Questo scambio di mail tra i due interlocutori, un redattore e un amico della redazione, parte dalla lettura critica dell’articolo di Pier Luigi Quaregna (che trovate qui) da parte di Enrico Peyretti. Ne è seguita una discussione. Conclude lo scambio un terzo interlocutore.
1.
L’esperienza e testimonianza di Artem Chapeye sono serie e rispettabili. Anche Gandhi le capirebbe e rispetterebbe (lo ha scritto), ma entro limiti che escludono qualunque organizzazione armata e disponibilità preventiva ad uccidere. Eppure, il pacifismo autentico e coerente non è “faccio meno guerra possibile”, ma è “la guerra deve scomparire dall’esperienza umana”, come l’omicidio. Omicidi ne avvengono, ma sono fuori e contro le regole umane e il senso della convivenza. Così deve essere della guerra, che è infinitamente più offensiva di qualunque omicidio, e più degradante e multi-rovinosa, a danno di tutto il sistema umano come dell’ambiente fisico e psicologico di vita, più di qualunque peggiore omicidio. La risposta alla guerra di offesa con la guerra di difesa, è conferma della guerra. L’antico vim vi repellere licet, ovvero “alla violenza si risponde con la violenza” (Trump, 27 giugno), va negato in radice. La violenza non si riduce e non si vince con la violenza. Si dirà: la difesa della vita e della libertà, come dice Artem Chapeye, e lo ascoltiamo con rispetto, ma non ha ragione. Io non so ora se saprei dire e fare meglio di lui, nelle sue circostanze, ma so che la guerra − organizzazione dell’omicidio in enorme quantità − non è difesa e non è libertà né dignità. Il soldato che torna a casa libero perché ha ucciso uomini come lui, non è libero, non ha vinto la guerra: la guerra assassina ha vinto su di lui. Lo sanno schiere di soldati di coscienza rimasta sana, dopo aver fatto la guerra. Tutti noi ne abbiamo conosciuti. Potrei raccontare. La guerra va abolita, va abolita la pensabilità, l’organizzazione, il finanziamento, l’arruolamento di uomini (usati come strumenti, contro il principio essenziale della morale, insegna Kant). E come si fa ad abolire la guerra? Come si abolisce il cancro e l’Alzheimer? Primo si vuole, poi si studia molto, poi si rimuovono le cause quanto più possibile. Cominciamo. Ci sono vere esperienze iniziali, di valore, se si vuole conoscerle. Oggi poi la guerra uccide non chi minaccia noi, ma tutti gli innocenti che sono attorno a lui. I governanti sono ignoranti, o peggio: non difendono la vita di nessuno, ma il loro potere e il profitto militare. Sono i maggiori nemici dei popoli: non gli facciamo la guerra, ma quella lotta disarmata e civile e sapiente che è la democrazia, il governo dell’umanità per l’umanità. Quando aboliremo la guerra? Un giorno che comincia ora, per opera nostra. E come ci difenderemo dalla guerra senza la guerra? Studia la storia, quella non reclamizzata, e lo scopri. Coraggio, aiutiamoci.
E.P.
2.
Secondo il tuo pensiero, che cosa avrebbe dovuto fare il popolo ucraino di fronte alla massiccia invasione russa?
V.B.
3.
Non ha saputo fare altro che la guerra, per difendersi. Il fatto è che gli stati, anche il nostro, sono ancora barbari e primitivi: non sanno fare altro, e non imparano: difendono la vita e i diritti umani con la guerra, che ne è l’antitesi. Ma è la ricchezza dei peggiori. Bobbio: “La guerra è l’antitesi del diritto”. La politica moderna non è arrivata ad imparare la difesa umana, nonviolenta, non armata, nonostante profeti e maestri antichi e recenti, che l’hanno praticata con successo superiore alle armi. È possibile perché è anche storia (cfr. mio blog e molto altro). L’umanità non è abbandonata, non è sola, imparerà, ma intanto sbaglia, deraglia, offende e soffre. Speriamo e facciamo che non arrivi a suicidarsi! A noi tocca ricordare e tendere, costruire. Intelligenza è guardare dentro (intus) e oltre, non qui. La vita evolve se la viviamo a fondo. Si tratta di rendere vera questa realtà dominante, che non è vera.
E.P.
4.
Grazie, è bello quando un dibattito si accende, ci si arricchisce sempre. Io voglio solo aggiungere, chiarire la mia posizione. Sono sempre stato un pacifista anch’io, ma da ingegnere, anche una persona pratica, abituato a dover risolvere i problemi, ogni giorno, con la mia etica, naturalmente!
Traendo spunto dall’articolo di Quaregna, io non cercavo l’analisi delle cause, le motivazioni, le ragioni o i torti, di questo complesso argomento. Semplicemente chiedevo e chiedo: se ciascuno di voi si fosse trovato lì in Ucraina il giorno dell’invasione bellica russa (invasione, è innegabile!) che cosa avrebbe fatto? Quel giorno lì, pensate che il contadino, il cittadino, il soldato ucraino si sarebbe messo a soppesare i torti di Putin o della Nato?
C’era una dichiarata intenzione di Putin di prendere Kiev in tre giorni e di sovvertire il governo, un governo sovrano eletto dal popolo. La mia domanda al pacifismo assoluto (non c’è alcuna polemica, bensì interesse!): che cosa avrebbe potuto fare il popolo ucraino di diverso dall’opporsi a Putin e combatterlo? I carri armati erano lì e sparavano! Bisognava pur agire, fare qualcosa! Ma cosa concretamente? Era questa la mia domanda. E, per onestà, do anche la mia risposta. Se io fossi stato lì e ne avessi avuto le capacità, avrei combattuto contro Putin.
V.B.
5.
La domanda è seria: cosa potevano fare gli ucraini davanti all’aggressione russa, se non la guerra? L’abbiamo presa sul serio, con diverse mentalità (per fortuna diverse). Il problema “pratico” si presenta per primo, urgente, esige pronta risposta, giustamente. E la risposta dipende da altri punti non “pratici”, ma precedenti, non immediati, che però sono quelli decisivi, più dell’urgenza “pratica”. Un esempio grossolano: un impresario antico ha bisogno urgente di lavoratori. Cosa fa? Compra schiavi. Un impresario moderno, dell’età dei diritti, con la stessa urgenza, assume dipendenti regolari. La scelta pratica dipende tutta dalla mentalità, cultura, sensibilità morale, educazione, sistema sociale, speranza del meglio. Se, davanti alla guerra aggressiva, penso e conosco soltanto la difesa bellica, è perché non ho finora conosciuto, imparato, preparato, cercato, desiderato, immaginato, altra difesa che questa. Non è una necessità fisica assoluta: è solo il limite della mia conoscenza. Perciò, prima e sopra e più della pratica vale la cultura, la morale sviluppata, la sensibilità ai valori in gioco, l’immaginazione inventiva, il desiderio di migliore evoluzione umana, la fede nel bene, quella cosa disprezzata che è l’utopia (la madre della realtà), cioè l’intelligenza dell’oltre, che distingue l’uomo dalla macchina. Si può veramente dire: “La grammatica vale più della pratica”, perché la pratica sa o non sa come decidere: dipende dal sapere o ignorare. Leonardo fa delle macchine da guerra, ma Socrate gli chiede: chi siamo noi, che uso faremo delle macchine? Se davanti alla guerra so solo confermare la guerra come necessità, perché pigramente ho visto solo questo, è per mia ignoranza, mancanza di ricerca, di desiderio, di altre esperienze. La guerra c’è perché − tutti, Putin come noi − non conosciamo e non cerchiamo abbastanza veramente, la pace “disarmata e disarmante”. Ne sono convinto, e lo dirò fino alla morte (entro i 100 anni).
E.P.
6.
Grazie per la tua risposta, come al solito profonda e complessa. Non mi dici però esplicitamente quello che praticamente avrebbero potuto fare i cittadini ucraini, in alternativa a ciò che hanno fatto, cioè difendersi e combattere.
Mi permetti di ipotizzare un comportamento secondo il tuo pensiero? Avrebbero potuto alzare le mani, non intervenire con le armi, magari cercare di parlare con i soldati russi dei carri armati. Ma conosciamo la protervia e la determinazione di Putin e dei suoi accoliti (e le loro intenzioni) ed avremmo avuto come risultato un governo fantoccio sottomesso alla Russia (dittatura!!!). Tu vedi qualche altro scenario possibile e/o accettabile?
V.B.
7.
Uffa! L’ho detto. Il “praticamente” non c’è: se non c’è l’idea nuova, sei costretto dall’altro ad imitarlo, a fare come lui. La guerra, o è volontà omicida di potenza, o è servilismo passivo, accettare quel gioco mortale. È odio della vita: l’aggressore non vuole che tu viva, l’aggredito che sta al gioco, fa la stessa cosa. Se uccido chi mi offende, sono come lui. Non è solo respingere: è essere catturati. “Vedo molte ragioni per morire, non ne vedo una per uccidere” (Gandhi). Chi accetta, vivendo per gli altri, la condizione mortale, diventa libero, immortale, risorto, inviolabile. Gandhi, Gesù, tanti altri, anche umili e sconosciuti, “vincono” la guerra e la violenza perché non la fanno, non l’accettano, non la riproducono. È vero che puoi decidere questo per te, ma devi difendere un altro, aggredito. Ma arrivi troppo tardi, sei già catturato dal gioco mortale, se conosci solo la morte come difesa dalla morte. L’atto “pratico” o lo prepari, oppure non esiste: respingere l’arma con l’arma è l’essere costretti, vinti, assimilati all’aggressore mortifero: è servire la morte, come lui. Il militare è agente di morte: l’arma non sa fare altro. Uccidi chi viene per ucciderti? Ha vinto lui. Ti ha catturato. Ci sono altri modi per opporsi alla morte inflitta: o ti “armi” di questi modi vivi, vitali, nonviolenti, oppure sei sconfitto perché diventi come chi ti vuole uccidere (o dominare). Possibile che non lo vediamo? Confessiamo che non siamo capaci, che non ci abbiamo pensato davvero, che accettiamo di essere invitati al gioco della morte: e chi vince è la morte, non la difesa della vita. Chi vince la guerra, anche “di difesa”, è vinto: crede che la morte difenda la vita. Non per nulla, la sapienza (praeparatio mortis) è accettare la morte naturale, non illudersi di respingere la morte con la morte, moltiplicandola, da servi, non da liberi. Possiamo dovere persino uccidere, nel caso immediato (Gandhi, p. 69, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi), ma organizzare potentemente (esercito, riarmo) l’uccidere contro l’uccidere, è la sconfitta della vita e dell’umanità. Ditelo voi meglio di me. Chi dei due è vivo, in piazza Tien an Men: l’uomo o il carro armato? Comunque accada nel momento, “praticamente”. Ditelo voi meglio di me. Insegnatelo a me. Solo il paradosso è più vero e più pratico dell’opinione (doxa). C’è ora studio e iniziativa legislativa “pratica” per la difesa nonarmata e nonviolenta (azione nonviolenta: <redazione@nonviolenti.org>): partecipate e sostenetela voi meglio di me.
E.P.
8.
Chiudiamo qui. “Uffa” lo dico anch’io, con molto dolore, perché il popolo ucraino è, in carne ed ossa, e non solo in spirito, un popolo che si è trovato davanti a carri armati in quella certa ora della vita. Ha dovuto prendere una decisione “pratica”.
Io ero interessato alle alternative possibili, pratiche, perché si è carne ed ossa. Tutto qui. Chiudo e saluto tutti con l’affetto di uno che ama la pace, ma che vive anche nel concreto.
V.B.
9.
Mi intrometto e mi permetto di dire che in questo caso non c’è (come del resto non c’è mai nella vita reale, che è infinitamente più complessa) un bianco o un nero. In questo caso anche secondo me si dovevano cercare soluzioni che fossero alternative alla resa o alla guerra. Soluzioni alternative che non si sono − almeno per quanto io sappia − cercate. Secondo me si è invece − da ambo le parti − fatto appello alla retorica del “paese”, della “vittima”, della “forza”, della “resa”.
Mi domando perché chi tiene alla pace invece di chiedere ai pacifisti quali alternative realistiche ci siano alla guerra di difesa non ricerca dentro di sé (magari inutilmente, ovvio!) risposte a questa domanda e condividendo con gli interlocutori il percorso di ricerca.
Io sono sostenitrice del dialogo, del tentativo di comprendere le ragioni degli altri perché le soluzioni se si trovano sono il frutto di una complessa ricerca comune in cui l’espressione reciproca dei dubbi e l’affermazione dei diritti fondamentali per ogni parte in gioco è fondamentale. D’altra parte che cosa sono i colloqui di pace, o per tregua o armistizio se non questo? Chi di noi ricorda che i colloqui di pace per la guerra del Viet-Nam durarono 4 anni e mezzo (da maggio 1968 a gennaio 1973)?
Aggiungo che secondo me è sempre indispensabile cercare le radici dei conflitti, almeno quelle recenti, se si vuole educarsi alla pace.
P.M.






