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Il 4 dicembre scorso è uscita la Sintesi del lavoro della Commissione di Studio sul Diaconato Femminile, che persino i media vaticani hanno bollato come un «NO» netto, e che quasi immediatamente ha scatenato una bufera sul web, inondandolo di articoli nuovi o ripubblicati sul tema del diaconato e del ministero presbiterale fin qui inibito al genere femminile. Mi sono presa del tempo prima di tentare una disamina di quanto ho letto e raccolto, anche perché a freddo si lavora meglio. Per questo arrivo tardi per chi voleva saperne qualcosa subito, ma tutti questi avranno trovato ampio materiale per informarsi a dovere; spero almeno di non arrivare fuori tempo massimo, quando ormai l’interesse è scemato. È così che succede con le notizie in genere, ma ritengo che questa materia non la si possa semplicemente annoverare tra le «notizie». Excusatio non petita

Il testo della Commissione è di per sé rivolto al papa, come aiuto al discernimento del pontefice. Tra gli altri, il testo fa riferimento all’esistenza di «domande presenti in alcuni settori del popolo di Dio», che evidentemente attendono una risposta che tarda ad arrivare, se consideriamo che la prima commissione in materia istituita da papa Francesco ha lavorato tra il 2016 e il 2019, salvo essere chiusa senza spiegazione per essere sostituita da una seconda nel 2020, la stessa che ha prodotto la Sintesi in oggetto e che ovviamente continua a non rispondere.

Del testo mi limito a riportare un passaggio problematico che diversi osservatori hanno criticato:

«Nella documentazione arrivata, letta con attenzione, molte donne hanno descritto il loro lavoro per la Chiesa, spesso vissuto con grande dedizione, come se fosse un criterio sufficiente per l’ordinazione al diaconato. Altre hanno parlato di una forte “sensazione” di essere state chiamate, come se fosse la prova necessaria per garantire alla Chiesa la validità della loro vocazione ed esigere che questa convinzione sia accolta. Molte svolgevano già funzioni di tipo diaconale, soprattutto in comunità prive di sacerdote, e ritenevano di essere “meritevoli” di ricevere l’ordinazione, avendone, in qualche modo, acquisito il diritto. Altre parlavano semplicemente di volere l’ordinazione come segno di visibilità, autorevolezza, rispetto, sostegno e soprattutto uguaglianza».

E la tesi a conclusione:

«La mascolinità di Cristo, e quindi la mascolinità di coloro che ricevono l’Ordine, non è accidentale, ma è parte integrante dell’identità sacramentale, preservando l’ordine divino della salvezza in Cristo. Alterare questa realtà non sarebbe un semplice aggiustamento del ministero ma una rottura del significato nuziale della salvezza».

Il card. Petrocchi, presidente della Commissione e firmatario della Sintesi, azzarda inoltre un consiglio di «prudenzialità» per quel che concerne la valutazione della materia, che vede scuole teologiche in antitesi. Una prudenza che il Coordinamento delle Teologhe Italiane commenta come più simile «a quella di don Abbondio che a quella evangelica di fra’ Cristoforo».

La Chiesa cattolica si è sempre orgogliosamente proclamata qualcosa di diverso dalla democrazia, che contempla solo la prevalenza di una maggioranza. Il suo potere decisionale si avvale invece della ricerca di una convergenza ampia, in mancanza della quale nessuna decisione può essere assunta. Il suo carattere comunionale ne verrebbe a soffrire, giacché quello che deve prevalere è il bene comune della Chiesa tutta. Pur non azzardando la valutazione di tale criterio, mi limito a osservare come, al contrario, la discussione teologica che è emersa in seguito alla pubblicazione della Sintesi sia stata un bel esercizio di democrazia. Un esercizio che nessun criterio ecclesiale potrebbe limitare, pena la caduta nell’autoritarismo o, peggio ancora, nel ritorno ai metodi inquisitori. Provo quindi a riportare i passaggi che mi paiono più significativi di questo felice dibattito di teologi e teologhe che da anni sono impegnati a lavorare sui temi che ruotano attorno al ministero ordinato, per coloro che non fossero riusciti a leggerli tutti o anche solo per creare una raccolta dalla quale partire per qualunque riflessione ritenessimo necessaria. Anticipo di non aver inserito le critiche vuote e facilmente prevedibili contro le teologhe italiane, per il semplice fatto che mirano a colpire la possibilità stessa di queste voci di prendere la parola. Ci interessa chi costruisce, non chi distrugge.

Parto quindi dalla teologa Linda Pocher, la quale ricorda come il n. 60 del Documento finale del Sinodo sulla sinodalità sembrava aver superato un certo linguaggio falsamente edulcorato (sul genio femminile o sul principio mariano), linguaggio che invece torna «insidioso» nei testi degli ultimi mesi del gruppo di studio sul diaconato. C’è un modo di parlare che ferisce, sostiene suor Linda, e che dimostra la mancanza di ascolto. E laddove si parla dell’altro senza tenere conto di quanto sostiene, il parametro è la relazione tossica, ovvero insana, incapace di equilibrio tra le parti. E questo, appunto, a dispetto del cammino sinodale, che «invita a una conversione relazionale prima che dottrinale».

Di Suor Linda abbiamo anche un’intervista rilasciata a Repubblica che le chiede di commentare il testo, a cui lei risponde sobriamente come le paia il cattivo frutto della fretta. A suo avviso infatti la questione di fondo sarebbe più culturale che teologica, e per questo richiede tempo. Il suo giudizio però non è solo negativo, in quanto bilancia le oggettive criticità con la trasparenza che avrebbe portato alla pubblicazione di una lettera indirizzata al solo pontefice, a differenza delle conclusioni delle passate commissioni di cui nulla era trapelato. Tra le questioni poste si cita il «passaggio infelice» (sopra riportato) con cui si liquida la vocazione che tante donne sentono, una via ritenuta ovviamente accettabile per gli uomini che entrano in seminario.

Non poteva mancare Andrea Grillo, il quale torna a scagliarsi sulla questione della «riserva maschile», sostenuta dal magistero, che la ritiene garante della salvezza del popolo di Dio, e che una sua alterazione comprometterebbe. Sceglie così di ripercorrerne le tracce, a partire da Inter Insignores del 1976, che darebbe origine alla riflessione sulla mascolinità sacramentale, fondandosi su una errata interpretazione di un testo di Tommaso d’Aquino. A seguire Mulieris Dignitatem del 1988 che lega l’istituzione dell’eucarestia con l’istituzione dei Dodici apostoli maschi, basata su un’argomentazione debole e approssimativa. Per concludere con Ordinatio sacerdotalis del 1994, che anche noi del foglio abbiamo commentato nei mesi scorsi. La conclusione del documento è perentoria: «la paura fa perdere il controllo […] segno dei tempi. Di una teologia troppo piccola e di una arroganza troppo grande».

Il Coordinamento delle Teologhe Italiane rileva a sua volta l’«ossessione sulla maschilità, peggiorata dalla nuzialità nonché dalla somiglianza naturale, caduti già nell’Ordinatio sacerdotalis del 1994», come l’articolo spiega puntualmente. Che il commento risulti giustamente piccato emerge quando si ricorda come i membri della Commissione dovrebbero essere colti, giacché «dicono d’aver consultato molti studi». Che poi le conclusioni siano arbitrarie è umano troppo umano, oltre che naturalmente ecclesiale.

Zeno Carra in SettimanaNews sostiene come l’apertura alle donne non può essere semplicemente una questione di rivendicazione femminile, in quanto si tratta del bene ecclesiale: «per non privare la vita della chiesa di ciò che molte donne ad essa possono dare nella forma del ministero ordinato». E solo per fare un esempio, cita la predicazione nella liturgia. L’ampia disamina biasima in particolare il principio del «si è sempre fatto così» o del «non ci risulta mai successo», che oblierebbe dati storici inconfutabili. I «sempre» e i «mai» esibiti mostrerebbero di fatto la presenza di «muri di gomma» in luogo dei più auspicabili «interlocutori» con cui si vorrebbe dialogare.

Anne Soupa, pur dichiarandosi non favorevole al diaconato femminile, sostiene perentoria: «il Vaticano mostra una goffaggine e un’arroganza molto clericali». E motiva il suo scarso interesse per la questione affermando che non si tratta di aprire il ministero ordinato alle donne, quanto di ripensarlo completamente. La sua crisi è evidente a chiunque, oltre a essere «abusante» per il fatto di «strumentalizzare la volontà divina», facendolo discendere dalla volontà di Cristo. Una lettura sacralizzata che gli scandali ribadiscono e che non potrebbe che risultare controproducente anche per le donne. Infine il celibato non farebbe che accentuarne la distorsione.

Stefano Sodaro torna sulla questione della mascolinità, tacciando come eretica la tesi che parlerebbe della maschilità del Cristo risorto. La commissione trasformerebbe quindi un dato storico (l’umanità di Gesù) in un principio dogmatico (il Risorto è maschio), con la conseguenza che la salvezza portata da Cristo sarebbe mediata dall’assunzione di un genere e non dalla sua umanità.

Apparentemente ai margini del dibattito, mi sembra utile richiamare anche l’intervento di Umberto Del Giudice, il quale si rifà a un post di don Manuel Belli, nel quale si evidenziava la scarsa rilevanza attribuita alla competenza teologica nel mondo ecclesiale. Di tale sentire il pezzo offre un’ampia disamina, evidenziando le cause a partire dalla mancata ricezione del Concilio Vaticano II. Un contesto che vede il magistero assumere il ruolo di dispositivo di sorveglianza, disinteressato a valorizzare la più proficua logica del confronto e del discernimento, mentre per contro la base ecclesiale appare arroccata su poche certezze, dogmaticistiche o spiritualizzanti. Da un tale quadro la teologia viene conseguentemente percepita come un sapere inutile, già che il Catechismo offrirebbe tutto il necessario per la gran parte di parroci e fedeli, a dispetto dell’indole normativa e non dialogica, inadatte ad affrontare le complessità dell’oggi. Infine, in tale rifiuto della teologia (ovvero dell’intelligenza della fede), si finisce col perdere la dimensione logica e razionale della fede, di una fede che smette di dialogare con la società e con le sue stesse esigenze. Perché senza la teologia, la fede resta intrappolata in un dogma immobile, incapace di crescere e maturare.

Ultimo ma non ultimo, per evitare la disperazione, lascio ai lettori la visione positiva del decano Severino Dianich, il quale appare ottimista del fatto che fra un paio di decenni le donne presiederanno certamente l’eucarestia: a dispetto dei tanti blocchi, fa infatti notare come se ne continui a parlare. E questo perché nella Scrittura non vi sono fondamenti sufficienti per impedire l’ordinazione di donne, oltre al fatto che la costituzione conciliare sulla sacra liturgia si fondava anche sulla persuasione che il popolo di Dio avrebbe preso coscienza della sua dignità battesimale, prendendo di conseguenza la parola. Un fatto, questo, che non si sarebbe ancora realizzato, oltre a mancare la rappresentatività femminile. Tutto quello che al momento vediamo persevera invece in un modello fondato sulla disuguaglianza, ovvero su un’impostazione preconciliare.

E con le parole dell’ecclesiologo Dianich anche io mi congedo da questo stimolante dibattito, a mia volta persuasa che l’ultima parola è lungi dall’esser pronunciata e che… dai frutti li riconosceremo.