Che il percorso dei referendum si presentasse arduo lo si era capito nello scorso gennaio, quando la Corte Costituzionale aveva ritenuto inammissibile il quesito referendario sull’autonomia differenziata. Una consultazione che avesse avuto per oggetto quella materia – di alto rilievo per il funzionamento dello stato e tra le priorità programmatiche di questo governo – avrebbe mobilitato l’opinione pubblica e avrebbe fatto da traino al confronto/scontro sugli altri quesiti. Venuta meno quella locomotiva, gli altri vagoni – che ormai erano stati messi sui binari – sono andati avanti come hanno potuto, ma era facile prevedere che la spinta non sarebbe bastata a portarli a destinazione.

Se si guarda alle percentuali, il fatto che quasi sette italiani su dieci abbiano disertato le urne è una sconfitta per i promotori: che sono comunque in buona compagnia, visto che è la decima volta che una tornata referendaria fallisce per il mancato raggiungimento del quorum (un esito cui è andata incontro la maggior parte dei referendum sinora tenutisi nel nostro paese!).

Se si guarda invece al numero dei voti espressi, gli oltre dodici milioni di “sì” registrati dai quattro quesiti sul lavoro corrispondono pressappoco a quelli ottenuti dal cosiddetto “campo largo” nelle ultime consultazioni elettorali (12 milioni e 112mila nelle Europee 2019, 12 milioni e 895mila nelle Politiche 2022, 11 milioni e 680 mila nelle Europee 2024 – comprendendo in quest’ultimo caso anche il mezzo milione di voti di Pace Terra Dignità).

Ovviamente non si tratta di una corrispondenza puntuale: è probabile che sia venuto meno il voto di alcuni moderati/riformisti/centristi, rimpiazzato da quello di qualche ex astensionista. Ma è abbastanza evidente che non si è riusciti a portare alle urne una parte significativa né dell’elettorato di centrodestra (che rappresenta ormai un blocco assai consolidato), né della vastissima area dell’astensione: un’area sempre più sfiduciata, sempre più distante da qualsiasi forma di partecipazione politica e sempre più oscillante tra qualunquismo e indifferenza.

Così quegli oltre dodici milioni di “sì” rimarranno ininfluenti. E poco importa che equivalgano anche ai voti raccolti dai quattro partiti della coalizione di centrodestra nelle elezioni politiche del 2022 (12 milioni e 299 mila), grazie ai quali – complice il Rosatellum − quella coalizione si è accaparrati il 60% dei seggi in parlamento. Ora qualcuno propone che si modifichi il quorum, ricordando che l’art. 75 della Costituzione venne redatto in tempi in cui votava la stragrande maggioranza degli italiani: ma è certo che non se ne farà nulla, perché agli attuali governanti non par vero che il principale strumento della democrazia diretta si sia – grazie al cielo − trasformato in un’arma spuntata.

Nondimeno, si tratta di un tema che le opposizioni non dovrebbero lasciare cadere: mentre da parte loro una riflessione si impone sull’esito del referendum che avrebbe consentito ai residenti regolari di presentare dopo cinque anni la richiesta di cittadinanza. Su questo punto − tra coloro che hanno sostenuto i referendum della Cgil − oltre tre milioni hanno votato “no”.

Evidentemente, soprattutto nei ceti popolari o impoveriti, ha prevalso la logica della guerra tra poveri: non li hanno convinti né gli appelli alla solidarietà, né gli economisti che paventano il tracollo del nostro sistema previdenziale nell’inverno demografico. Eppure questa prospettiva è difficilmente confutabile e c’è da sperare che abbia un seguito almeno la timida apertura di alcuni esponenti del centrodestra in direzione dello ius scholae. Mentre c’è da sperare che sulla tematica del lavoro la sinistra non molli la presa. Come su quella della sanità e dell’istruzione e ricerca, i cui bilanci (già inadeguati) saranno sempre più pesantemente minacciati dal grande riarmo.