci credo; si tratta invece di aggiunte successive: la metafora della croce non poteva esistere prima della crocifissione (è decisamente post-pasquale), e sono tardivi tutti gli ampliamenti dei familiari (compresi i figli). Originariamente (in famiglie patriarcali) riguardava solo il rapporto conflittuale coi genitori per la fede! [ovviamente anche a Roma, Corinto, Efeso… nei confronti degli “anziani” pagani].

Più in generale abbiamo un lasciare (familiari, case, campi…) controbilanciato dal ricevere addirittura il centuplo in Mc 10,29-30 (e par.) già al presente in fratelli, sorelle, madri e figli [certo nei confratelli e consorelle di fede], ma (in modo folle solo in Marco) si dice pure il centuplo adesso in case e campi, che fra l’altro contraddice la rinuncia a [tutti: omesso nei codici D e R] i propri averi (Lc 14,33). La sequela di Gesù può comportare l’eventuale “trascuratezza” dei propri cari, nel senso di un’apertura alla comunità e al mondo che va oltre i ristretti confini-recinti familiari. Non si tratta di egoismo, perché in Luca (14,26) si dice di trascurare, oltre ai familiari, persino la propria vita.

Non ci riguarda. Inoltre è un testo esagerato e pasticciato con due detti (Lc 14,28-32) sulla costruzione della torre e sui due re in guerra, totalmente fuori contesto, sia precedente sia seguente. Dopo le due parabolette sul “calcolo”, si dice «Così dunque [oun, giustamente omesso dal lezionario perché privo di senso] chi non rinuncia ai suoi averi…», che non c’entra nulla con quanto precede, anzi semmai è contraddittorio perché la rinuncia ai beni è l’opposto dei calcoli. Probabilmente era agganciato al portare la croce il finale sulla rinunzia (quindi anch’esso postumo) ma la sequenza è stata poi spezzata dalle due parabolette, fra l’altro banali: non c’era bisogno che il vangelo ci invitasse a… fare calcoli con esempi bellici.

Quello odierno è un Vangelo anomalo che praticamente non ci riguarda, oltre ad essere in gran parte post-gesuano in un probabile clima di persecuzione con possibili delatori anche fra i parenti (Lc 21,16).

Appendice storica

Ne approfittiamo per segnalare il bell’articolo preciso e documentato di Andrea Parodi Sindone, l’ultima verità, nella pagina della cultura di giovedì 28 agosto sulla «Stampa» a p. 24. Esso è relativo a Nicolas Sarzeaud, giovane ricercatore dell’università cattolica di Lovanio, che ha riconosciuto in un testo medievale del 1370 la più antica testimonianza sull’esistenza della Sindone di Torino; soprattutto perché redatta da Nicola d’Oresme, autore medievale di grande autorevolezza: filosofo, teologo, matematico-fisico (provò la rotazione giornaliera della terra), economista, musicologo. Nel testo compaiono le frasi: «quia sic multi viri ecclesiastici deciperent alios ut oblationes suis ecclesiis afferrent. Patet hoc ad sensum de ecclesia in Campania [regione francese della Champagne] ubi dicebatur quod esset sudarium domini Ihesu Christi» [«perché in questo modo molti ecclesiastici ingannano gli altri, per far in modo che portino offerte alle loro chiese. Ciò si vede chiaramente in quella chiesa (di Lirey) nella Champagne dove si diceva che ci fosse la sindone del Signore Gesù Cristo»]. Detto da uno che, dopo aver scritto quanto sopra, è stato consacrato vescovo nel 1377.

Siamo a metà del XIV secolo, in cui nella suddetta chiesa accorrevano le folle da tutta la Francia per vedere la reliquia e i miracoli che si diceva provocasse. Ci fu un’inchiesta che si concluse con un divieto di continuare le ostensioni, perché la Sindone si era rivelata un manufatto recente, come confermato anche dall’artista che l’aveva realizzata. Già dal 1355 i presunti miracoli di guarigione erano simulati: alcuni, dietro compenso, fingevano di essere ammalati per poi improvvisamente guarire davanti all’ostensione del lino; tutto organizzato dai canonici al fine di estorcere denaro ai fedeli per riempire le casse della chiesa. Ciò corrisponde perfettamente alla datazione del 1988 col radio-carbonio, che situa la Sindone nell’intervallo di tempo tra il 1260 e il 1390.

Appendice tecnica

L’aplografia significa che il copista dopo aver trascritto ad es. la parola “discepolo” in Luca 14,26, il suo occhio ricade in basso nella riga seguente sul “discepolo” ripetuto alla fine del v. 27, e quindi, convinto di averlo già scritto, salta al 28 (così il 27 sulla croce sparisce). Sono ben tre le (presunte) aplografie sul “portare la croce”: l’abbiamo anche in Lc 9,23b [la parola ripetuta è la congiunzione “e” kai] e pure in Mt 10,38 [il termine ripetuto è axios, nel «non è degno di me»], che avrebbe fatto altresì saltare il precedente «chi ama il figlio/a…» nel 37b.

Troppe aplografie: non credo a tutti questi copisti… sbadati. Sono aggiunte posteriori, che appunto per questo mancano in manoscritti antichi come il Vaticano (B), il codice D e il nostro Vercellese. Rimane praticamente solo il rapporto coi genitori; un equivalente moderno conflittuale sarebbe se in una famiglia decisamente cristiana un figlio decidesse di diventare testimone di Jeowa.