Sabato 31 maggio si è svolto a Torino presso il Sermig il convegno «Un arcobaleno prima della tempesta» organizzato dal Tavolo interassociativo coordinato da Salvatore Passari. Qui il link al convegno. Pubblichiamo la relazione tenuta da Roberto Mancini, dell’Università di Macerata, dal titolo originale «Fonti e percorsi della nonviolenza oggi»
I processi di costruzione della guerra e il clima ideologico prevalente tendono a spegnere il pensiero e la parola, inducendo paura e rassegnazione. Vengono così a mancare la distanza critica e lo spazio concettuale per articolare una risposta culturale, sociale e politica che disinneschi questo dispositivo geobellico sempre più stringente. Vorrei mostrare dove possa radicarsi la svolta esistenziale e culturale, sociale e politica, che porta alla “nonviolenza”, per ora intesa come il percorso che si apre a chi sceglie di coltivare la pace con mezzi di pace. Quella che provvisoriamente chiamerò nonviolenza non può avere solo una fondazione teorico-argomentativa, ma deve attingere a una Fonte di trasformazione del modo d’essere di persone e comunità.
Pensare fuori codice
Il confronto tra le possibilità della pace e la presunta necessità della guerra ha il valore di una parabola, che rispecchia il tipo di persona che siamo e il tipo di atteggiamento esistenziale a cui abbiamo aderito. Il campo di tensione tra le due tendenze è lo stesso della contraddizione tra umanizzazione e degrado antropologico. La frontiera passa per ciascuno di noi.
Il primo passo per questo percorso sta nel pensare fuori codice, evadendo dalla gabbia concettuale di quel codice della separazione che abitualmente nella cultura corrente fa da navigatore interiore e divide la realtà in polarità contrapposte: trascendenza/immanenza, verticale/orizzontale, morale/politica, etica dell’intenzione/etica della responsabilità per gli effetti, fini/mezzi, teoria/prassi, pensiero/esistenza. Entro la gabbia del sistema di separazione la pace resta impensabile. Diventa concepibile per chi riconosce che nel suo nucleo più profondo la realtà è comunione, una correlazione universale di relazioni e di esseri viventi, e per chi tende all’integrità nel modo d’essere. Si noti: separazione o comunione, scissione o integrità non sono oggetti del pensiero, sono chiavi, tipi di luce, ispirazioni del modo di pensare. Si tratta di spostarsi per arrivare a pensare secondo la comunione.
Il più importante atteggiamento del pensare per scissioni sta nel ridurre la verità a un oggetto della percezione o del pensiero, a un concetto o a una dottrina che dia la spiegazione totale della realtà, oppure a un fatto o a una somma di fatti, senza aprirsi a comprendere che la verità è soggetto, ha una sua autonomia e libertà ed è interlocutrice fondativa e permanente degli esseri umani e della condizione di tutti gli esseri viventi. La differenza di fondo qui è tra una concezione oggettivante della verità, da un lato, e una concezione che inerisce a un’esperienza relazionale della verità. Lo spazio di sensatezza della nonviolenza si schiude quando siamo disposti a riconoscere che c’è un’interlocutrice dell’esistenza che può ispirarci, che è fonte e misura dell’autenticità di ogni cosa e che è destinazione della storia.
Tutte le esperienze storiche della novità per cui persone e comunità scelgono la nonviolenza (Gesù e i seguaci del vangelo, Francesco d’Assisi, la vicenda di Gandhi e della nonviolenza in Sud-Africa e in India e così via) ed essa diviene non solo una prospettiva spirituale ed etico-politica, e comunque non una mera tecnica, ma una forma di vita, attestano che tale novità si realizza grazie all’adesione a una Fonte d’amore antecedente e di bene comunicativo.
La Fonte costituisce il mediatore universale. L’amore si manifesta in tre modalità fondamentali: la generatività, la cura e l’armonizzazione. Non è anzitutto e soltanto emozione, sentimento o passione; è adesione all’essere dell’altro da sé, adesione a una comunione nascente. Tanto è autoreferenziale il potere, quanto è transitivo e generoso l’amore. Noi sperimentiamo l’amore, spesso inconsapevolmente, come mediatore universale che si traduce nel rispetto, nella libertà e nella responsabilità, nella fiducia, nella compassione, nella gratitudine, nella misericordia, nell’unione, nella solidarietà, nell’educazione e in tutte le attività e relazioni di cura, nell’arte e nella creatività poetica, nella conoscenza, nella sollecitudine per il bene comune, nella costruzione di istituzioni veramente pacifiche e democratiche, nella giustizia riparativa e risanatrice, dunque anche nella capacità di vivere con nonviolenza i conflitti e di attraversali.
L’amore è un mediatore originario e supremo, eppure è delicato, fragile, deperibile, pervertibile. Non perché sia strutturalmente ambiguo, ma perché cresce e si dispiega grazie alla libera adesione dei viventi. E questo è dovuto al fatto ontologico per cui l’amore vive sempre nella relazione, che può essere confermata o elusa e tradita. Quando l’amore viene misconosciuto o pervertito, allora s’instaura il potere come mediatore universale, nelle sue varie versioni (fisico, militare, religioso, politico, economico, tecnocratico, ideologico, di genere, generazionale). Il potere è l’implosione nell’autocentramento, è amore andato a male.
Ragioni della nonviolenza
La fondazione argomentativa della nonviolenza è anzitutto critica, implica lo “sfondamento” (Durchbruch: Jaspers) degli argomenti ricorrenti di legittimazione della guerra. I due principali e sempre riproposti sono: I. il rimando alla “natura umana” originariamente malvagia, mentre va riaffermato che l’essere umano è in un divenire aperto, tendente all’umanizzazione oppure alla disumanizzazione; II. la configurazione della guerra come un evento, un duello tra una parte buona e una cattiva, mentre bisogna portare alla luce la natura della guerra come organizzazione della morte di massa senza limitazione e il suo essere un processo preparato gradualmente, dunque smontabile e prevenibile.
Entro queste coordinate, le fondazioni della cultura della pace possono essere metafisiche, religiose, etiche, ecologiche e possono risalire al nucleo di bene comunicativo che inerisce alla vita universale. In ogni caso le fondazioni argomentative devono assumere il criterio della coerenza tra mezzi, elementi mediatori, fonti e fini nella considerazione del processo di formazione dell’identità delle persone e delle comunità.
L’adesione alla forza dell’amore si esprime come passione per il bene comune e deve trovare diverse forme di soggettività. Esse sono le persone corali, le comunità locali trasformative, i movimenti anticipativi e le istituzioni eticamente orientate.
Non ci si può fermare ai gesti simbolici − benché talvolta possano avere la loro forza − e tanto meno alle azioni apparenti, che non hanno fecondità, ma bisogna avviare e promuovere processi trasformativi.
Quando la possibilità di un apprendimento collettivo trasformativo non rientra in un ambito prossimale di esperienza accessibile finisce per mutarsi in una condizione di impotenza appresa e cristallizza la convinzione di essere impotenti nell’incidere sulla storia comune. Questo è il pericolo maggiore.
Percorsi possibili
Bisogna portare idee, esperienze, esempi, apertura di percorsi collettivi nello spazio prossimale di apprendimento delle persone. Occorre seminare il principio attivo della pace lì dove le persone maturano i loro legami e il loro orientamento vitale. Per i singoli questo coinvolge i normali processi educativi in famiglia, a scuola, nelle associazioni del territorio, nell’università.
Tipologia delle azioni feconde:
– informare e motivare, mostrando le alternative rispetto alla visione assolutizzata e fatalistica di chi crede che quella bellica l’unica opzione;
– educare nella pace
– rigenerare il tessuto comunitario della vita quotidiana a partire dalle scelte di accoglienza e ri-cittadinanza;
– risanare le parole collettive e diffonderle;
– democratizzare la vita collettiva;
– esercitare pressione politica: Comitati per la pace convergenti in un movimento per la pace nazionale ed europeo.
Se l’amore è indistruttibile, se mai l’umanità è stata cancellata, se il bene persiste malgrado le aggressioni del male, allora non c’è spazio per disperare, ma c’è tutto lo spazio per fare la propria parte.
Papa Francesco: (Laudato si’, n. 205): «Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura la bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori».
Chi agisce in questo spirito e interiorizza la nonviolenza come forma di esistenza sperimenta che è possibile togliere alla morte il suo presunto potere supremo, poiché gli atti di vita e di amore che esprime prevalgono su ogni distruzione. L’amore resta e, con esso, la presenza profonda di chi lo ha comunicato. Perciò, anche quando una persona muore, la sua morte non è definitiva, poiché non lascia la vita, ma lascia vita agli altri, rafforzando il concreto mistero di una comunione da cui nessuno è escluso e grazie a cui nessuno è annientato. L’interiorizzazione della perdita di senso e di potere della morte conferma che non vale a nulla dare la morte a qualcuno, un atto insieme tragico, futile e assurdo. Se viene minata la credenza nella morte come se questa fosse la verità ultima e la padrona della vita, allora un’intera società può imparare a dismettere la credenza nella violenza e nel potere.
Roberto Mancini





