Vangelo della XI domenica: Mt 9,36-10,8

Abbiamo già ampiamente trattato, sia nel foglio cartaceo che nel blog [L’invenzione dei 12 apostoli del 14 agosto 2024], la faccenda dei dodici, una creazione post-pasquale che non esisteva nel ministero storico di Gesù [anche se ivi è stata retrodatata per conferire loro una grande autorità, a partire da «primo, Simone chiamato Pietro» (solo nell’odierno Mt 10,2)]. Si era resa necessaria una direzione centrale onde assicurare l’unità della chiesa, dati i numerosi “battitori liberi” e predicatori naïve biasimati sarcasticamente da Paolo nella 2Corinti (li definisce ironicamente super-apostoli in 11,5 e 12,11).

Furono costituiti originariamente con Taddeo e Giuda di Giacomo, senza l’Iscariota (anche perché era già morto); questo per rispondere all’obiezione in sé corretta che suona: se fosse una invenzione posteriore non sarebbero stati così ingenui e autolesionisti da inserirvi il traditore.

Il fantasioso Giuda-Taddeo. L’Iscariota è stato inserito idealmente e artificiosamente parecchio più tardi fra i 12 (numero sacro che tale doveva rimanere) onde poterlo sostituire (in quanto defunto) con un rappresentante della “opposizione”. Una comunità dissidente (ad es. Emmaus: la tensione la si nota alla fine in Lc 24,34) avrà chiesto un proprio portavoce nella direzione proponendo due candidati, con la designazione poi sorteggiata di Mattia in Atti 1,16-26; tuttavia il primo capitolo degli Atti è “matematicamente” extra e post-lucano, coi suoi 7 hapax, cioè parole inesistenti nel resto del NT e pure negli scrittori greci prima dell’era cristiana.

Nella sostituzione però hanno pasticciato perché in Mt e Mc 3,18 avviene a scapito dell’altro Giuda (rimane Taddeo). In Luca 6,15s invece, e in Atti 1,13, avviene a scapito di Taddeo (resta l’altro Giuda). La tradizione se n’è accorta e ha risolto la contraddizione identificandoli fantasiosamente in San Giuda Taddeo: ma in Mt 10,3 in parecchi manoscritti si dice Lebbeo soprannominato Taddeo, o Taddeo soprannominato Lebbeo, per cui Giuda e Taddeo non sono la stessa persona.

La Festa di san Giuda-Taddeo si celebra a fine ottobre, ad es. nel santuario di Racconigi nel cuneese (ma diocesi di Torino): in pompa magna col santo ritenuto cugino (parente tramite Giuseppe) di Gesù, e quindi addirittura lo sposo delle nozze di Cana!

Chi era Levi? Ma oggi ci vogliamo soffermare sulla chiamata di Levi, saltata domenica scorsa per le letture del Corpus Domini: in 9,9 si dice semplicemente «Matteo seduto al banco delle imposte» (solo il Sinaitico precisa “detto Levi”: ma può essere l’aggiunta di un copista “scrupoloso” quando ormai si era consolidata nella tradizione l’identificazione Levi=Matteo).Tuttavia Matteo non lo chiama mai Levi, neanche nel vangelo di oggi.

Ma tradizionalmente si ritiene che Levi fosse appunto l’apostolo Matteo: può essere, ma nel testo odierno di Mt 10,3 leggiamo (nei manoscritti non c’è la punteggiatura): «Tommaso e Matteo il pubblicano Giacomo di Alfeo». Dove mettiamo la virgola? Se dopo «il pubblicano» è Matteo, ma se la poniamo prima il pubblicano risulta essere Giacomo di Alfeo.

In Mc 2,14 leggiamo Levi di Alfeo, e ci sono altre attestazioni che sembrano legarlo a Giacomo di Alfeo: potrebbe quindi anche essere quest’ultimo, ma non è rilevante poiché la sostanza non cambia.

Di gran lunga più importante è che Levi, chiunque egli sia, fosse un discepolo ex esattore delle tasse che quindi (almeno lui) sapeva scrivere. È fondamentale per i detti nudi e crudi della fonte Q.

Due generi letterari diversi. A quel tempo si davano due generi letterari del tutto differenti: una cosa molto strana per noi. Un conto erano racconti di fatti, un conto una raccolta di detti. Il vangelo di Marco appartiene alla prima categoria: certo in esso Gesù parla, non può rimanere muto, ma non ci sono ampi discorsi (manca incredibilmente quello della montagna): l’unico grande discorso è quello escatologico (c. 13) ma è un’aggiunta postuma di una tradizione giudeo-cristiana particolarmente interessata all’apocalittica finale terroristica. E ci sono appena un paio di parabolette: il granello di senape preceduta da quella breve del seme che cresce da solo senza intoppi (solo questa è di Gesù, solo questa era presente nel Marco originario in 4,26-29; quella grande del seminatore è un ampliamento posteriore, che vedremo nelle domeniche di luglio).

La fonte Q è invece un insieme di un centinaio di detti, circa 230 versetti (più di 300 righe, un quarto del vangelo di Marco − escludendo la passione), tutti diversi fra loro (come quelli altrettanto secchi del vangelo copto di Tommaso), impossibili da ricordare a memoria (Lc e Mt hanno svolto l’encomiabile compito di fondere Mc con Q, come Gv ha amalgamato i fatti-segni coi cosiddetti “discorsi di rivelazione”, Offenbarungsrede).

Chi ha stenografato? Mi ha colpito l’affermazione di Papia di Gerapoli, trasmessaci nella citazione che ne fa Eusebio di Cesarea nella storia ecclesiastica, secondo cui Matteo ha scritto i loghia (detti, parole, discorsi) di Gesù. Per entrambi Matteo e Levi erano ormai già identificati nella stessa persona dalla tradizione, anche se dubbia: Mc 2,13-17 e Lc 5,27-32 narrano sì la chiamata di Levi, ma senza dire che è l’apostolo Matteo, e nell’elenco dei 12 nominano sì Matteo ma senza precisare che si tratta dell’ex-pubblicano (Levi).

Ma decisiva risulta la sostanza: è assai probabile che Levi il pubblicano, chiunque sia, abbia preso appunti quasi stenografando i detti nudi e crudi senza contesto. Ciò significa che tali detti sono stati trascritti quasi in diretta o in semi-diretta alla fine della giornata come un diario volante, e quindi siano molto attendibili nella loro fedeltà, a parte le inevitabili aggiunte postume non sempre felici.

Ben due esempi infelici si trovano nel vangelo odierno. Nel finale possono essere parole di Gesu solo il guarire i malati (ma non i lebbrosi) e lo scacciare i demoni. Infatti Luca ci ha trasmesso in tal senso con fedeltà il detto originario della fonte Q: Matteo invece ha aggiunto la purificazione dei lebbrosi e soprattutto la resurrezione dei morti (tipicamente sua come i santi morti che escono dai sepolcri alla morte di Gesù). Ma Cristo non ha mai conferito ai suoi discepoli il potere di resuscitare i morti (e comunque nessun discepolo ha mai guarito “miracolosamente dalla lebbra”, ma solo con gli antibiotici contro il bacillo di Hansen, come il fervente cristiano Raoul Follereau).

Infelice pure la posizione sovranista in Mt 10,5s: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani, ma rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (ribadita coi cagnolini in 15,22-28), che in questa forma cosi perentoria non può essere di Gesù. Essa potrebbe tuttavia riecheggiare qualche sua parola al riguardo, nel senso che all’inizio Gesù ha sperato di riunire in primis tutto Israele nella fusione tra antica e nuova alleanza nel suo nome. Ma è un sogno che si è infranto ben presto a causa del rifiuto dei capi ebrei. L’iniziale parziale “sovranismo” israelitico non è l’ultima parola di Gesù.

Appendice tecnica

Per non creare un confusione tra i lettori, chiamo Levi, chiunque egli sia, lo “stenografo” dei detti della fonte Q in aramaico. Chiamo Matteo l’evangelista scrittore ultimo redattore del vangelo, chiunque egli sia: non necessariamente l’apostolo, anzi è assai improbabile che tale galileo sapesse scrivere in greco con infarinature di latino. Ben tre volte in Mt 27,65s e 28,11 per «guardia» si usa il latinismo koustôdia, che in greco non esisteva, ma è una pura traslitterazione del latino custodia, una voce italica che nel primo passo giustamente viene attribuita al romano Pilato.

Per l’apostolo Matteo solo l’aramaico galilaico era la lingua-dialetto corrente della propria famiglia e ambiente, mentre il greco (e il latino) erano appresi tramite lo studio, e non acquisiti spontaneamente e naturalmente come lingua materna naturale.

In parole povere, per essere evangelisti bisognava aver studiato; per questo è da escludere che il pescatore Giovanni di Zebedeo sia l’autore del raffinato quarto vangelo (fra l’altro non è lui neppure il discepolo che Gesù amava).

E con Matteo II intendo le tradizioni giudeo-cristiane più conservatrici e reazionarie (come quelle viste sopra) all’interno delle comunità matteane accolte con imparzialità (ma forse obtorto collo) nel vangelo dall’autore finale.

Così ho fatto anche col Luca II, ossia le tradizioni interne e specifiche del solo Luca. Ma le due sono agli antipodi: il Matteo II è reazionario-sovranista fautore del Dio terribile del giudizio (le parabole solo nel suo vangelo della zizzania, servo spietato, dieci vergini…).

Nel Luca II abbiamo invece le parabole della misericordia e del buon samaritano, con un universale Dio della Grazia, il padre del prodigo. Lo scontro fra le due concezioni non si è insinuato solo nel Primo Testamento, ma pure nel Secondo.

Niente di nuovo sotto il sole: è avvenuto e avviene nell’ebraismo degenerato in sionismo (alla Netanyahu), negli attuali sovranismi cattolici, sia in Italia («prima le pecore della casa di Israele» non è molto diverso da «prima gli italiani») sia negli Usa di Trump e soci, che citano sì l’AT, ma grazie a Dio non hanno dimestichezza col vangelo di Matteo (con l’apocalisse e altri passi neotestamentari in cui ricorre purtroppo la violenza di Dio).