Registro di classe 2023-24 / 4ª puntata
28 marzo
Un fallimento che va bene per tutti. Non ho ancora finito di fare l’appello, che in tre o quattro stanno già giocando ai videogiochi con lo smartphone. Ieri, infatti, ultimo giorno di scuola prima delle vacanze pasquali, c’era autogestione (o giornata dello studente: chiamiamola come vogliamo). Tutti a zonzo per i corridoi o al bar o in auditorium a ballare. Con tutto quello che sta capitando nel mondo, ogni giorno. Un esorcismo collettivo, dunque. I giovani chiedono di discutere − leggo sui giornali. So di un gruppo che ha discusso di ghosting, di un altro che voleva discutere attorno a un articolo di PPP, ma è abortito, di un gruppo che doveva parlare di fascismo (ma l’ha fatto? io non l’ho visto), di uno che parlava di astrofisica. Ma girando per la scuola si vedeva piuttosto: ping pong in classe, forse scacchi, e poi ballo con centinaia di persone ammassate in luoghi non consoni (purtroppo la pioggia ha dato una mano…), un paio di film, sempre gli stessi… (e forse neanche visti fino alla fine per insopportabilità fisica e problemi tecnici).
Mi chiedo chi ha “sbagliato”. Ci sarà una responsabilità per questo fallimento. Dei rappresentanti di istituto, vien da dire in prima battuta. Sì, probabilmente, ma non solo. Dei ragazzi (che ne hanno combinate parecchie su cui sorvolo)? Sì, ma non solo. Della dirigenza? Sì, certo, ma non solo. Certo, chi ha il coltello dalla parte del manico può indirizzare da una parte o dall’altra. Può spingere, non può imporre, ovviamente, visto che l’iniziativa è degli studenti. Ma credo occorra fare anche mea culpa per gli insegnanti. Non è possibile che non ci siano responsabilità anche di questa componente della scuola. Siamo persone che – spesso… − stanno coi ragazzi più di quanto ci stiano i loro genitori. Quale segno abbiamo lasciato in loro? Le sale insegnanti erano piene di insegnanti che correggevano… In fondo… E allargando il circolo, colpa anche ovviamente della società che sta intorno alla scuola, a cui questo obnubilamento, questa afasia, questa anestetizzazione va bene. Anzi benone.
Non una discussione sul tema mediorientale (lo avranno tutti affrontato in classe?), sull’Ucraina, sull’Europa (i quintini devono votare e se chiedi in una classe al massimo c’è uno o due ragazzi che sanno cos’è il Pnnr: tireranno i dadi nel momento di votare?), sulla transizione ecologica ecc. Forse tutti questi argomenti sono stati ampiamente trattati in orario curricolare? Mi permetto di dubitarne.
Il problema mi pare sia ampio e di difficile soluzione. Ma il sintomo è evidente. Il mondo va in fiamme, e noi (studenti, presidi, insegnati, operatori culturali, intellettuali…) balliamo. Balliamo e balliamo e sballiamo. Mi ci metto anche io (anche se non so ballare…). Sperando di non bruciare insieme al mondo. Magari ci va bene così?
Raccolgo due commenti. Il primo, di un collega, tocca il livello politico: «Da quando ministri, dirigenti e docenti (almeno 25 anni fa) hanno incominciato ad esser ossessionati dalla misurabilità statistica, dalla rendicontazione aziendale, dall’employability (mondo del lavoro e orientamento) e dalla digitalizzazione, gli studenti hanno perso una importante figura di riferimento: il “maestro”. Oggi i ragazzi hanno a che fare con facilitatori, orientatori, tutor, coach che semplicemente applicano protocolli stabiliti in altri luoghi e per ragioni che nulla hanno a che vedere con la trasmissione della conoscenza e la diffusione di modelli positivi per il bene dell’individuo e della società. Forse sarebbe più opportuno fare ciascuno un passo indietro, aprire le orecchie e ragionare sul senso della scuola oggi (posto che ve ne sia ancora uno), anziché accendere lanterne in pieno giorno per cercare i responsabili di una così pervicace deriva inter-generazionale…».
Una exallieva uscita da poco riflette lucidamente sulla sua esperienza: «Ho passato cinque anni in questa scuola, ho tanti bei ricordi dei tre che ho effettivamente passato sui banchi e lei e le sue lezioni sono tra questi. Con lei abbiamo parlato di politica, di medio oriente, di guerra e lo abbiamo spesso fatto usando come pretesto i programmi ministeriali. Purtroppo però non posso dire lo stesso di altri suoi colleghi per cui l’argomento della lezione in sé era più importante di quello che gli studenti capivano o di come a loro veniva spiegato determinato argomento. Lei mi ha insegnato tante cose, ma la più utile e vera è l’ideale dell’ostrica. Sono profondamente convinta che tanti suoi colleghi siano profondamente ancorati a questo scoglio che è il programma, sono convinti che parlare di cosa succeda oggi sia dannoso oltre che inutile. La maggior parte dei ragazzi che frequentano questa scuola non sono figli di manager, imprenditori, avvocati, medici, o “banalmente” persone laureate, non sono figli di persone che la sera a casa parlano di letteratura, arte, storia, cinema o “banalmente” guardano il tg. La maggior parte dei ragazzi che frequentano questa scuola ha come unico luogo di ritrovo la scuola stessa (e le panchine dei parchi in zona dove anche io come loro mi fumavo le canne). Se è la scuola il loro luogo di ritrovo, è compito di chi ci lavora garantirgli la realtà, l’oggi e il domani. È compito degli insegnanti delle scuole superiori parlare guerra e politica. Questo è il paese con meno laureati d’Europa perché nessuno ha fatto credere a questi ragazzi di essere in grado di andare all’università. Il fallimento è di chi dietro a una cattedra si rifiuta di parlare di attualità perché “non spetta a lui”. Il fallimento è di chi si aspetta una “richiesta da parte degli studenti” per parlare di attualità. L’autogestione (secondo me) dovrebbe essere una giornata di condivisione di idee, un momento in cui conoscere altri studenti e scoprire qualcosa di nuovo, ma affinché questo avvenga gli argomenti vanno affrontati e sviscerati durante le lezioni (altrimenti a cosa serve la scuola?). Gli studenti ballano perché evidentemente nessuno gli ha dato qualcosa di più interessante da fare. Gli studenti ballano perché i professori correggono i compiti durante l’autogestione. Perché vi aspettate che un ragazzino vi guardi negli occhi se voi guardate un foglio? Lavarsene le mani e dire “io ho fatto io il mio” è di fatto la banalità del nulla. Mi chiedo e vi chiedo sinceramente perché a 19 anni avete scelto di fare i professori? Eravate studenti e siete diventati professori, perché nel mentre non avete continuato a essere dalla parte degli studenti?».
5 aprile
Cessi e turche. Mario, un collega, per la seconda volta di quest’anno scolastico si è sentito male a scuola. Ha scritto una mail a tutti i colleghi e alla dirigenza in cui si chiede per quale motivo abbia dovuto andare a destra e a manca a elemosinare la chiave di un bagno chiuso nel luogo in cui lavora e in cui, a volte, vive (viviamo) anche 12 ore al giorno se ci sono attività o riunioni pomeridiane. Inoltre, nei bagni dei professori (il maschile è d’obbligo) sono presenti solo ed esclusivamente le turche (e se devi vomitare, che fai?). Non è previsto che un professore possa stare male a scuola: deve andare immediatamente a casa. Per questo Mario ha chiesto ufficialmente di ristrutturare i bagni del nostro Istituto, facendo collocare almeno una tazza nel bagno degli uomini.
Siamo uomini, non caporali. Per quanto nessuno di noi docenti maschi abbia da temere alcunché dai suoi colleghi, confesso che l’idea che mentre sono impegnato a svolgere le funzioni corporali un collega apra la porta non mi piace. Cosa che mi è successa, ovviamente.
A distanza di circa un mese la richiesta è stata ottemperata sostituendo una delle due turche del bagno dei docenti con una tazza. Purtroppo… la chiave rimane latitante, e con la tazza la cosa diventa ancora più “pericolosa”… Mi è venuta una volta la tentazione di portare via l’unica chiave esistente e andare in ferramenta a comprarla, data l’estrema difficoltà della scuola nel fare altrettanto. Un collega mi ha fermato in tempo, serio: «Per carità, non farlo! Ti denunciano! Noi non possiamo toccare nulla delle dotazioni della scuola, non possiamo aggiustare nulla! Una volta ho ricevuto una reprimenda perché ho provato ad aggiustare una tapparella! Ti prego: non farlo!». Va bene, continueremo a correre il rischio, sperando che sia libero il cesso con la chiave.
13 aprile
Aristotele e la cucina. Una allieva di quinta, dopo la verifica su alcuni racconti del Novecento italiano, in un cui avevo fatto una domanda sul rapporto tra letteratura e storia, mi chiede di approfondire un po’ perché non ha ben capito cosa doveva rispondere. Dato che avevo due ore consecutive le rispondo molto volentieri: e mi arrampico su un discorso che mi ha sempre affascinato, su cui ho anche letto un po’, su cui ho ragionato da tempo. Forse mi lascio prendere un po’ la mano, cito Aristotele, mi allargo oltre alla storia al rapporto tra letteratura e filosofia. Divago, come faccio spesso: il filo dentro la mia testa c’è, ma sapranno coglierlo quelli che ascoltano? Eppure non penso di dire cose incomprensibili, anche se so che non sono alla portata di tutti. Di Antonio, in prima fila, in particolare. Basta guardarlo per capire che non sta capendo niente. È insofferente. Sa bene che quel che sto dicendo… non è in programma e quindi non occorre stare particolarmente attenti. Uscendo lo avvicino e gli chiedo a bruciapelo: «Antonio, hai capito qualcosa?». Antonio, che è un bravo ragazzo, risponde: «No, prof. Mi sono perso, non ho capito niente». Lo immaginavo. Pochi giorni prima avevamo avuto il colloquio con la madre, preoccupata per l’Esame prossimo venturo. Fino a poco fa, in quarta, le è sempre stata molto dietro (una volta per scherzo, ma fino a un certo punto, gli ho detto per un tema fatto a casa: «Tua madre scrive molto bene!»). È una signora in gamba e simpatica. Ci chiediamo insieme se Antonio abbia qualche interesse, una passione davvero sua. La madre racconta che da qualche tempo Antonio si “diverte” in cucina a preparare le cose per loro, i genitori. Lo fa con gusto, non solo per dovere. L’occasione è ghiotta per scambiare qualche parola con Antonio, con cui è difficile avere una vera e propria conversazione. In un certo senso sembra ancora “infantile”, anche nell’aspetto fisico, non fosse per un velo di barba. «Ho iniziato semplicemente cucinando quando tornavo a casa da scuola. Conosco gente che quando torna a casa dice: “Che balle, devo cucinare”, mentre io lo vedo come un passatempo». «Bene, ho scoperto un aspetto del tuo modo di essere che non conoscevo!». In casi come questo, ti chiedi se la richiesta forse troppo alta che viene dalla famiglia non abbia impedito al ragazzo di essere sé stesso, di potersi sperimentare in qualcosa di più consono alle sue attitudini. Ma quali? Forse sarebbe servito un riorientamento in prima (vietato dal covid…)? Chi lo può dire. Intanto la meta è una sola: prendere il diploma, poi si (se la) vedrà.






